Usa, ecco la musica dell'era Trump

Cresce la contestazione delle popstar a The Donald. Emergono gli antagonismi. Ma finita l’era Obama il mainstream musicale Usa è destinato a cambiare…

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21 Novembre Nov 2016 1114 21 novembre 2016 21 Novembre 2016 - 11:14

“La musica è finita, gli amici se ne vanno...”.

Uno pensa a quel che sta succedendo in America oggi, intendendo con America, adesso più che mai, negli Stati Uniti d'America, cos'altro se no?, e subito gli vengono in mente questi versi. Certo non l'argomento più centrale, parlando oggi dell'ingresso di Donald Trump alla Casa Bianca, ma parte di quel colore che, al momento, sta facendo da contorno a una delle elezioni più clamorose degli ultimi anni.

Perché se è vero come è vero che Barack Obama è stato il primo Presidente che ha usato social, rete e show biz per arrivare a sedersi nella stanza ovale, è anche vero che ora che in quel posto ci è arrivato uno come Trump una qualche differenza la dovremo pur avvertire.

Confessiamolo, ci siamo abituati a andarci a cercare le Playlist Spotify del presidente. Abbiamo visto, e non poteva essere altrimenti, artisti da lui indicati e ascoltati scalare le classifiche, li abbiamo poi visti sostenerlo senza se e senza ma, come abbiamo visto buona parte di quei nomi scivolare, loro malgrado, sul carro di Hilary Clinton, magari non convintissimi, ma comunque compatti, presenti, normale che oggi siano tutti un po' scornati, ancora su quel carro che però si è dimostrato non esattamente quello del vincitore.

Tutto questo per dire cosa? Per dire che ci aspetta qualche anno di musica differente, su questo siamo disposti a scommetterci. Con un'onda lunga che, come sempre, arriverà anche da noi, periferia più estrema dell'Impero.

Ora, fatta eccezione per Lady Gaga, che ancora una volta si è dimostrata una stratega di prima grandezza nel cavalcare il “qui e ora”, unica al momento capace di monetizzare il suo essere anti-Trump, come neanche i Prophets of Rage, combo nato dalla fusione dei Rage Against the Machine con l'innesto di Chuck D dei Public Enemy e di B Real dei Cyrpress Hill, tutti coloro che in questi ultimi anni si sono visti ricoprire un ruolo centrale dello show biz americano al momento stanno cercando di rimettersi a fuoco. La signorina Germanotta, invece, forse meglio sintonizzata sul sentire della maggioranza degli americani, ha optato per tirare fuori sotto elezione il suo album più femminista, Joanne, al tempo stesso dichiaratamente anti-Trump ma con suoni che al mondo che Trump ha votato sembra guardare, così rock-oriented, così con lo sguardo alla tradizione, per quanto sia possibile farlo per una come Lady Gaga, così tanto anni Ottanta. Non è un caso che dopo averlo portato in giro per tutti gli USA voce e chitarra acustica, manco fosse Dolly Parton, Lady Gaga si è piazzata sotto la Trump Tower, facendo del suo essergli contro una sorta di status quo. Mica scema la ragazza.

Ma degli altri?

Ovvio che si avvantaggeranno di questa situazione gli antagonisti veri, come appunto Tom Morello e soci. È sempre stato così, se ci pensate. Basti pensare a quanto ha prosperato da noi la Feltrinelli durante il ventennio berlusconiano. Ma il mainstream non vive di antagonismi, è noto, il mainstream è sistema e quando a capo del sistema si piazza uno come Donald Trump, ovviamente, le cose non possono che cambiare. Perché nonostante il suo immaginario sia decisamente coincidente in molti punti con quello di molti degli artisti che hanno accompagnato Obama nelle sue due legislature, artisti del mondo del rap, si pensi al Bling-Bling, alle Jacuzzi, alla ricchezza sfacciata e esibita, è anche vero che il suo elettorato non è fatto solo di pari, gente che sta nel business con l'aereo privato e l'abbonamento premium al golf club, ma è anche fatto di ultimi. Sì, perché dalla lettura dell'andamento ai seggi è evidente che tutti gli ultimi, fatta eccezione appunto della stragrande maggioranza dell'elettorato afroamericano, ha votato per Trump. Siccome è noto che l'America, consentitemi di continuare a chiamarla così, non è quella dei telefilm che siamo abituati a vedere, quasi tutti ambientati a New York o in California, ma quella dei film di Harmony Korine, il cosiddetto White Trash, quello che vediamo nei video di Garth Brooks o di Billy Ray Cyrus, papà di Miley, quella del serial Nashville, molto più che quella di Empire, è alla musica che ascolta quel popolo lì che ora tocca guardare con attenzione.

Via il rap, quindi, dentro il country, potremmo semplificare. O quantomeno, via certo rap, perché Kid Rock, che rap seppur mischiato con il southern rock lo fa, è stato l'artista più schierato a favore del biondo imprenditore ora assiso alla Casa Bianca, e dentro la musica delle tradizioni, dal rock, quindi, intendendo quello che guarda a sud più che a Chicago, al country, passando per il bluegrass. Mica è un caso che, nonostante un veto ottenuto in tribunale da parte di Mick Jagger e soci, Trump abbia scelto i Rolling Stones come colonna sonora dei suoi festeggiamenti presidenziali. E non è neanche un caso, a voler fare i complottisti in salsa House of Cards, che l'attentantato sventato a Trump sia avvenuto a Rheno, col tizio che non riesce a sparargli, manco fosse il protagonista della nota canzone di Johnny Cash.

Ecco, dovessimo pensare a un futuro prossimo, vedremmo assai bene tutti i vari Joe Ely, Loretta Lynn, DwightYoakam, Tim McGraw. Ovviamente Kid Rock, lo si è detto, come del resto anche un Ted Nugent, schieratosi apertamente a suo favore, come anche Gene Simmons dei Kiss. Poco, pochissimo rap, perché fatta eccezione di P.Diddy, un tempo Puff Daddy, probabilmente vicono al nostro per questioni di “poetica”, tutti gli altri stavano per la Clinto, da Jay-Z e Beyoncé in giù. E proprio la mancata candidatura di quel pazzo di Kanye West, uno che per lucidità poteva davvero tener testa a Trump, sta ora facendo mordere dai rimpianti non pochi democratici, perché per battere un pazzo, dicono, ci vuole uno altrettanto pazzo.

Ora, attendendo di sentire di nuovo il banjo o il dobro tornare in classifica, anche se negli USA in classifica c'è sempre rimasto, e convinti che le varie Alica Keys o Katy Perry pagheranno tutto e pagheranno caro, forse è il caso di tornare a suonare nei nostri dischi con gli strumenti tradizionali, perché ci attendono almeno quattro anni di canzoni sui raccolti di grano e sulla vita degli operai nelle miniere dei paesi del nord (anche nelle nazioni storicamente metallurgiche, dove ora ci sono milioni di ex operai disoccupati, ovviamente, l'imprenditore poco attendo all'inquinamento Trump ha fatto man bassa di voti). Uniche che ne usciranno vive, oltre a Lady Gaga, supponiamo saranno Miley Cyrus e Taylor Swift. Loro vengono proprio dal suono di Nashville, sarà un gioco da ragazzi per loro tornare sui propri passi e presentarsi al pubblico per quel che erano, cappello da cowboy in testa e iodel incluso. Ya-eh.

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