Abbiamo trasformato il referendum in un’Apocalisse e ora sono cavoli nostri

Lo spread che sale, le tensioni sui mercati, i timori degli investitori: com’è possibile che un innocuo voto referendario si sia trasformato in una specie di Armageddon? Semplice: perché i nostri politici, da Renzi a Grillo, hanno fatto di tutto affinché lo fosse

Armageddon
22 Novembre Nov 2016 1029 22 novembre 2016 22 Novembre 2016 - 10:29

Ormai più che al voto del 4 dicembre, i fari sono puntati su quel che accadrà il giorno successivo. Basta sfogliare i giornali per rendersi conto che l’attenzione dei politici, degli osservatori internazionali, degli imprenditori e di chi opera sui mercati finanziari è concentrata sulla tenuta del governo, sui rischi di instabilità del sistema politico, sullo spread, sulla tenuta del sistema bancario, sulle valutazioni delle agenzie di rating, sugli investimenti esteri. Come cambierà - o non cambierà - la Costituzione interessa ormai a una sparuta accolita di appassionati.

Lo diciamo senza voler spaventare nessuno: il clima da apocalisse in caso di vittoria del No esiste ed è prudentemente sottostimato dai media. Lo si tocca con mano parlando con chiunque abbia un piede nei mercati finanziari, nelle cancellerie estere, ai piani alti delle banche centrali o delle multinazionali che vogliono investire in Italia. Forse, il 5 dicembre, comunque vadano le cose, si dovrà partire da qui. Da come siamo riusciti nel capolavoro di fare di un innocuo voto referendario una specie di plebiscito sul futuro del Paese, in grado, potenzialmente, di far più danni, della Brexit o dell’elezione di Donald Trump. Per dire: qualcuno si ricorda cosa accadde quando nel 2006 fu bocciata la riforma costituzionale di Berlusconi? Appunto.

Il primo colpevole è senza dubbio Matteo Renzi. La personalizzazione del referendum e la scelta di legare il voto alla sopravvivenza del governo che presiede è farina del suo sacco. E una campagna elettorale giocata da one man show in giro per l’Italia ha addirittura aggravato la percezione che se vince il No crolla il governo e addio stabilità. Come l’apprendista stregone di Fantasia, oggi Renzi non controlla più il gioco. Se ritratta le sue dimissioni in caso di sconfitta, assicurando la stabilità del suo governo, rischia di passare per bugiardo e di regalare un argomento in più a chi invita a votare a cuor leggero per il No. Se non lo fa, alimenta l’idea - pericolosa, col No in testa negli ultimi sondaggi pubblicati - che il 5 dicembre sia terra di nessuno. E i mercati, lo spread non mente, stanno già scommettendo in questa direzione.

Lo diciamo senza voler spaventare nessuno: il clima da apocalisse in caso di vittoria del No esiste. Lo si tocca con mano parlando con chiunque abbia un piede nei mercati finanziari, nelle cancellerie estere, ai piani alti delle banche centrali o delle multinazionali che vogliono investire in Italia. Forse, il 5 dicembre, comunque vadano le cose, si dovrà partire da qui. Da come siamo riusciti nel capolavoro di fare di un innocuo voto referendario una specie di plebiscito sul futuro del Paese

Qualche bella responsabilità va anche attribuita a chi, legittimamente per il Sì, ha messo nero su bianco che il No alla riforma costituzionale sarebbe stata una tragedia per l’economia italiana. Valga per tutti, il famoso opuscolo del centro studi di Confindustria che preconizzava il crollo degli investimenti e l’aumento dei poveri, in caso di sconfitta di Renzi. Una bella mossa, forse, per convincere gli imprenditori a votare Sì. Ma anche l’azzardo di una profezia che si autoavvera in caso di vittoria del No. Immaginate di essere un imprenditore o un finanziere: cosa fareste dei vostri soldi, il 5 dicembre, se per mesi vi hanno raccontato di un paese a un passo - anzi, a un voto - dall’Apocalisse?

Ottime ultime, anche le opposizioni politiche a Renzi, che stanno facendo di tutto per complicare - e complicarsi - la vita. Da mesi, chiunque venga interpellato sul risultato referendario chiede solo una cosa: che comunque vadano le cose ci sia un governo in carica. Per gestire partite delicate come l’aumento di capitale del Monte dei Paschi di Siena, in primis. O anche solo per far vedere che qualcuno sia al timone sulla barchetta più fragile di Eurolandia, alla vigilia delle elezioni francesi e tedesche. I toni violenti del Movimento Cinque Stelle, le guerre fratricide nel centro-destra, le manovre sotterranee dei Machiavelli della minoranza del Partito Democratico e di tutti quelli che si sono schierati contro la riforma esclusivamente per far cadere il Governo, o quasi, non sono esattamente il miglior biglietto da visita di un eventuale dopo Renzi. E concorrono a rafforzare l’idea che non ci sia alternativa all’attuale premier. Che senza di lui l’Italia sia destinata ad affondare.

Un capolavoro, davvero. Qualunque cosa accada il 5 dicembre, ce lo saremo meritato tutto.

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