Contro la violenza di genere il rimedio è capire il valore del fallimento

Alla base della violenza contro le donne c'è uno stato di confusione esistenziale e culturale. Che si deve combattere con l'educazione all'affettività, fin da piccoli. E soprattutto insegnando che siamo imperfetti e fallibili

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26 Novembre Nov 2016 0830 26 novembre 2016 26 Novembre 2016 - 08:30

Esistono due binari principali, alla base della violenza di genere, che viaggiano paralleli e conducono a destinazioni poco esotiche.

Da un lato c’è un enorme buco formativo, una voragine, un cratere lunare, un abisso di silenzio, su un tema che dovrebbe invece essere centrale nella formazione di ciascun individuo, ossia l’educazione sessuale e sentimentale. Quella vera. Quella presa sul serio, quella che non spiega soltanto— tra i risolini della platea e l’imbarazzo del relatore — che il genere umano da millenni si riproduce grazie al mambo orizzontale. Quella che non spiega soltanto che bisogna usare il profilattico ma che insegna, tuttalpiù, ai giovani e ai meno giovani, gli aspetti tecnici e psicologici del sesso, tutti i risvolti culturali, emotivi e sentimentali che esso ha e come gestirlo in maniera paritetica e consensuale. Senza vergogna. Con consapevolezza e libertà (e ci sono associazioni come "F Come" che lavorano proprio per rimediare a questo imbarazzante silenzio formativo).

D’altro canto, proprio lì, immediatamente attiguo, c’è il binario deragliato dell’educazione al successo. Alla forza. Alla sicurezza. Alla prestanza. Alla bellezza. Alla ricchezza.
Un residuo ammuffito del machismo anni ottanta che non si confà più, in alcun modo (ahinoi, da un certo punto di vista), al mondo contemporaneo nel quale viviamo. E, se vero è che da un lato noi donne siamo state sempre (e lo siamo tutt’ora), storicamente vessate da pressioni culturali e sociali, è vero pure che il bisogno di legittimazione, l’ansia di non corrispondere a degli stereotipi etero-imposti, non è un esclusivo appannaggio del nostro genere. Sono declinazioni diverse, se vogliamo, con esiti alterni, di uno stesso comandamento: vinci, abbi successo, guadagna, spendi, seduci, convinci, non essere debole, non piangere mai, accumula, guida una bella macchina, scopa una bella figa e, se necessario, imbroglia, che i buoni perdono, i furbi vincono.

I generi, quello maschile come quello femminile, patiscono il cambiamento radicale che stanno vivendo, attribuendo spesso all’altra metà del cielo (a volte lecitamente, più spesso impropriamente) le ragioni della propria frustrazione

I generi, quello maschile come quello femminile, patiscono il cambiamento radicale che stanno vivendo, attribuendo spesso all’altra metà del cielo (a volte lecitamente, più spesso impropriamente) le ragioni della propria frustrazione e non vedendo che, in verità, ciò che risulta opprimente è la non-comprensione del periodo che viviamo.
Gli uomini di una volta non esistono più e neppure le donne di una volta. E, in tutto questo, sarebbe placido e salvifico rivalutare ciò che potrebbe apparire anti-formativo, a prima vista: la legittimità del fallimento, che spesso è presupposto di una riformulazione del sé, di una maturazione e di una evoluzione concreta, non accademica/teorica/formale.

Ammettere il fallimento in quanto tale, riconferirgli la sua decenza e il suo valore istruttivo, ci consentirebbe di vivere come persone, come esseri umani, consci dei propri limiti e delle proprie miserie, invece che come sottoprodotti di un capitalismo emotivo che ci ha portato qualcosa di buono, certo, ma anche tante scorie culturali che adesso ci tocca smaltire.

E così, se siamo d’accordo che alla base della violenza — quale che sia la sua matrice: sessuale, razziale, religiosa, politica, sociale — c’è molto spesso (quasi sempre) la co-azione di un grosso problema culturale e di un discreto disagio psicologico; e se siamo d’accordo anche che — oltre a indignarci e incazzarci — possiamo provare ad agire e fare qualcosa, allora forse vale la pena constatare che l’educazione al consenso è fondamentale, e che lo è anche quella al fallimento.

Allora forse è giusto capire che gli uomini possono essere fragili, che le insicurezze non hanno genere, che sbagliare fa parte del gioco esistenziale, che il rifiuto è un fenomeno con il quale bisogna necessariamente imparare a relazionarsi, che l’affermazione di sé è un’istanza sana da perseguire solo entro certi limiti, quelli che non invadono il sé di un altro, che lo rispettano, che gli riconoscono pari dignità e libertà. Che gli amori finiscono, che le persone non ci appartengono, che il dolore è una delle emozioni più vitali con le quali siamo chiamati a confrontarci e che bisogna affrontarlo, digerirlo e cagarlo via, senza vergognarsene.

Che i sentimenti a volte feriscono, che le persone a volte tradiscono, a volte deludono, a volte ci fanno sentire raggirati, truffati, sciocchi. Che a volte si può parlare e a volte no. Che l’amore deve fare bene e non male. Che la rabbia, il desiderio di vendetta, l’istinto bestiale alla violenza esistono e fanno parte di noi, che prima che essere persone siamo animali, e quando subiamo un’ingiustizia — o presunta tale — sentiamo il bisogno di rivalerci.

Ma che tutto questo deve essere gestito con un lavoro costante su di sé. Che l’attenzione alla propria emotività non deve calare mai e questo non per creare nuove generazioni di onanisti mentali che si chiudano in casa a farsi i pipponi introspettivi. Al contrario, per riconferire alle persone la propria umanità, per insegnar loro che la propria igiene emotiva bisogna curarla. Più di quella dentale. Che se abbiamo la tendenza a essere violenti, possiamo chiedere aiuto, possiamo parlarne con qualcuno, prima di fare male, prima di farci male.

Al contrario, per riconferire alle persone la propria umanità, per insegnar loro che la propria igiene emotiva bisogna curarla. Più di quella dentale

Perché solo parlando di questi temi, solo creando degli spazi sociali di dibattito e critica, di accoglienza e conforto, si possono trovare e condividere strumenti per gestire e superare questo male. Per limitare i danni. Per ribadire ovvietà che non sono ovvie affatto, per liberarsi da ruoli che non ci corrispondono più ed educarci a intendere la relazione con l’altro (la donna, in questo caso) in un senso nuovo, libero, uguale.

Solo instaurando un dialogo aperto e concreto su questi temi, possiamo reagire ai modelli di comportamento (ormai inappropriati) con cui siamo cresciuti e convissuti: rimpinzati di promesse farlocche, ingannati da aspettative velleitarie, smarriti in ego-universi ipertrofici e grossolani, inariditi da un sessismo stantio e dalla più deprimente ignoranza di sé e dell’altro.

Solo instaurando un dialogo aperto e concreto su questi temi, possiamo provare a prevenire ciò che sembra inimmaginabile eppur succede, quasi quotidianamente: molestare, picchiare, stuprare, minacciare, terrorizzare, dare fuoco, versare acido, accoltellare, tagliare a pezzi, sciogliere nell’acido, buttare nel fiume, lavarsi la mani e, a volte, non pagare neppure una pena per questo.

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