«Non sarà il referendum a cambiare l’Italia, ma le città e il protagonismo delle piccole comunità»

Parla Christian Iaione, esperto e studioso di beni comuni e rigenerazione istituzionale di levatura mondiale: «Il perno delle nuove politiche pubbliche sono i cittadini che si fanno parte attiva. La strada da seguire? Prima si sperimenta, poi si fanno leggi e regolamenti»

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26 Novembre Nov 2016 0830 26 novembre 2016 26 Novembre 2016 - 08:30
Tendenze Online

«Oggi torno a casa a parlare di beni comuni e rivoluzioni della governance ad Avellino, casa mia. È la prima volta che accade. Nessuno è profeta in patria». Sorride, Christian Iaione. Professore associato di diritto pubblico nell’Università Marconi di Roma, fellow dell’Urban Law Center della Fordham University di New York e docente di governance dei beni comuni, sharing economy, diritto e politiche urbane presso la LUISS Guido Carli nell’ambito del progetto LabGov, membro dell’Advisory Group sulla sharing economy del Sindaco di Seoul, Iaione gira il mondo per raccontare le sue idee su come dovremmo cambiare il rapporto tra istituzioni e comunità puntando su concetti come condivisione e collaborazione. Sono le otto e mezza del mattino del 24 novembre. Il giorno prima, il 23, era l’anniversario di quel giorno del 1980 in cui un terremoto ha distrutto l’Irpinia: «Me lo ricordo, quel giorno è come se fosse ieri. Quando tenevo un corso di comunicazione istituzionale alla LUISS, proiettavo sempre il discorso che l’allora presidente Sandro Pertini dopo il terremoto. Lui va lì, vede quello che è successo e fa un j’accuse allo Stato, denunciando con forza il ritardo e le inadempienze dei soccorsi. Quel discorso per me è stato uno spartiacque.

È lì che ti sei convinto che lo Stato sia un monolite da abbattere?
Attenzione: per me lo Stato non è un monolite da abbattere, ma da rigenerare. Pertini si chiedeva perché le leggi sulla protezione civile non fossero state applicate. Di fatto, quel discorso sveglia lo Stato e gli da la forza di rigenerarsi, perlomeno nella gestione delle emergenze. E lo fa puntando sulla collaborazione civica tra cittadini e istituzioni.

In che senso?
Oggi, ogni volta che c’è un terremoto, l’offerta di partecipazione ai soccorsi soverchia la domanda. Nei due terremoti del centro Italia di quest’anno, la Protezione Civile ha chiesto ai soccorritori volontari di non precipitarsi, per non intasare le strade e l’organizzazione, se non attraverso i canali istituzionalizzati. È pazzesco, ma questo vuol dire che c’è una norma sociale che incentiva la collaborazione, in caso di calamità naturale. Non fu così nell’80. Pertini si appellò al dovere costituzionale di “solidarietà umana”. È la prova che bisogna pluralizzare lo Stato, per rigenerarlo.

Cosa vuol dire pluralizzare lo Stato?
Vuol dire uscire dall’idea che i problemi si possano risolvere solo in un alveo istituzionale. Libera, ad esempio, è una storia esemplificativa, in questo senso: sconfiggere la mafia non raccogliendo voti, ma aprendo codici Ateco alla camera di commercio. Partecipando a un’economia legale che controbilanci l’illegalità con una forza uguale e contraria. Coi soldi che piovono dal centro apparentemente a caso sulle amministrazioni del Sud il Mezzogiorno non ripartirà mai. Se investiti sui giacimenti di ricchezza civica e sociale, forse la musica cambia.

C’è chi pensa che quei giacimenti al sud non esistano…
Sbaglia. Il Mezzogiorno ha un capitale sociale sottostimato. Manca l’infrastruttura semmai. Libera è stata brava a creare un prototipo che può funzionare anche oltre i beni confiscati.

