Intervista

“Prepotenze e soprusi: la violenza sulle donne non è solo quella fisica”

Il 25 novembre si celebra la Giornata contro la violenza di genere. Zina Crocè, ex Commissaria per le pari opportunità calabrese, mette in guardia: “Le donne subiscono continue pressioni sul lavoro. E anche la scuola, con i presidi sceriffo, è diventata luogo di prepotenze e mortificazioni”

Donne

(Getty Images/Matt Cardy/Stringer)

25 Novembre Nov 2016 0934 25 novembre 2016 25 Novembre 2016 - 09:34

Cento donne uccise in media ogni anno da uomini che conoscevano o con cui avevano avuto una relazione affettiva. Oltre un milione quelle che hanno subito molestie o ricatti sessuali sul luogo di lavoro. Circa 500mila all’anno le vittime del mobbing per maternità. Il 25 novembre si celebra la Giornata mondiale contro la violenza sulle donne, seguita quest’anno, il 26, da una grande manifestazione di piazza a Roma.

«La violenza non è solo quella fisica, perché si vede. Violenza è soprattutto quella psichica, quella sottile, che avvelena tantissime donne inconsapevoli, e non solo», spiega Zina Crocè, autrice del “Codice di autoregolamentazione per l’impatto di genere nei media” ed ex Commissaria per le pari opportunità calabrese. Zina Crocè vive a Melito di Porto Salvo, il paesino in provincia di Reggio Calabria finito qualche mese fa sulle prime pagine dei giornali dopo che una 16enne è stata violentata da un branco di nove ragazzi da quando aveva 13 anni nel silenzio della comunità. E qui da tempo, tramite un’associazione privata (la Fidapa), e senza aiuti pubblici, ha avviato un percorso per creare in paese uno sportello comunale antiviolenza, organizzando convegni e dibattiti. Ma «i cambiamenti culturali», ammette, «hanno sempre gestazioni molto lunghe».

Intanto dall’altra parte dell’Oceano un uomo come Donald Trump, che sulle donne ha detto innumerevoli volgarità, oltre a essere stato accusato di molestie da più parti, è stato eletto presidente degli Stati Uniti. Possiamo dire addio alle politiche di genere?
Da tempo le politiche di genere hanno subito una battuta d’arresto. Già qualche anno fa, il Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Thomas Hammarberg, aveva detto una cosa molto preoccupante. “Durante le mie visite nei vari Paesi europei”, ha raccontato, “spesso discuto di questa problematica coi più influenti politici, la maggior parte dei quali sono uomini: alcuni di loro ne afferrano l’importanza, ma altri mostrano un’avvilente compiacenza... e non solo respingono il discorso, ma fanno anche battute triviali”. La strada è in salita, insomma.

È prima di tutto una questione culturale, quindi.
Certo, tutto si gioca sull’eliminazione dei residui di quella mentalità patriarcale che innerva rapporti di disuguaglianza tra i generi e sostiene il persistere, in alcuni soggetti maschili, del bisogno ancestrale di esercitare dominio sulle donne: considerate oggetti e non soggetti. Si tratta di un fenomeno che in certe aree d’Italia, ad esempio nel Meridione, e, in genere, in quelle interne, risulta “normalizzato” da una tradizione che vuole che le donne sopportino qualsiasi cosa ci sia da sopportare: in famiglia, sul lavoro, nella società. Quindi è anche un problema politico.

Cosa significa?
La politica riguarda anche “il come” si garantisce la libertà tra le persone, dunque la riflessione sulla violenza contro le donne ne è parte integrante, in quanto conseguenza di relazioni di potere fortemente sbilanciate ma così sedimentate nella nostra cultura da essere considerate normali, legittime. Oggi, purtroppo, le conquiste dei movimenti femminili sembrano a rischio: si avverte una certa tendenza a ricacciare le donne nel privato, forse a causa della crisi economica.

Tutto si gioca sull’eliminazione dei residui di quella mentalità patriarcale che innerva rapporti di disuguaglianza tra i generi e sostiene il persistere, in alcuni soggetti maschili, del bisogno ancestrale di esercitare dominio sulle donne

La ministra Maria Elena Boschi, che da poco ha anche la delega alle Pari opportunità, ha detto che bisogna cambiare pure il modo di parlare. Compreso quello dei giornali. Lei se ne è molto occupata come autrice del “Codice di autoregolamentazione per l’impatto di genere nei media”.
Certo, quello giocato dai mass media è un ruolo fondamentale. Non a caso la Convenzione di Istanbul sollecita un’informazione priva di stereotipi e pregiudizi. Per essere più chiari: a nulla serve che i giornalisti e le giornaliste, utilizzino la parola “femminicidio”, se poi la svuotano di significato quando descrivono la violenza come atto di “amore” dettato da un crisi di “gelosia”. Questo invece è quello che accade quasi sistematicamente.

