Fannulloni e conservatori? Macché, gli insegnanti sono l’avanguardia della rivoluzione digitale

A un anno dal lancio del Piano Nazionale per la Scuola Digitale, la scuola sta già cambiando pelle. E lo sta facendo grazie, soprattutto, all'entusiasmo degli insegnanti e alla voglia di cambiamento di molti tra loro. Alla faccia degli stereotipi e delle banalizzazioni

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CATRINUS VAN DER VEEN/AFP/Getty Images

24 Novembre Nov 2016 1125 24 novembre 2016 24 Novembre 2016 - 11:25

C’è Stefania Bassi, giovane maestra elementare che insegna al Dalla Chiesa di Roma e che insegna coding ai bambini attraverso il gioco e che riscrive insieme a loro i capolavori delle letteratura come “Alice nel Paese delle meraviglie” usando Twitter. C’è Luca Piergiovanni, professore d’italiano, storia e geografia nella scuola media a Binago, in provincia di Como, che scova su YouTube e Slideshare video e presentazioni che possono tornargli utili per affrontare al meglio un determinato argomento. C’è Mimmo Aprile, leccese, che insegna informatica negli istituti secondari e che sta provando a introdurre la robotica educativa nelle scuole.

Un tempo Stefania, Luca e Mimmo sarebbero stati definiti degli hacker, sabotatori di una scuola conservatrice che non aveva la minima intenzione di cambiare, Don Chisciotte contro i mulini a vento. Può essere sia ancora così, intendiamoci. Però ora c’è uno ministero che li chiama animatori digitali, loro e altri 8.500 insegnanti-innovatori. Magari, tra qualche anno, qualcuno ne parlerà come delle avanguardie che hanno iniziato a cambiare la scuola italiana.

Un tempo Stefania, Luca e Mimmo sarebbero stati definiti degli hacker, sabotatori di una scuola conservatrice che non aveva la minima intenzione di cambiare, Don Chisciotte contro i mulini a vento. Però ora c’è uno ministero che li chiama animatori digitali, loro e altri 8.500 insegnanti-innovatori. Magari, tra qualche anno, qualcuno ne parlerà come delle avanguardie che hanno iniziato a cambiare la scuola italiana

Certo è che alle loro spalle qualcosa sta succedendo. Ad esempio, che c’è un Piano Nazionale per la Scuola Digitale, promosso dal Miur nell'ambito della Buona Scuola, che traccia il solco da seguire. E che ha prodotto, in dodici mesi, 500 milioni di investimenti - e 1,2 miliardi stanziati - per lo sviluppo competenze digitali degli studenti, per la formazione degli insegnanti e per il potenziamento degli strumenti didattici. Che ha formato 7mila dirigenti scolastici e 140mila addetti, più di dieci docenti per ogni scuola italiana. Che ha cablato numerosi istituti con la banda larga, ambienti digitali per la didattica integrata, biblioteche scolastiche digitali.

Una piccola rivoluzione iniziata sottotraccia e che ha già fatto proseliti. Saranno quasi tremila - ma le iscrizioni non sono ancora chiuse - i docenti che raggiungeranno la Reggia di Caserta a partire da venerdì 25 sino a domenica 27 novembre, per festeggiare un anno del Piano. Se lo faranno da entusiasti, o da semplici curiosi, non lo sappiamo. Quel che sappiamo è che basta poco per risvegliare la fame di futuro di questo Paese. Che gli insegnanti, soprattutto quelli giovani, non sono il blocco monolitico di resistenza alla modernità che troppo spesso gli si dipinge addosso, ma in molti casi, al contrario, sono un avamposto affamato di innovazione. E che la scuola potrebbe davvero diventare il perno attorno a cui far ripartire l’Italia. Non c’è nemmeno da sforzarsi troppo, in fondo. Basta volerlo. Basta lasciar fare.

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