«La sanità migliorerà con la riforma costituzionale. Parola di medico»

La lettera di una dirigente medico di Macerata, professoressa di medicina del lavoro, che spiega perché la riforma del Titolo V del 2001 e la decisione di regionalizzare il diritto alla salute e quello al lavoro siano state sbagliate. E che tornare indietro è l’unica scelta possibile

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28 Novembre Nov 2016 1205 28 novembre 2016 28 Novembre 2016 - 12:05

Referendum costituzionale: i temi sui quali siamo chiamati a decidere sono ampi, di grande levatura istituzionale, forse non sempre facili da comprendere nella loro portata, fatto questo che potrebbe indurre ad orientarsi o meglio a disorientarsi nella direzione in cui italianamente spesso ci muoviamo, e cioè guidati dalla pancia, in maniera disturbata, confortati e cullati da un coro di urlatori delusi e frustrati. Certo è che non dobbiamo cedere alla faciloneria di rivolgerci a questo referendum come se si trattasse di esprimere una preferenza politica. Pro o contro. Nel bene e nel male, i personaggi politici sono destinati a passare. Invece questo referendum mi sembra un’opportunità di guardare oltre, oltre i limiti della politica sguaiata, povera di idee e dai toni di assemblea studentesca cui ci stiamo abituando.

Il referendum può offrire una prospettiva e la possibilità di progettare un percorso futuro delineandone linee di indirizzo, regole, paletti e fondamenta, che tanto ci mancano e di cui tanto abbiamo bisogno. Il risultato che ne deriverà inevitabilmente sarà destinato a pesare sulla mia vita, sul mio futuro e soprattutto su quello di chi verrà dopo di me. Se iniziassimo tutti a pensare e poi a credere ed ancora di più a credere fortissimamente che le cose non solo possono, ma devono cambiare, forse allora questo referendum, in questo sconquassato e confuso periodo storico, arriva proprio al momento giusto.

Voglio che le cose cambino e le voglio far cambiare: questo dovrebbe essere lo spirito corretto con il quale affrontare il referendum. Anche perché il rischio è quello di uno stallo obbligato in cui al massimo ci si potrà raccontare dei bei tempi andati, e in verità, oramai andatissimi, senza futuro da immaginare.

A ben vedere i temi oggetto di modifica referendaria, si aprono scenari inquietanti. E ci sarebbe da chiedersi, da un lato, come siamo sopravvissuti in mezzo ad un sistema così campanilistico su questioni così importanti che regolano la nostra vita quotidiana, dall’altro riceveremmo probabilmente una spiegazione alle tante disfunzioni e ai tanti malfunzionamenti che ci sono.

Mi riferisco in particolare al Titolo V della Costituzione, al punto in cui prevede che vi siano materie di legislazione concorrente, e cioè che nel rispetto della legge dello Stato, ciascuna regione possa legiferare diversamente e quindi diversamente decidere e comportarsi su questioni quali ad esempio la salute, la sicurezza alimentare, la tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro, l’istruzione, il commercio con l’estero. E l’elenco delle materie in cui in tal senso ad oggi le regioni hanno potestà legislativa è davvero lungo e tocca temi di vitale importanza.

In altre parole, attualmente, da nord a sud vi è grande diversità sui servizi e sulle prestazioni garantite al cittadino e su questioni decisamente rilevanti. E così adesso, ad esempio, il diritto alla salute della persona, il diritto alla salute e alla sicurezza del lavoratore non vengono gestiti in maniera centrale ed univoca, ma hanno la facoltà di essere modulati a livello regionale, con garanzie diverse nei diversi territori. La mancanza di uniformità e di omogeneità è così evidente da aver creato una situazione a macchia di leopardo, al punto che le Regioni stesse hanno cercato maldestramente di porvi rimedio creando tra loro un sistema di coordinamento che ha portato a delibere di una regione capofila riprese e ricopiate, ma sempre con qualche tocco di originalità, dalle altre. Succede che le regioni per rivendicare la loro autonomia sullo stesso argomento fanno scelte più o meno simili ovvero più o meno diverse, dove non si raggiunga il paradossso, che per dimostrare compattezza e coesione, le regioni non deliberino replicando quanto una regione capofila ha già fatto.

