L'Antipolitica dei politici

Gianfranco Rotondi, nel libro "Meglio la casta" punta il dito contro il nuovo populismo dell'antipolitica. Identificandone i paradossi e gli stravolgimenti del diritto, e della pubblica morale

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Dalla pagina Facebook di Gianfranco Rotondi

28 Novembre Nov 2016 1459 28 novembre 2016 28 Novembre 2016 - 14:59

Estratto dal libro Meglio la casta. L'imbroglio dell'antipolitica (Koinè Nuove Edizioni, 144 pp, 11, 90 Euro)

Dal capitolo L'Antipolitica dei politici

Il capolavoro del parlamento è stato il varo delle leggi speciali. Sissignori, per rincorrere l’antipolitica il parlamento ha varato vere e proprie leggi speciali che hanno cancellato l’autonomia della politica. Esse hanno completato il disastro costituzionale iniziato con l’abolizione dell’immunità parlamentare. Peraltro la prassi parlamentare aveva già cancellato lo scampolo di immunità lasciato in piedi dal legislatore del ‘92: il parlamento si inchina a qualsiasi procura che chieda l’arresto di un suo membro, talvolta è lo stesso malcapitato onorevole a chiedere di autorizzare la misura cautelare.

Madre degli abusi costituzionali fu la legge Severino, promul- gata il 6 novembre 2012 da Giorgio Napolitano, votata da Pd, Pdl, Udc e Lega Nord. La legge Severino prende il nome dal Guarda- sigilli del governo Monti che ne redasse i decreti attuativi, la si- gnora Paola Severino. Il testo della legge originariamente era sta- to concepito dall’on. Angelino Alfano. Il più noto effetto della Severino sulla politica è la decadenza e non candidabilità dei condannati per reati non colposi. E qui si apre un primo pro lo di costituzionalità: un delinquente è irredimibile? E ancora: il popo- lo può scegliere di farsi amministrare da uno che ha sbagliato una volta nella vita ma propone soluzioni e idee giuste? La storia del diritto positivo risponde di sì a entrambi gli interrogativi, la legge Severino sovverte secoli di storia del diritto e dice di no. Il secon- do pro lo di costituzionalità riguarda l’applicazione retroattiva della legge. Essa fu lo strumento per escludere Silvio Berlusconi dal parlamento dopo l’unica condanna de nitiva che egli ha con- seguito in ben 61 processi. Qui si inserisce un piccolo giallo. Mentre la Camera votava la Severino, l’on. Franco De Luca del Pdl aggredì il suo capogruppo Cicchitto dicendo: «È possibile che non capiate che questa legge sarà usata per eliminare Berlusconi se arriva anche una sola condanna?». Cicchitto rispose lapidario: «Siediti e vota, non hai capito niente». O forse De Luca aveva capito tutto, tant’è che non fu ricandidato.

La legge Severino fa dipendere la presenza in politica di qualsi- asi cittadino dal suo certi cato penale: teoricamente una cosa bel- lissima, peccato che sovverta a un tempo il diritto penale e quello costituzionale, il concetto di pena volta alla correzione e quello di democrazia come libertà totale dell’elettore in teoria anche di af- darsi a un pregiudicato. E siamo ancora nel campo della teoria generale del diritto. Se scendiamo nel caso pratico dell’Italia ven- gono i brividi: sono venti anni che sentiamo i politici spiegare che alcune procure sono politicizzate, che alcuni processi sono politi- ci e compagnia cantando. E loro che fanno? Varano una legge speciale che dà alla magistratura il pieno diritto di escludere con un processo qualsiasi protagonista della vita politica. Come av- viene nelle dittature o nelle repubbliche africane delle banane: i colpi di stato si fanno sempre costruendo un processo, avveniva così pure nell’Urss.

Al genio parlamentare non è bastato di consegnarsi in modo assoluto al potere giudiziario. Hanno fatto di più: hanno istituito nuovi reati in grado di trasformare qualsiasi conversazione telefonica in una fattispecie di reato. Nel 2014 il parlamento riforma l’articolo 416 ter del codice penale allargando a dismisura i con- ni del reato di voto di scambio politico-ma oso. Ci manchereb- be, dirà il lettore, il parlamento ha fatto bene. Peccato che il testo di legge parli di una generica utilità promessa dal politico perché scatti il voto di scambio; non vi sono criteri per identi care l’uti- lità nè per individuare la consapevolezza del politico di trattare con ma osi. Conclusione: chi indaga stabilisce l’una e l’altra, e tanti auguri a chi deve difendersi in un’indagine del genere. Del resto è la storia a raccontarci come nirà: il reato di voto di scam- bio fu istituito dalla Dc su sollecitazione dei Gava piegati a Napo- li dallo sfrenato clientelismo di Achille Lauro; anni dopo fu Gava ad essere eliminato dalla scena politica con l’accusa di voto di scambio.

