Criminalità

Moda criminale, gli stilisti rubano le idee ai carcerati

I vestiti oversized della cultura hip-hop vengono dalle carceri americane, dove i detenuti non hanno lacci e cinture e i pantaloni abbassati significano disponibilità sessuale. Ma il rapporto fra moda, criminalità e sottoculture è profondo e va indietro nei decenni

Carcerati Moda

avid creative/Getty Images

19 Novembre Nov 2016 0830 19 novembre 2016 19 Novembre 2016 - 08:30

Renato Vallanzasca aveva gusto e indossava velluti e abiti di pregio, fatti cucire su misura da sarti milanesi che all'epoca spopolavano nel capoluogo lombardo. La “Banda Cavallero” colpiva i propri obiettivi con addosso una tuta blu da metalmeccanico di Mirafiori. Era un simbolo di rivendicazione politica all'insegna del motto: “Andiamo a prendere alla fonte ciò che la società del benessere non distribuisce”. I terroristi della destra eversiva dei NAR (Nuclei Armati Rivoluzionari) usavano per le loro spedizioni punitive degli impermeabili beige, sotto cui nascondere armi semiautomatiche. I punk milanesi si rifornivano a basso costo alla fiera di Senigallia, in una Darsena che non aveva nulla a che spartire con quella di oggi, dove al sabato, durante il mercato, era facile reperire borchie, dischi, anfibi, cerniere, alcol o droghe. Trent'anni dopo, quegli stessi oggetti-simbolo che erano sinonimo di rifiuto della società e dei canoni estetici tradizionali, si troveranno esposti in una mostra a New York dal titolo “Punk: Chaos to Couture”.

Il sarti di Vallanzasca, gli impermeabili beige di Carminati e dei NAR, le tute blu da metalmeccanico Fiat per i rapinatori torinesi della “Banda Cavallero”. Lo strano rapporto fra moda, criminalità e sottoculture

Perché il rapporto fra moda, criminalità e sottoculture è più stretto di quanto si possa pensare. Un rapporto quasi di saccheggio e plagio da parte della prima nei confronti delle altre due.
Basti pensare che tutta la moda overseized, che prende piede in Italia negli anni '90 con l'esplosione della cultura hip-hop e delle “posse”, è d'importazione. Non solo dagli Usa ma da un particolare microcosmo degli Usa: quello delle strutture carcerarie americane dove i vestiti erano larghi perché ai detenuti venivano tolti lacci dalle scarpe, cinture dai pantaloni e, a volte, elastici dalla biancheria. Per impedire i suicidi attraverso impiccagione o che venissero usati come armi nei confronti degli altri carcerati. Col tempo questa prassi “di sicurezza” si era evoluta fino ad assumere altri significati. Il pantalone col cavallo particolarmente basso era divenuto sinonimo di disponibilità sessuale nei confronti dei propri compagni di cella, per esempio.

Tutti i vestiti overseizied della cultura hip-hop derivano dal mondo carcerario americano. Dove ai detenuti venivano tolti lacci e cinture e dove il pantalone abbassato era sinonimo di disponibilità sessuale

Il rapporto moda-criminalità-sottoculture è pieno di questa aneddotica: dagli abiti indossati tra i rapinatori di banche, passando per kefiah, eskimo o passamontagna tipici dei movimenti politici nei '70, dalla sottocultura punk a quella “ricca” dei paninari – i figli della borghesia di Milano chiamati “paninari” proprio per i loro luogo fisso di ritrovo: lo storico “Burghy” di piazza San Babila.

Fino al recente fenomeno delle gang di latinos – proprio in questi giorni al centro delle cronache d'Italia dopo l'aggressione-omicidio di piazzale Loreto. Un mondo fatto di atti criminali ma anche di crocifissi, rosari a perline, tatuaggi, giuramenti in codice, soprannomi. Vestiti riconoscibili oramai quasi nessuno. Un retaggio che le gang usavano per difendersi nei propri paesi d'origine dalla cosiddetta “politica del fracasso” o “Mano Dura”, quando le autorità centro americane nel tentativo di estirpare il fenomeno criminale, sulla fine degli anni '90, concessero alle forze dell'ordine poteri speciali, anche la licenza di uccidere, senza processo. Centinaia furono le persone arrestate e giustiziate a cielo aperto solo per il sospetto che appartenessero a una gang. Per questo non indossano abiti o tenute di ordinanza, che ne permettano il riconoscimento.

Le gang di latinos hanno dovuto cambiare look e non farsi riconoscere per via de la “Mano dura” o “politica del fracasso”: la possibilità per la polizia, nei Paesi d'origine, di arrestare o sparare a un presunto affiliato

E c'è chi ha studiato queste relazioni fra moda e cultura criminale. Il Politecnico e l'Università di Torino hanno organizzato un convegno-focus dal nome “NarrativeGang” – all'interno del più amplio progetto “GangCity”, esposto anche in Biennale a Venezia – con lo scopo dichiarato di “svelare” i linguaggi, i simboli, l'abbigliamento, i contesti sociali e territoriali in cui questi fenomeni prendono forma, con un occhio di riguardo sulla città di Milano. E si sono rivolti a un addetto ai lavori: Paolo Coppolella, designer e fondatore della coppolella.com, un marchio specializzato in streetwear.