Tu sei uno che crea infrastrutture?
No, io sono un apriscatole (e per questo a volte un rompiscatole). Dovunque vado cerco di aprire i processi e di costruire delle piattaforme di collaborazione civica tra i diversi attori: per lo sviluppo economico locale e per la rigenerazione istituzionale. Il mio scopo è aprire le grandi scatole dello Stato, dei sistemi economici locali, delle grandi organizzazioni della società civile, realtà che tendono a ossificare e a chiudersi in se stesse.

Quand’è che hai cominciato a fare l’apriscatole?
A Bologna, nel 2011. Anzi, qualche anno prima, quando grazie alla Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna, contribuisco a disegnare e partecipo attivamente a una sperimentazione amministrativa sui beni comuni urbani, nella quale riesco a trasferire e verificare i risultati degli studi teorici che avevo sviluppato negli Stati Uniti tra il 2006 e il 2008 sulle strade e le infrastrutture urbane da trasformare in commons e sul ruolo catalitico dei soggetti pubblici locali.

«Ogni volta che c’è un terremoto, l’offerta di partecipazione ai soccorsi soverchia la domanda. È pazzesco, ma questo vuol dire che c’è una norma sociale che incentiva la collaborazione, in caso di calamità naturale. È la prova che bisogna pluralizzare lo Stato, per rigenerarlo»

È da lì che sei partito, a Bologna?
No, all’inizio della storia di Bologna ci sono un parco di quartiere, delle panchine, i graffiti sui muri nel centro storico, uno spazio abbandonato in periferia. Sono luoghi e risorse materiali rispetto alle quali c’era un bisogno insoddisfatto, per quanto potesse essere efficiente e brava l’amministrazione. Da soli non potevano farcela. Ma invece di ritrarsi o limitarsi ad esternalizzare ha cercato nuove forme di collaborazione coi cittadini.

Ad esempio?
Per la ripulitura dei muri dalle tag sui palazzi storici, ad esempio. O per mettere un nuovo arredo urbano nei parchi come le panchine, che hanno riportato lì bambini e famiglie. Erano parchi perfetti, a rigore di capitolato, non era una storia di mala amministrazione. Ma senza la collaborazione dei cittadini erano luoghi pubblici, non necessariamente civici. Il perno delle nuove politiche pubbliche sono i cittadini che si fanno parte attiva, col supporto tecnico, organizzativo, materiale dell’amministrazione. È questo che rende una città post-moderna, la sua usabilità civica.

È lì che nasce il famoso regolamento sui beni comuni urbani di Bologna?
Da questa esperienza nasce un regolamento, è vero, ma non è quella la cosa rivoluzionaria. Con un gruppo di ricerca composto da studenti LUISS abbiamo semplicemente raccolto tutti i regolamenti innovativi sull’uso di quelli che secondo gli studi allora pubblicati erano da considerare beni comuni urbani. Alla fine il regolamento non è altro che un testo unico sulla collaborazione civica a livello urbano su spazi pubblici, spazi verdi e spazi abbandonati, in particolare. L’idea rivoluzionaria, semmai, è stata quella di produrre diritto e innovazione nel diritto a livello urbano. Partire dal basso è un hackeraggio del sistema e il bello è che è perfettamente legale, perché è la Costituzione che ci fa scudo (gli articoli 2, 3.2 e 118 della Costituzione tra gli altri). La seconda rivoluzione, è consistita nel farlo con la comunità locale, fuori dalle istituzioni. La terza rivoluzione sta nel metodo: prima abbiamo sperimentato, poi abbiamo scritto le regole.

Stai dicendo che bisogna infrangere le leggi, per farne di nuove?
Sto dicendo che il passo dell’innovazione sociale è tale per cui i modi antichi di produrre armonia sociale non passeranno più sempre e soltanto da assemblee legislative. Bisognerà produrre diritto partendo dai processi e da nuove realtà comunitarie che si auto-legittimano. Bisogna aggiornare il software delle istituzioni, altrimenti rimarranno sempre indietro. Stiamo leggendo con occhiali ottocenteschi il nuovo millennio. Anzi, ancora di più: stiamo leggendo l’antropocene (l’era geologica in cui all’uomo e alla sua attività sono attribuite le cause principali delle modifiche territoriali, strutturali e climatiche, ndr) con le lenti dell’olocene.

