«Solo la cultura può salvare l’Europa»

Parla Roberta Talarico, promotrice di Culturally.eu, che vuole portare la cultura italiana in europa e quella europea nel mondo: « Il futuro è post-nazionale. Siamo tra quelli che pensano che un’altra Europa sia possibile? Occupiamocene!»

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25 Novembre Nov 2016 1020 25 novembre 2016 25 Novembre 2016 - 10:20

«L’Europa è uno dei più incredibili esperimenti umani mai condotti. E nel mondo attuale è un aggregatore sociale, politico e culturale imprescindibile». Difficile trovare una persona più euro-entusiasta di Roberta Talarico. Trentasette anni, una vita da giramondo per aziende private e istituzioni pubbliche, oggi è completamente dedicata a Culturally.eu e alla pazza idea di contribuire a costruire un cultura europea e di farla valere sulla scena internazionale. Una missione (quasi) impossibile suscitata dalla convinzione che i legami culturali rappresentano i veri ponti per impostare relazioni solide e durevoli tra paesi, individui, organizzazioni. E dalla consapevolezza del rischio rispetto alla “deriva istituzionale” del documento di Strategia europeo, in un mondo sempre più diffidente rispetto all’establishment.

A questo scopo, Roberta ha creato Culturally.eu, per l'appunto, un’iniziativa che funge da aggregatore nazionale complementare rispetto a quanto già svolto dalle istituzioni preposte nel quadro del documento di Strategia europeo. In estrema sintesi, uno spazio “libero” in cui elaborare idee su come combinare l'obiettivo di promuovere l’Italia nell’Unione Europea e l'Ue nel mondo. E di suggerire modi per mettere in scena la Strategia europea in modo innovativo e sorprendente, per attrarre audience in Italia e nei contesti culturali più remoti a livello globale, e allo stesso tempo per assicurarne i benefici agli individui e alle organizzazioni coinvolte.

Partiamo dall’inizio: a che serve la diplomazia culturale europea? Non è la solita fuffa, vero?
Ribalto la domanda: a che serve l’Europa senza cultura? I populismi, i nazionalismi e i qualunquismi ne minano la sussistenza sono la conseguenza di un continente che crede alla burocrazia più che al suo stesso popolo, a una buffa oligarchia vestita di grigio più che alla democrazia, agli equilibrismi sulla moneta unica più che alle idee su cui l’economia dovrebbe fondarsi, a una continua nevrotica limatura del rapporto tra deficit e Pil più che al compito che uno stupefacente laboratorio filosofico, politico, artistico, linguistico, spirituale qual è stato per secoli il nostro continente.

Quindi?
Quindi è l’ambito culturale il fulcro per superare lo stallo e gli egoismi che ne minano il percorso e le potenzialità rispetto alle grandi sfide globali. E le relazioni culturali internazionali sono la vera leva per fare dell'Unione Europea l'attore globale che dovrebbe essere, e per indurre le Istituzioni europee e gli Stati membri - occupandosene insieme - a riflettere e maturare quell’autentica identità politica e culturale comune che li rafforzerebbe.

Obiezione: come fa un’Europa in perenne emergenza a occuparsi di cultura?
Più che perenne emergenza, lo chiamerei realismo ipocrita. Una dittatura del presente che ci scippa il senso della possibilità e riduce lo spazio dell’immaginazione politica e morale. Soprattutto se mette in conflitto la dimensione nazionale con quella europea, come sta accadendo ora. Mentre abbiamo un disperato bisogno di idee che non siano confinate allo spazio dei mezzi e chiamino in causa i nostri fini.

E quali sarebbero questi fini?
In un mondo in cui tante cose si globalizzano, non ha senso rimanere ancorati alla dimensione nazionale. Dovremmo piuttosto allargare lo sguardo e dilatare l’indagine, mettere a fuoco i lineamenti di istituzioni e pratiche e norme che abbiano carattere transnazionale. Il futuro è post-nazionale. Con identità nazionali capaci di riscoprirsi tanto forti da trovare una sintesi efficace e potenziata nell’imprescindibile dimensione europea. E noi abbiamo già il vestito pronto. Siamo tra quelli che pensano che un’altra Europa sia possibile? Beh, occupiamocene!