Il parlamento, nell’anno del governo Monti, aveva anche istitu- ito il reato di traf co di in uenze: chi briga con la sua in uenza per procurare a sè o ad altri un illecito vantaggio va in gattabuia. Stavolta il reato non è ritagliato solo sui politici: non a caso per questo reato le recenti cronache consegnano alla gogna un certo Gemelli da Siracusa che non è esattamente un politico ma il com- pagno del ministro Federica Guidi. Non conosco il signor Gemel- li, e ho frequentato super cialmente l’ex ministro Guidi e suo padre Guidalberto. I Guidi sono una dinastia imprenditoriale di assolute virtù civiche, mai mescolati a intrallazzi, amati dai di- pendenti e rispettati dalla comunità emiliana in cui sono radicati. Per il presunto traf co di in uenze di Gemelli i giornali hanno pubblicato pagine di intercettazioni squarciando la vita privata della coppia.

L’accusa dei pm a Gemelli è di aver usato l’in uenza sulla com- pagna ministro per propiziare un emendamento di legge favore- vole a compagnie petrolifere da cui lui otteneva incarichi. La mia impressione è che Gemelli, come suol dirsi, si era «seduto sul risultato», una tecnica democristiana che mi venne spiegata così da un grande della prima Repubblica: «Non c’è bisogno che esegui una raccomandazione, è suf ciente che tu ti informi sul corso del- la questione che spesso si risolve da sola e tu, con una tempestiva telefonata, ti siedi sul risultato ossia ti intesti il merito di una cosa fatta da altri». Astuzie democristiane che non facevano i conti con un tempo a venire in cui una furberia del genere sarebbe stata punita con la reclusione no a 4 anni. La chiamata di Gemelli alla Total mi è parsa la «tempestiva telefonata» con cui il vecchio de- mocristiano suggeriva di «sedersi sul risultato di altri». In questo caso gli «altri» erano ben più in alto di Gemelli e della stessa Guidi: la paternità dell’emendamento in questione è stata rivendi- cata dalla coppia di comando del governo, Renzi e Boschi. Il mi- nistro Boschi ha detto che nessuno le aveva raccomandato l’emen- damento e il premier Renzi ha dichiarato: «Quell’emendamento l’ho voluto io». La procura di Potenza ha voluto sentire la Boschi che ha ricevuto i magistrati a palazzo Chigi. Al ministro è stato chiesto conto di quell’emendamento e questo è un inedito giuridi- co: il magistrato non chiede più conto al politico di una violazione di legge, e nemmeno della sua cattiva applicazione, ma addirittu- ra del perchè di una legge stessa. Con tanti saluti a Montesquieu e a tutte le sciocchezze che ci hanno fatto studiare all’università sulla separazione dei poteri.

Nel frattempo la vita di Guidi e Gemelli ci è stata raccontata dalle intercettazioni pubblicate dai giornali, non senza corsivi di commento sulla vita sentimentale dei protagonisti. Gli italiani hanno saputo tutto di amori calcoli e intrighi del compagno della Guidi, e la poverina è stata rappresentata come una matura signo- rina raggirata da un giovanotto senza scrupoli. Che attinenza tutto questo abbia con l’indagine, nessuno se lo chiede. Mi auguro che la vicenda si concluda positivamente per gli indagati, ma essi sap- piano sin da ora che assoluzioni e archiviazioni per i giornali ita- liani sono notizie di un rigo solo.

Il reato di traf co di in uenze può riguardare il professore che riceve una raccomandazione, il magistrato che ottiene uno sconto su un acquisto, il medico che riceve un dono dalla casa farmaceu- tica, il dipendente comunale che accetta una tessera omaggio allo stadio, il preside che va in vacanza ospite dell’insegnante da lui assunto. Non continuo l’elenco perché è smisurato e contiene tut- ta l’Italietta che amo riassumere nel suo programma politico pre- ferito: «rivoluzione e raccomandazione», rivoluzione contro gli altri e raccomandazione per sè. Istituendo il reato di traf co di in uenze abbiamo rifondato per via di legge le basi etiche del paese? No, abbiamo solo fatto diventare gli italiani l’unico popo- lo del mondo indagabile «a la carte» in qualsiasi momento.

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