Chi parla di post-verità e fascismo non ha capito nulla del Movimento Cinque Stelle

Per Buzzfeed è una Spectre delle notizie false, per Santoro è «destra pura», ma Beppe Grillo e i suoi sono qualcosa di molto più profondo e complesso. Per capirlo, basta guardare Matteo Renzi

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30 Novembre Nov 2016 1024 30 novembre 2016 30 Novembre 2016 - 10:24

È curioso e piuttosto singolare che a sette anni abbondanti dalla sua nascita, il 4 ottobre del 2009, nessuno sia ancora riuscito a capire cosa sia esattamente il Movimento Cinque Stelle. «Fake news and Kremlin propaganda», lo liquida una recentissima inchiesta di Alberto Nardelli e Craig Silverman su Buzzfeed, rubricandolo a una sorta di spin off europeo del Trumpismo come lo vedono i progressisti americani: post-verità ed eterodirezione da Mosca.

Michele Santoro dice che è destra pura, con tratti fascisti: «Tu fai domande e loro rispondono col manganello e l’insulto», ha recentemente raccontato al Foglio chi tra i primi li ha blanditi come forza del cambiamento. Niente di diverso da Marine Le Pen, parrebbe di capire. O da Berlusconi, dicono altri, ricalcando attorno a Beppe Grillo la sagoma dell’uomo di spettacolo, miliardario «con la Ferrari in garage e il filippino che risponde al telefono», col partito azienda di cui dispone come fosse un sovrano e una Spectre mediatica al suo servizio - l’oscura Casaleggio e Associati - in grado di lavare il cervello alle masse attraverso i social network.

Hanno ragione tutti, in parte, e non ha ragione nessuno. Non fosse altro per il fatto che il Movimento Cinque Stelle sfugge, ancora oggi, a ogni classificazione politica, ideologica e sociale. Nasce di sinistra, da un brodo di coltura fatto di giustizialismo anti-berlusconiano, girotondi, battaglie ambientaliste, democrazia orizzontale e diretta, ma al parlamento europeo sta con l’Ukip di Nigel Farage, non disdegna né Trump né Putin. Tra i suoi riferimenti culturali e massmediatici c'è la santissima trinità dell'editto bulgaro Santoro-Biagi-Luttazzi (più Travaglio e Gabanelli), ma anche i metodi spicci di killeraggio televisivo di Antonio Ricci, della sua “voce dell’incontinenza” e dei suoi Gabibbi e vice-tali, in prima serata su Canale 5.

Il Movimento Cinque Stelle vince quando sono gli altri a levare le bandiere europee alle loro spalle, ad agitare la competenza di tecnici e professori come uno spauracchio, a trasmettere in streaming le loro riunioni, a rivendicare di aver fatto arrestare uno dei loro, a far dimettere ministri nemmeno indagati, a tagliare i costi della politica lasciando intatti quelli della burocrazia, a fare strame di ogni corpo intermedio tra il leader e il popolo

Ancora: nasce come forza anti-capitalista e no global - celebri le intemerate di Beppe Grillo alle assemblee dei soci delle multinazionali -, ma dirige i suoi strali verso politica e media: «I grandi investitori e le borse non si spaventino», ha scandito in un recente comizio. Dilaga al Sud, dove ha stretto un alleanza di ferro coi dipendenti pubblici, i tassisti e tutti i detentori di rendite, ma elogia internet, la sharing economy e tutte le innovazione con un potenziale distruttivo di ogni rendita. Nella sua costituency elettorale c’è il popolino, ma anche giovani professionisti laureati, gente che ha un bel cervello e vota con quello, non con la pancia. Vince dove le cose vanno male, come a Roma e in Sicilia, e dove vanno molto meglio, come a Torino e in Romagna. Teorizza e pratica la democrazia diretta, ma è organizzato come fosse una setta segreta. E non c’è gaffe, o scandalo o disastro amministrativo in grado di scalfirne il consenso.

Forse la risposta è più semplice di quanto si creda. Forse il Movimento Cinque Stelle non è che una forza interstiziale, uno spazio politico per gente legittimamente stufa, in cui trovano temporaneo rifugio tutte le paure, le rabbie, le istanze di cambiamento che altrove non trovano risposta. La sua forza politica sta nell’intercettarle, usando la Rete e le piazze - quasi sempre stracolme, va raccontato pure questo, cari cantori della post-verità -, e nell’offrire in cambio un’antropologia politica nuova, giovane e pura, non importa quanto competente o capace. Se il suo obiettivo fosse governare, sarebbe un problema. Ma vincere, per il Movimento Cinque Stelle, non è che un effetto collaterale - un’eventualità figlia di complotti altrui, addirittura - quasi una bestemmia per una forza che ha nel Dna una diffidenza e un’idiosincrasia quasi anarchica verso il potere e il suo esercizio. Lo scopo non è realizzare programmi, ma disfare la tela altrui e contaminare quanto più possibile le forze politiche avversarie.

Il Movimento Cinque Stelle oggi vince quando sono gli altri a levare le bandiere europee alle loro spalle, a parlare di «un voto contro la Casta», ad agitare la competenza di tecnici e professori come uno spauracchio, a trasmettere in streaming le loro riunioni, a rivendicare di aver fatto arrestare uno dei loro, a far dimettere ministri nemmeno indagati, a tagliare i costi della politica lasciando intatti quelli della burocrazia, a fare strame di ogni corpo intermedio tra il leader e il popolo, sia esso un’associazione di rappresentanza o un giornale. Questa non è post-verità, cari amici di Buzzfeed. Questa è egemonia culturale. E se volete capire quanto sia pervasiva e radicata quella del Movimento Cinque Stelle, quanto Grillo stia vincendo la sua sfida politica anche senza fare un minuto a palazzo Chigi, non andate su La Cosa e su Tze Tze. Guardatevi Matteo Risponde.

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