La battaglia di Laura Boldrini contro le notizie false. «La disinformazione in rete porta odio e violenza»

La battaglia della presidente della Camera contro le bufale online: «Alterare la realtà è un’operazione sporca. Io sono colpita perché rappresento valori che danno fastidio. Facebook e Twitter sono venute a Montecitorio. È stato un incontro deludente, hanno declinato ogni responsabilità»

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29 Novembre Nov 2016 0810 29 novembre 2016 29 Novembre 2016 - 08:10

«Vuole sapere l’ultima bufala che mi riguarda? Stando a quanto si legge in Rete, avrei proposto di assegnare la cittadinanza italiana agli immigrati che voteranno Sì al referendum. Come se per andare ai seggi domenica non fosse già necessaria la cittadinanza». Da almeno tre anni il web è pieno di siti che attribuiscono alla Presidente della Camera Laura Boldrini frasi mai pronunciate e storie inventate. «E non le dico i commenti terrificanti che seguono. Non è satira: purtroppo questa disinformazione si porta dietro una scia di odio e violenza che è difficile persino immaginare». E così Boldrini ha dichiarato guerra alle fake news. Un fenomeno tanto odioso quanto diffuso. Venerdì scorso, in occasione della giornata internazionale contro la violenza sulle donne, ha pubblicato sulla sua pagina Facebook una piccola selezione degli insulti che riceve quotidianamente sul noto social network con i nomi di chi li aveva scritti. Mentre stamattina ha organizzato un convegno a Montecitorio per discutere di bufale e delle gravi conseguenze per chi ne subisce gli effetti. Senza dimenticare il ruolo di chi ha il dovere di porre un argine al fenomeno, a partire dal mondo dei media e dell’informazione.

Presidente Boldrini, è possibile quantificare il fenomeno? Quanto è diffusa la pubblicazione di fake news in Rete?
È un fenomeno molto diffuso e si sta allargando con conseguenze pericolose per la società. Il World economic forum ha inserito la disinformazione digitale nella lista dei rischi globali, capace di avere risvolti politici, geopolitici e, perfino, terroristici. Purtroppo non tutti hanno gli strumenti per decifrare e difendersi dalla disinformazione. Alcuni studi dimostrano come gli adolescenti, in particolare, difficilmente riescono a districarsi tra le notizie false. E non solo in Italia. Queste bufale si infiltrano e inquinano il web. Parliamo di un meccanismo molto grave: alterare la realtà e manipolare le opinioni pubbliche è un’operazione sporca, illegale.

Come si interviene?
Non bisogna abbassare le testa. È necessario che tutti si assumano le proprie responsabilità. Alla fine fa comodo a molti se girano notizie false, sparate senza alcuna verifica. I siti moltiplicano click, interazioni e pubblicitá. Ma se si accetta questa degenerazione l'informazione perde ogni credibilità. È un fenomeno che non sappiamo dove ci può portare.

«Ho pubblicato sulla mia pagina Facebook nomi e cognomi di chi mi ha rivolto insulti e minacce. Sono una decina, presi solo tra gli ultimi, ma ce ne sarebbero a centinaia. È una galleria degli orrori che mi accompagna ormai da tre anni e mezzo. Volgarità, sconcezze e messaggi violenti completamente decontestualizzati. Credo che presto ne pubblicherò altri. È arrivato il momento che le persone si assumano la responsabilità di quello che scrivono»

Lei è molto sensibile all’argomento. Da tempo è attiva sulle questioni che riguardano la Rete.
A Montecitorio ho istituito due diverse commissioni. Una sulla Rete, composta da esperti e deputati, che ha elaborato una Carta sui diritti e doveri in internet. È un progetto nato per tutelare i diritti dei cittadini digitali. Ma ho voluto anche creare una commissione contro odio, razzismo e sessismo, che abbiamo dedicato a Jo Cox, la parlamentare britannica assassinata alla vigilia del referendum sulla Brexit. E poi ho dato vita ad alcune operazioni di denuncia pubblica. Venerdì scorso, ad esempio, ho pubblicato sulla mia pagina Facebook nomi e cognomi di chi mi ha rivolto insulti e minacce. Sono una decina, presi solo tra gli ultimi, ma ce ne sarebbero a centinaia. È una galleria degli orrori che mi accompagna ormai da tre anni e mezzo. Volgarità, sconcezze e messaggi violenti completamente decontestualizzati. Credo che presto ne pubblicherò altri. È arrivato il momento che le persone si assumano la responsabilità di quello che scrivono.