E qui entri in scena tu, no?
A me è sempre piaciuto guardare alla sfera pubblica come al luogo dell’operare di uno “Stato alternativo”. Nel senso che lo spazio pubblico in un regime democratico include funzioni alternative a quelle dello stato e delle istituzioni. Ciò che si manifesta nello spazio pubblico sono le potenzialità alternative della società: è un laboratorio, un cantiere di mondi possibili. Anche e, soprattutto, in tempi difficili.

«In un mondo in cui tante cose si globalizzano, non ha senso rimanere ancorati alla dimensione nazionale. Dovremmo piuttosto allargare lo sguardo e dilatare l’indagine, mettere a fuoco i lineamenti di istituzioni e pratiche e norme che abbiano carattere transnazionale. Noi abbiamo già il vestito pronto. Siamo tra quelli che pensano che un’altra Europa sia possibile? Beh, occupiamocene!»

E come fa ad esserlo, Culturally?
Noi siamo quelli che chiamano a raccolta i soggetti nazionali rilevanti nel contribuire attivamente alla Strategia europea per le relazioni culturali internazionali. Quelli che provano a coordinarli affinché siano più incisivi nel processo politico dell’Unione Europea. Quelli che li supportano in modo organico per cogliere al meglio le opportunità di sviluppo offerte nell’ambito della diplomazia culturale europea. Quelli che intendono tenere alta l’attenzione delle Istituzioni nazionali di riferimento verso questo ambito europeo.

Chi ne fa, o dovrebbe farne parte?
Rimettere la cultura al centro della propria missione dovrebbe riguardare tutti e noi siamo aperti a tantissime tipologie di soggetti: istituzioni e soggetti filantropici, istituti e fondazioni bancarie, fondazioni private, società di consulenza rivolte al pubblico, fondi di investimento, piccole e medie imprese interessate ad internazionalizzarsi, grandi imprese interessate ad accedere a mercati attraenti ma complicati, o interessate a modalità alternative per ampliare e diversificare il proprio business in mercati già battuti. Ogni realtà che intende adoperarsi per invertire l’attuale rotta verso l’irrilevanza dell’Italia e dell’UE nel mondo.

Tipo?
C’è un grande potenziale di soggetti che già fanno progetti di diplomazia culturale e un sacco di realtà che non la fanno ma dovrebbero farlo. Penso alle fondazioni culturali, ma anche soggetti che si occupano di innovazione tecnologica, di prevenzione alla radicalizzazione, di inclusione sociale. Non c’è un soggetto che in Italia li aggreghi, li orienti, li organizzi e li “provochi” rispetto al quadro europeo di riferimento.

Che senso ha per loro esserci?
Perché soltanto lavorando di squadra possiamo crescere insieme verso una dimensione che va oltre i confini nazionali e ci avvicina alla dimensione reale in cui viviamo che è quella europea. E poi permette di agganciare le opportunità che il quadro europeo offre, di cui sappiamo poco e nel quale abbiamo poche occasioni di agire. Siamo un catalizzatore che mette insieme risorse e competenze. Sistematicamente, non solo spot e quando serve.

Di cosa parli quando parli di opportunità?
Di risorse economiche, finanziamenti, programmi, progetti. Ma anche opportunità di maturazione delle nostre realtà imprenditoriali, aziendali e associative verso modelli più efficaci nel nuovo contesto economico (“perturbato” dalla digitalizzazione) e politico (in cui prevale la sfiducia nei confronti dei canali istituzionali). Attraverso la diplomazia culturale e il confronto con gli altri ci si sprovincializza, ci rende più internazionali. Potremmo co-produrre in ambito artistico e culturale valorizzando meglio i nostri asset culturali in ambito europeo ed internazionale, e diventare “costruttori” delle reti di scambio del futuro.

A che punto sei?
Sono nella fase di costruzione della compagine nazionale, per darle sostanza. È bene ed è giusto innescare processi nuovi. Se non riesci a innescare, a contaminare, il processo si ferma. Per questo ritengo sia molto importante anche comunicare. Non solo e non tanto per avere visibilità. Ma per far conoscere e far maturare consapevolezza sui contenuti e sulla rilevanza degli aspetti culturali nello spazio pubblico. E sulla importanza di trattarli nella dimensione europea. È dura, ma come diceva Max Weber, «"È certo del tutto esatto e confermato da ogni esperienza storica che non si realizzerebbe ciò che è possibile se nel mondo non si aspirasse sempre all'impossibile».

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