Il movimento popolare per comprare Twitter e trasformarlo in una coop

Un progetto un po’ matto che coinvolge gli utenti del sito di microblogging più famoso del mondo: Twitter è in rosso e ci vuole qualcuno che lo salvi. Perché non possono essere gli utenti stessi?

21 Novembre Nov 2016 0835 21 novembre 2016 21 Novembre 2016 - 08:35
Tendenze Online

Se Twitter non riesce a stare sul mercato, allora togliamocelo. E trasformiamolo in una piattaforma co-operativa di proprietà degli utenti. Sembra un piano da hippie, un sogno di condivisione che va contro le logiche del guadagno ma mira a tenere in vita un progetto che piace e che, molto spesso, si è rivelato utilissimo.

Non è un mistero che il sito di micro-blogging, quasi un social-network goda di una fama non commisurata ai guadagni. In rosso da sempre, non attrae (per ora) nemmeno un grande investitore: Google, Salesforce, Disney e Microsoft hanno tutti considerato l’affare e se ne sono subito allontanati. Troppi costi e troppo pochi ricavi. In sostanza, non è un buon affare.

Di fronte a queste tristi prospettive di vendita o, peggio ancora, di chiusura, gli utenti hanno cominciato a scalpitare. O si mettevano a pregare oppure, in modo più pratico, trovavano una soluzione. L’idea della piattaforma condivisa è nata così, si è diffusa in pochissimo tempo ed è diventata un movimento globale, con tanto di consacrazione da parte di un articolo del Guardian, scritto da Nathan Schneider (giornalista e accademico) che ha acceso la questione, portando addirittura a una petizione, che ha già migliaia di firme.

L’organizzazione, come riporta bene questo articolo di Global Voices, non manca: c’è il testo multilingue, c’è il canale Slack, c’è un gruppo aperto su Loomio e ci sono – come potevano mancare, del resto – anche gli hasthtag, vera invenzione linguistica di Twitter: #WeAreTwitter e #BuyTwitter. Per chi fosse ancora dubbioso, c’è pure il filmato da Vimeo:

Insomma, il sogno è grande, la passione pure. Twitter è senza dubbio un canale importante, che ha aiutato l’umanità molto di più rispetto a Facebook (oltre la retorica delle Primavere arabe, è stato utilizzato molto spesso per capire cosa stesse succedendo durante attentati e situazioni d’emergenza) ed è più intelligente. Giusto che venga salvato. È lecito dubitare che l’iniziativa abbia successo, oltre al fatto che sembra difficile pensare alle modalità tecniche e giuridiche della transizione. Ma per quello la fantasia non manca mai.

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