Un’operazione di forte impatto. Non c’era altro modo?
Ho il dovere di denunciare queste vicende, anche per le migliaia di donne che vivono in silenzio la stessa condizione, così pure per quante non riuscendo a sostenere tutto questo hanno deciso di uscire dai social network rinunciando così a un loro diritto. Se non lo faccio io, che rivesto un importante ruolo istituzionale, chi altro lo dovrebbe fare? Noi donne non abbiamo fatto tante battaglie per l’affermazione dei nostri diritti per poi ritrovarci in questa situazione.

Una parte delle responsabilità è inevitabilmente dei social network.
I rappresentanti di Facebook e Twitter sono stati auditi dalla commissione Jo Cox. E, devo dire, sono state audizioni molto deludenti. Hanno declinato gran parte delle responsabilità, ci hanno detto che sono solo delle piattaforme digitali che facilitano i contatti tra le persone. Mi spiace, ma sono molto di più di questo, creano opinione fino a influenzare gli esiti delle campagne elettorali. Sensibilizzare i propri utenti non basta. Perché una persona che è stata offesa online deve pietire che quei commenti vengano rimossi, e poi aspettare chissà quanto prima di vedere riconosciuto questo proprio diritto? Chi deve tutelare la reputazione e la dignità di queste persone? Mercoledì incontrerò i vertici di Facebook, Richard Allan (vice Presidente Public Policy Facebook in Europa, Medio Oriente e Africa, ndr) e altri dirigenti dell’azienda americana. Parleremo anche di questo. Serve una sorveglianza più capillare e attenta, vanno riviste alcune policy, è necessaria una maggiore collaborazione con la polizia postale.

«Chi mette in giro queste bufale ha un disegno politico chiaro. Vuole screditarmi e delegittimarmi. Ma come si può credere che io avrei chiesto in Italia l’utilizzo obbligatorio del burqa o avrei proposto una tassa sulla carne di maiale? Ma non è un caso se sono una delle vittime principali. Sono una donna delle istituzioni, mi sono sempre battuta per i diritti. Rappresento dei valori che danno fastidio»

Lei è spesso una protagonista delle bufale che girano in rete. Si è chiesta perché?
Chi mette in giro queste bufale ha un disegno politico chiaro. Vuole screditarmi e delegittimarmi. Ma come si può credere che io avrei chiesto in Italia l’utilizzo obbligatorio del burqa o avrei proposto una tassa sulla carne di maiale? Ma non è un caso se sono una delle vittime principali. Sono una donna delle istituzioni, mi sono sempre battuta per i diritti. Rappresento dei valori che danno fastidio: combatto per una società inclusiva, per il rispetto delle donne, per restituire dignità a chi è colpito dalle disuaglianze.

Ma è davvero possibile intervenire per combattere il fenomeno delle fake news? Regolare la Rete è quasi impossibile…
È doveroso combattere per difendere la verità. Oggi viviamo nell’era della post verità. Si preferisce la conferma del proprio pregiudizio alla verità oggettiva dei fatti. È un’epoca in cui giornali e media sono chiamati a una particolare responsabilità, altrimenti il concetto di informazione finisce e il cosidetto quarto potere tramonta. I mezzi di informazione devono lavorare di più sul fact checking. Per quanto riguarda il debunking (la pratica di riconoscere e smentire bufale e notizie false, ndr) ritengo che sia attività doverosa in quanto non ci si può arrendere alla menzogna. E poi serve una pressione più stringente sui social network che li induca a una revisione delle loro policy, che siano più orientate alla tutela di chi è offeso anzichè alla privacy di chi offende. Insomma, non c’è piu tempo da perdere, questo è per tutti il momento della responsabilità.

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