Nella sua ricerca Coppolella si è imbattuto in due tipologie di ricorsi storici: aneddoti quasi folkloristici sul mondo criminale, come ad esempio i nomi delle prime bande di rapinatori negli anni '60 : la “Banda dovunque” perché colpiva indiscriminatamente banche, cinema, macellai, tabaccai, senza dare punti di riferimento; la “Banda del Lunedì”, il giorno in cui i commercianti depositavano l'incasso settimanale in banca garantendo elevati profitti ai rapinatori; o ancora la “Banda Cavallero”, i torinesi che, come detto in apertura, arrivavano a Milano vestiti da operai della FIAT. Ufficialmente per ragioni “di classe” – alla Robin Hood – salvo poi tenersi il maltolto e non certo redistribuirlo o donarlo a partito e sindacato. In realtà perché la tuta blu da metalmeccanico era facile da far sparire in caso di inseguimento o per nasconderci oggetti e armi all'interno. La “Banda Cavallero” aveva anche inventato la “tripletta”: tre colpi, tre rapine, quasi in simultanea, in zone diverse della città, in modo tale da mandare in tilt le forze dell'ordine e gli scadenti apparati di sicurezza dell'epoca.

La “Banda Cavallero” arrivava da Torino a Milano vestita da metalmeccanico di Mirafiori e inventò “la tripletta”: tre colpi in pochi minuti e in zone diverse, per mandare in tilt l'apparato di sicurezza della città

Non deve stupire: basti pensare che anche Vallanzasca, qualche anno più tardi, amava prendersi gioco delle forze dell'ordine. Come quando durante un inseguimento ai suoi danni organizzò un posto di blocco “al contrario” in zona piazzale Corvetto. I suoi uomini fermarono le gazzelle della polizia e costrinsero gli agenti a tornare al commissariato a piedi e completamente nudi.

Ma Coppolella non ha scoperto solo dati “di colore”. Ha anche trovato veri e propri furti – “furti di strada” come li chiama lui – da parte dei grandi marchi della moda che hanno saccheggiato le culture di strada, presenti e passate. Celebri alcuni casi: per esempio la collezione autunno-inverno 2014/2015 di Moschino, quando il direttore creativo Jeremy Scott decise di usare interamente i graffiti dello street artist Joseph Tierney. È partita anche una denuncia ma i legali dell'azienda e di Scott si difendono con la tesi che il murales, in quanto opera di vandalismo, non è tutelato dalla legge, dal diritto di proprietà intellettuale o altro. O ancora le collezioni di Marc Jacobs totalmente ispirate alla cultura rave degli anni '90; l'ultima “Resort 2017” di Gucci che riprende anfibi e jeans slim passati in candeggina che riportano alla memoria il look skin di fine anni '70.

I “furti dalla strada” dei grandi marchi: Marc Jacobs dalla cultura rave anni '90, Gucci dal look skin di fine anni '70. E Jeremy Scott di Moschino che ha disegnato la collezione invernale di Moschino copia-incollando i graffiti dello street artist Jospeh Tierney

E infine veri e propri casi di contraffazione all'italiana. E infatti c'entra un'azienda di Barletta che per anni ha venduto dei falsi, nemmeno di grande fattura, del brand “Supreme”, dal 1994 marchio di culto nel mondo skate a livello internazionale e i cui capi in Italia sono acquistabili solo dal sito ufficiale o nei due empori più vicini: Londra o Parigi. Eppure la società di Barletta di è registrata come “Supreme Italia” e ha venduto ad ignari fan del marchio newyorkese dei capi semplicemente falsi.

Nella guerra fra gang MS13 e Barrio18 le squadre di calcio del Salvador hanno dovuto ritirare le magliette con i numeri “13” e “18”. Troppo pericolose, nessun giocatore vorrebbe indossarle

Da ultimo sono emerse alcune curiosità sul mondo delle maras, le gang latine di origine quasi sempre salvadoregna (anche se nate in California e poi rientrate nella madre patria per via della politica statunitense dei rimpatri), che secondo alcune stime sulla città di Milano e hinterland contano quasi 2000 affiliati.

La Mara Salvatrucha – MS13 – è la più grande al mondo per numero di affiliati e fino alle fine degli anni '90, negli Stati Uniti, era considerata la seconda minaccia nazionale dopo Al Qaeda. Si combatte il territorio con i Barrio18, in una guerra sotterranea che in Salvador riesce a fare fino a 11 morti per omicidio ogni giorno. Un confitto talmente aspro che le squadre di calcio del Paese hanno dovuto prendere dei rimedi: ritirare tutte le magliette con i numeri “13” e “18” e toglierle anche dal mercato. In primo luogo perché nessun calciatore vorrebbe indossarle durante una partita per la sua incolumità e in secondo luogo perché allo stadio si scatenerebbero risse potenzialmente mortali fra i tifosi, in nome del numero sacro della propria gang.

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