"I grandi editori sono spacciati, il futuro è di chi saprà fare libri belli"

Fondare una casa editrice nel 2016 è una assurda follia? No, e il segreto per farcela è vecchio come il mondo: puntare sulla qualità e su un pubblico capace di apprezzarla. È da qui che parte la sfida della casa editrice De Piante che parte con tre sorprendenti lettere inedite di Montale

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30 Novembre Nov 2016 1158 30 novembre 2016 30 Novembre 2016 - 11:58

Il mondo dell'editoria italiana sta vivendo un periodo di grande complessità. Qualcuno per anni l'ha chiamata crisi, ma crisi, ora, non è più. È cambiamento, trasformazione, e non è ancora finita. I segnali di questo cambiamento profondo del panorama editoriale sono molteplici e, ad occhi non avvezzi, potrebbero addirittura sembrare sintomi paradossali di una malattia bizzarra: il numero di lettori crolla; il numero dei titoli sale, così come le tirature; le grandi case editrici si fondono e sono in difficoltà; alcune piccole e medie soffrono, mentre altre registrano fatturati record.

«Sono 4.608 le case editrici che hanno pubblicato almeno un titolo nel corso dell’anno (+0,1% rispetto al 2014). In leggera crescita quelle che pubblicano tra 10 e 60 titoli l’anno (1.005). 65mila i nuovi titoli su carta nel 2015, cui si aggiungono 63mila ebook: aumentano le tirature, anche “digitali”», recita l'ultimo rapporto dell'AIE, che però almeno può permettersi di sottolineare finalmente dei segni positivi in alcuni settori.

L'analista dei media americano Jeff Jarvis, seppur ragionando di un altro campo da gioco, ha scritto che “L'unico modo sano di reagire a un cambiamento è trovare le opportunità in esso”. Deve esserci qualcosa di vero. E infatti, mutatis completamente mutandis, qualche decennio prima anche uno come Mao Tse-tung ripeteva un adagio che per molti versi è simile a quello di Jarvis: “Grande è la confusione sotto il cielo", diceva il Grande Timoniere, "la situazione è eccellente”. E la situazione in cui siamo pare proprio questa: grande confusione, nuove opportunità.

A provare a dimostrarlo sono in tanti. Sia nel medio che nel piccolo. E dopo le esperienze artigianali di editori di altissima qualità come Henry Beyle o Nervi, ora si aggiunge un'altra avventura di questo tipo. Si chiama De Piante, è stata fondata dall'imprenditrice Cristina Toffolo De Piante e conta sui giornalisti Luigi Mascheroni e Angelo Crespi per la curatela editoriale.

«Noi siamo convinti che una casa editrice di nicchia abbia tutte le possibilità di esistere», ci dice Angelo Crespi, «e il nostro è un progetto che punta a un target piccolo, specifico e ben individuato. Sono questi i fattori che ci permettono di essere fiduciosi sulla sostenibilità del nostro progetto».

Perché?
Quella che chiamiamo crisi del libro e della lettura è soprattutto una crisi dei modelli di distribuzione. E infatti a dimostrarlo ci sono tante avventure editoriali che puntano sul prodotto libro e sulla qualità dell'offerta culturale, da quelle molto piccole e di nicchia come la nostra o Henri Bayle (attiva dal 2009) fino a quelle più grandi e più di massa come La nave di Teseo, esperienze hanno campo per vivere e svilupparsi.

Che momento è per l'editoria italiana?
È un momento complesso, certamente, ma ricco di creatività e di possibilità per chi sa puntare su un pubblico solido ed è in grado di produrre prodotti validi.

Perché in molti soffrono?
Alcune grandi case editrici sono costrette a fatturare, quindi a produrre senza sosta novità su novità. E questo perché, con il sistema dei resi che rinvia continuamente il problema, se si fermano muoiono. È una sorta di catena di sant'Antonio. Lavorare come noi su pochi titoli, di grande qualità e su piccole tirature ci permette di non infilarci in quel circolo vizioso che sta soffocando le grandi.

Quali sono le vostre armi?
La tiratura limitata di 250 esemplari, la copertina d'artista, la qualità delle scelte editoriali e quella cartotecnica, e poi l'unicità del prodotto — perché di ogni libro tiriamo anche una serie di dieci esemplari personalizzati dall'artista di copertina — ci permettono di rivolgerci a un pubblico che è di nicchia ma non è elitario.

Di nicchia non elitario, che cosa vuol dire?
Parlare di un pubblico di nicchia significa avere come obiettivo il coinvolgere un pubblico compatto e piccolo, che voglia e possa spendere qualche soldo in più, certo, ma non elitario. Non vendiamo libri rari a mille euro, proponiamo libri belli, curati e da collezione a poche decine di euro.

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