E cosa distingue l’antropocene dall’olocene?
Che siamo entrati in un’epoca in cui nessuna istituzione o assemblea è disegnata per intercettare i cambiamenti in atto prodotti da fattori di crisi da un lato e dall’accresciuta capacità dei cittadini grazie a diffusione della conoscenza e alle tecnologie. Non è colpa delle assemblee e di chi ne fa parte, intendiamoci, ma dell’architettura istituzionale complessiva. Ci sono assemblee come il consiglio comunale di New York che hanno messo occhi su quel che sta succedendo in Italia in tema di innovazione sociale.

New York più indietro dell’Italia?
L’Italia è uno dei luoghi più avanti nell’innovazione sociale. Abbiamo un approccio che genera innovazione, e che può tranquillamente ambire ad avere una proiezione internazionale. Noi siamo dentro il paradigma dell’open government, ma mentre altrove si parla di piattaforme tecnologiche, noi parliamo di rigenerazione delle piattaforme istituzionali. Noi diciamo che non basta il sito internet. La nostra idea di futuro nel governo ruota intorno al ruolo chiave della comunità.

«Non mi iscrivo all’ennesima disfida italica tra guelfi e ghibellini che il referendum ha generato. Il vero centro, oggi, è la periferia. E in periferia non si sente il bisogno di trovare altri, nuovi motivi per dividersi»

Fa sorridere pensare che l’epicentro del cambiamento sia un Paese iperburocratico come l’Italia…
Mi chiedono sempre come tutto questo sia potuto succede in Italia, in effetti. Forse è anche per i nostri limiti e per la nostra burocrazia. Che spinge funzionari coraggiosi, talentuosi e innovativi a far entrare la scienza civica nelle “zone morte dell’immaginazione” che la burocrazia tende a creare. Sono loro che rigenerano le istituzioni: penso a Bologna, a Reggio Emilia, alla Regione Toscana. O ancora, a realtà come Milano, Napoli, Torino, Messina. Casi tutti egualmente innovativi, con traiettorie molto diverse tra loro. Nessuno è uguale a se stesso, ma i principi sono i medesimi. Forse andrebbero costruiti dei ponti, tra queste torri.

Possono diventare dei modelli, queste esperienze
No, assolutamente. Ogni comunità deve produrre il suo diritto, altrimenti rimane lettera morta.

Come mai?
Perché la società e l’amministrazione non lo sentono proprio o non sono in grado di maneggiarlo se non lo hanno prodotto. Io applico in ogni contesto un protocollo metodologico, ma è iterativo, in costante aggiornamento. Come se fosse un software, per l’appunto. Tutto deve essere adattivo e iterativo, perché è adattandosi che si imparano le lezioni. Chi fa copiare regolamenti affermando che può salvare la comunità si comporta da sciamano che vende pozioni magiche. Non esistono ricette taumaturgiche purtroppo, bisogna sperimentare. E nel frattempo, anche grazie al regolamento di Bologna, sono intervenute modifiche al quadro legislativo nazionale che rendono più urgente creare centri di competenza amministrativa condivisa per applicare queste innovazioni come il Collaboratorio di Reggio Emilia, l’Ufficio per l’Immaginazione Civica di Bologna o la CO-Area che Regione Toscana vuole costruire a livello regionale.

Un’ultima domanda: tu che sembri muoverti come un hacker istituzionale cosa ne pensi del referendum istituzionale del 4 dicembre?
Che il 5 dicembre ho due convegni sulle città, uno la mattina a Napoli all’Università Suor Orsola Benincasa, uno il pomeriggio alla UniMarconi. Non mi iscrivo all’ennesima disfida italica tra guelfi e ghibellini che il referendum ha generato. Il vero centro, oggi, è la periferia. E in periferia non si sente il bisogno di trovare altri, nuovi motivi per dividersi o accapigliarsi attorno a grandi dibattiti teorici. Servono posti di lavoro e nuove forme di solidarietà per prevenire vecchi e nuovi populismi che rischierebbero poi di minare le reali fondamenta del nostro patto costituzionale, e cioè la prima parte della Costituzione, senza neppure modificarla di una virgola.

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