No, se Renzi perde il referendum non ci sarà nessun governo tecnico

Non lo vuole Renzi, non lo vuole Mattarella, non avrebbe maggioranza parlamentare, né motivo d'essere. Ma tutti ne parlano, perché in questa campagna referendaria tutto fa brodo, purché non si parli della riforma

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ANDREAS SOLARO/AFP/Getty Images

29 Novembre Nov 2016 1033 29 novembre 2016 29 Novembre 2016 - 10:33

Ormai c'è un incendio al giorno, in questa campagna referendaria. Facciamo un breve riassunto: la riforma scritta da Jp Morgan, la deriva autoritaria, le otto banche pronte a fallire, la dissoluzione dell’Europa, i poteri forti per il Sì, quelli per il No e i mercati nervosi, sempre e comunque. Buon ultimo, in un dibattito in cui la riforma costituzionale assomiglia sempre più a un MacGuffin come la valigetta di Pulp Fiction, un oggetto utile solo a dare vivacità alla trama, lo spauracchio di un governo tecnico. Addirittura, di un Monti bis, come si è arrischiato a preconizzare qualcuno.

A dare fuoco alle polveri è stato l’Economist, nel suo ormai noto endorsement per il No di venerdì 25 novembre. Renzi non è stato in grado di fare le riforme, dice il settimanale londinese, quindi bisogna votare No per mandarlo a casa e dar vita a un nuovo esecutivo tecnico. Tanto è bastato a Matteo Renzi, per soffiare sul fuoco della paura: «Il rischio di governo tecnico c’è, ma non dipende da me - ha detto in un evento elettorale a Torino -, sta a voi scongiurarlo con il Sì».

Ok, bella mossa, Matteo. Ma la prospettiva di un governo tecnico dopo il voto del 4 dicembre, comunque vada il voto del 4 dicembre, è fantapolitica allo stato puro. Lo è se Renzi vince, ovviamente, ma lo è anche se Renzi perde.

Renzi, anche se si dimettesse da premier, rimarrebbe comunque il segretario del Partito Democratico. Sarà lui, in caso di crisi, a guidarne la delegazione dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che per inciso tutto vuole fuorché l’instabilità. E difficilmente si caricherà sulle spalle il peso di essere il primo sostenitore di un esecutivo che, ad andar bene, gli costerà un ulteriore bagno di sangue elettorale

Primo: perché Renzi, anche se si dimettesse da premier, rimarrebbe comunque il segretario del Partito Democratico. Sarà lui, in caso di crisi, a guidarne la delegazione dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che per inciso tutto vuole fuorché l’instabilità. E difficilmente si caricherà sulle spalle il peso di essere il primo sostenitore di un esecutivo che - anche solo a causa della fama che lo precede - gli costerà un ulteriore bagno di sangue elettorale. Tanto più con oppositori come Movimento Cinque Stelle e Lega Nord, che stapperebbero le loro bottiglie migliori, nel caso si verificasse questa eventualità.

Secondo: perché una maggioranza politica esisterà ancora, dopo il referendum, che sia Renzi a guidare l’esecutivo o uno dei suoi ministri, sia esso Delrio, Franceschini, Calenda o Padoan (in ordine non casuale). Non vogliono la crisi né Verdini, né Alfano, né la minoranza del Partito Democratico. L’unica cosa che vogliono - e Renzi, a quanto si dice, ha già trovato la quadra - è una legge elettorale che tuteli i piccoli partiti e le minoranze più di quanto facesse l’Italicum. Fine. Altre questioni aperte non esistono. Veleno nella coda: pensare a congiure prima di settembre, mese in cui decorreranno i termini per la pensione dei parlamentari, è fantascienza allo stato puro.

Terzo: perché checché ne dicano quelli che la sanno lunga, Renzi non vuole lasciare né andare al voto quanto prima. Se si dimettesse - come qualcuno dice si appresti a fare già prima del referendum - è per farsi incaricare di nuovo. C’è da chiudere l’aumento di capitale di Mps, questo sì vero e proprio show-down dell’esecutivo, che col referendum però non ha nulla a che vedere. C’è un G8 a Taormina, in primavera, che Renzi sogna di presiedere. C’è la trattativa sul bilancio pluriennale dell’Unione Europea. Soprattutto, c’è la legge di bilancio 2017 in autunno, quella del tanto sbandierato taglio dell’Irpef. Difficile pensare che Renzi non voglia andare al congresso del Pd e poi al voto senza aver realizzato il punto più ambizioso del suo programma, quello in grado davvero di farlo passare all’incasso.

Quarto: perché non siamo nel 2011. L'Italia cresce poco, ma cresce. Ci sono il Quantative Easing e la Banca Centrale Europea che acquistando i nostri titoli di stato, ci terranno al riparo da una crescita folle dello spread. E i conti pubblici italiani sono stati messi in ordine dalla riforma delle pensioni di Elsa Fornero. Cosa dovrebbe fare un governo tecnico che un governo politico non può fare? La patrimoniale?

Ce n’è abbastanza per votare tranquilli e sereni, insomma. Dietro la curva, fortunatamente per noi, non c’è né la Brexit, né Trump. C’è una Costituzione e c’è da decidere se modificarla o meno. Che ne dite, ce la faremo, per qualche ora, a parlare solo di questo?

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