“Se valorizzare le differenze regionali porta a privare le persone di garanzie che devono essere identiche, quando cioè un diritto risulta ritagliato, c’è qualcosa che non funziona”

È inconcepibile pensare che a seconda della regione in cui vivo avrò differenze nei sistemi di cura, di assistenza, di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro. E questo vale per il costo della stessa prestazione sanitaria, per la procedura e gli esiti di un’indagine di un infortunio sul lavoro, per gli obblighi cui sono tenuti i datori di lavoro nei confronti dei propri lavoratori o per le regole che devono seguire i gestori di un ristorante o di un bar. Regione che vai, differenza che trovi. Con casi ancora più spinti se si considera l’aggiungersi di ulteriori e sostanziali differenze che si stabiliscono considerando i confini dettati dalle competenze territoriali ad esempio delle singole ASL. A distanza di pochi chilometri rischi di trovare la stessa norma, ma con qualche modifica o differenza applicativa. Che fa inesorabilmente la differenza ai fini dell’ottemperanza o meno alla norma stessa.

Attualmente si fa fatica a capire come diritto alla salute e diritto al lavoro abbiano potuto avere declinazioni di tipo regionale ed essere garantiti in maniera diversa sullo stesso territorio nazionale. Accettare che possano esistere e resistere differenze regionali di questo tipo rischia di avere un significato politico, proprio di chi appartiene a schieramenti generazionali superati o è legato a poltrone e a giochi di potere e di controllo locale che altrimenti più faticosamente rimarrebbero in vita. È quanto mai anacronistico accampare la difesa e la valorizzazione di differenze locoregionali su temi vitali di interesse universale (la salute, il lavoro, l’alimentazione, l’ambiente…). Al contrario dobbiamo imparare a spostare il confine, che certamente non può più essere quello regionale, ma è già quello europeo e forse non c’è nemmeno più, dovendo imparare a pensare all’interno di open space, di scenari geografici dove più che di linee di separazione e di distinzione, dovremmo tracciare linee di congiungimento utili a rafforzare e a potenziare i sistemi, con tutte le loro differenze.

Se valorizzare le differenze regionali porta a privare le persone di garanzie che devono essere identiche, quando cioè un diritto risulta ritagliato, c’è qualcosa che non funziona. E tutto questo porta a sentire la mancanza di una regia centrale, di una regola unica, di un criterio univocamente declinato. E c’è necessità di semplificare e di rendere trasparente e visibile chi fa cosa rendendo trasparenti i compiti, gli obblighi e le responsabilità.

Del titolo V si è poco discusso. E le questioni che sottende sono sfuggite ai più proprio perché il dibattito è stato (volutamente) spostato su temi politici. Ma credo che questi siano i problemi contingenti che qualunque cittadino affronta quotidianamente come persona, lavoratore, imprenditore o studente.

Questo referendum penso possa essere davvero una buona opportunità per cambiare o almeno per innescare il cambiamento. Si, quindi, assolutamente si al referendum. Perché la salute, la prevenzione nei luoghi di lavoro, la sicurezza alimentare, la programmazione della ricerca scientifica e tecnologica, la protezione civile, il commercio con l’estero tornino al controllo centrale dello Stato, a garanzia di tutti i cittadini, perché a ciascuno in maniera uniforme, indipendentemente dalla latitudine, siano garantiti uguali diritti.

Perché, incredibilmente, con questo si, siamo in grado di dire no ad un sistema esausto e superato, che oltre misura ha già risucchiato molte delle nostre energie e delle nostre potenzialità. È ora di iniziare a pensare di costruire in prima persona il proprio futuro. Ed una volta pensato inizieremo a costruirlo per davvero. Il referendum è un primo passo. Quindi: si, si, si. Assolutamente si.

*Specialista in Medicina del Lavoro, Specialista in Medicina Legale e delle Assicurazioni, Medico Autorizzato alla Radioprotezione ex DLgs 230/95. Dirigente Medico 1° liv, ASUR Marche Area Vasta 3, Macerata, Servizio Prevenzione Sicurezza Ambienti di Lavoro
Professore a contratto in Medicina del Lavoro Università Carlo Bo di Urbino Facoltà di Giurisprudenza

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