Le parole sono importanti, insomma.
Assolutamente. La Boschi ha sottoscritto anche un accordo con l’Accademia della Crusca. La riflessione sul linguaggio è un altro aspetto importantissimo, fondamentale per andare al cuore del problema. Si tratta anche di riprendere le “Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua” curate da Alma Sabatini. E bisogna attivare anche delle riflessioni sulle cosiddette disimmetrie semantiche, per capire come mai lo stesso termine degradi di valore se femminilizzato. Pensiamo a “pubblico” o “libero”: uomo pubblico/donna pubblica, uomo libero/donna libera.

Dalle parole ai fatti. Passiamo agli aspetti concreti. In Italia si fa abbastanza per combattere la violenza sulle donne?
Non mi pare. Penso alle varie forme di violenza, più o meno strisciante, e criptata, che accadono nei luoghi di lavoro, dove non sono inconsueti i casi di prepotenza, mortificazioni, persecuzione, demansionamento, insomma di mobbing, contro le donne. Fenomeni del genere sono gravissimi, destabilizzanti, perché tendono a ledere l’anima, prima ancora che la professionalità, delle donne. E sono diffusi anche nelle scuole. Dove oggi, complice anche l’abuso delle prerogative che la legge 107 concede ai dirigenti scolastici, sembrano trionfare impuniti i presidi sceriffi e i soprusi dirigenziali. In questi casi la scuola da “Buona” finisce col diventare “Cattiva”. Le ministre Giannini e Boschi dovrebbero sensibilizzare i direttori degli uffici scolastici a un’attenzione vigile e fattiva. In modo particolare in certe aree del Paese a rischio legalità.

A nulla serve che i giornalisti e le giornaliste, utilizzino la parola “femminicidio”, se poi la svuotano di significato quando descrivono la violenza come atto di “amore” dettato da un crisi di “gelosia”

C’è invece qualcosa che potrebbe essere migliorata nella gestione giudiziaria di casi di violenze di genere?
Forse certi processi dovrebbero essere affidati a donne magistrato. Penso alla recente sentenza che ha visto ridurre sensibilmente la pena al marito che aveva ucciso la moglie dandole fuoco, perché lei lo tradiva. Non so se una giudice avrebbe ragionato allo stesso modo considerando il tradimento da parte della moglie un’attenuante per il marito uccisore. Credo di no.

E i centri antiviolenza italiani come stanno? Non bene, pare.
Questa è un’altra nota dolente. I centri antiviolenza si “autoalimentano” col volontariato. I finanziamenti sono solo sulla carta, e forse nemmeno lì. Ma pare che adesso la situazione cambierà: la ministra Boschi ha detto che lo Stato per i prossimi due anni stanzierà “quasi 19 milioni aggiuntivi”. Speriamo.

Cosa serve oltre alle risorse?
Serve il controllo delle risorse. La ministra Boschi ha detto che oltre ai Centri antiviolenza finanzierà anche le associazioni. Bene. Ma non basta finanziare le associazioni femminili: occorre che le progettualità siano mirate e adeguatamente strutturate.

Lei vive a Melito di Porto Salvo. Cosa è cambiato dopo il fatto di cronaca dello stupro di gruppo che ha sconvolto tutta Italia? Che iniziative avete attivato?
Sono stati attivati diversi momenti di incontro e dibattito. Tra le proposte operative, di particolare importanza è quella della Fidapa melitese, che ha realizzato, oltre a occasioni di riflessione pubblica, anche la formazione di operatrici, in sinergia col Centro Lanzino di Cosenza che fa parte della Rete nazionale dei Centri antiviolenza. Il corso di formazione è molto importante perché propedeutico alla istituzione di uno sportello antiviolenza. Ma su questo, occorrerà l’intervento delle istituzioni.

E le famiglie, la scuola, invece, cosa devono fare per educare i maschi?
Il ruolo della famiglia e della scuola è importantissimo per mettere insieme educazione e formazione: all’alterità, alla cultura del rispetto, dell’affettività e della cittadinanza paritaria. In questo, non c’è “abbastanza” che basti. Bisogna anche riprendere a progettare sulla misura 7 del Programma operativo nazionale, l’ambito delle pari opportunità, che sembra essere scomparso dallo scenario progettuale delle scuole, nonostante ci siano secoli di cultura misogina da decodificare, destrutturare ed eliminare. Qualche anno fa curai la pubblicazione di un opuscolo di vignette ironiche sugli stereotipi e pregiudizi antifemminili poi diffuso nelle scuole superiori della Calabria. In copertina c’era un cantiere in cui un ragazzo e una ragazza sono impegnati a smantellare e ricostruire abitazioni con i mattoni siglati P.O., pari opportunità. Ovviamente il lavoro è lungo e complesso. E l’Italia non è messa bene. Secondo l’ultimo report del World Economic Forum, quanto a parità di genere, l’Italia è scesa al 50esimo posto.

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