Basta allarmismi: il referendum non c’entra nulla con le banche

Dopo l’Economist, che spera nel No e in un governo tecnico, ora ci si mette pure il Financial Times, che invece tifa Sì: in caso di sconfitta di Renzi, otto banche italiane rischiano di fallire. Forse è il caso di mettere un po’ d'ordine. E di trattare i commenti esteri per quel che sono: propaganda

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GIUSEPPE CACACE/AFP/Getty Images

28 Novembre Nov 2016 1110 28 novembre 2016 28 Novembre 2016 - 11:10
Messe Frankfurt

Dopo l’Economist, pure il Financial Times: ormai avremmo dovuto farci il callo rispetto alle analisi straniere sul voto referendario italiano e all’uso che ne viene fatto dalle nostre parti. Così, dopo l’elegia dell’Economist per il No, che spalancherebbe le porte a un salvifico governo tecnico che sconfiggerà il populismo - cosa ci tocca sentire -, è il turno del Financial Times, che la spara, se possibile, ancora più grossa: se vincerà il No, rischiano di fallire otto banche italiane. E questo provocherà una reazione a catena in grado di far esplodere l’Eurozona.

Oddio, questo è il titolo. E si sa, da noi arriva giusto quello, pure un po’ enfatizzato. Le voci interpellate dal quotidiano londinese la toccano un po’ più piano: «L’aumento di capitale delle banche italiane previsto appena dopo il referendum potrebbe diventare ancora più difficile in caso di vittoria del No», dice l’economista Lorenzo Codogno.

Che è un po’ la scoperta dell’acqua calda, in fondo: se decidi di ricapitalizzare per 5 miliardi una banca come il Monte dei Paschi di Siena che oggi vale 700 milioni, che è già passata da tre aumenti di capitale e che è piena come un uovo di sofferenze bancarie, anche il raffreddore dell’amministratore delegato potrebbe rendere tutto più complicato. Forse il problema è la banca, non il referendum. Forse.

Se decidi di ricapitalizzare per 5 miliardi una banca come il Monte dei Paschi di Siena che oggi vale 700 milioni, che è già passata da tre aumenti di capitale e che è piena come un uovo di sofferenze bancarie, anche un raffreddore dell’amministratore delegato potrebbe rendere tutto più complicato. Forse il problema è la banca, non il referendum.

E infatti il punto è tutto lì, dalle parti di Rocca Salimbeni: «La questione è se Siena ce la fa o no», riflette un altra fonte (anonima) citata nell’articolo. Se l’aumento di capitale di Mps va in porto, abbiamo abbiamo comprato tutti un po’ di tempo. Il governo, le altre banche, i mercati, noi. Se non va in porto, sono cavoli amari. Fine.

Vince il No? Ci sarà comunque una maggioranza di governo, visto che la minoranza del Partito Democratico ha già annunciato di non volere una crisi. Che il premier sia Renzi, o Delrio, o Padoan, o Franceschini, il rischio di una fine anticipata della legislatura non è in discussione. Vince il Sì, al contrario? Tutto come prima. Compresa l’immutata forza elettorale del Movimento Cinque Stelle, che in ogni caso, grazie alla campagna referendaria, ha consolidato la propria posizione di forza alternativa al renzismo.

In nessuno dei due casi, se fossimo potenziali investitori esteri interessati a entrare nel capitale di Mps ci sentiremmo pienamente garantiti o irrimediabilmente rassegnati sul futuro dell’Italia. E, conseguentemente, eviteremmo di fare del referendum un oracolo in grado di vaticinarne la rinascita o la caduta. Soprattutto, se avessimo un miliardo di euro e sputi da mettere nel capitale dell’istituto di credito più malconcio (o quasi) dell’intero continente, faremmo le pulci al piano industriale di quell’istituto, non ai sospiri che arriveranno dalle urne, dal Transatlantico o da Palazzo Chigi. Tutto il resto è propaganda. E sinceramente, cari i nostri giornaloni esteri, quella di casa nostra è già più che sufficiente.

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