Marco Leonardi: «Povertà e disoccupazione: ecco perché bisogna riformare il Titolo V»

L’economista, consulente del governo, ricorda come nacque la riforma dei rapporti Stato-regioni, nel 2001: «Non ci fu trattativa, nemmeno le Regioni si aspettavano di avere tanta autonomia. Ora, se cambia il titolo V riusciremo a fare politiche più incisive contro disoccupazione e povertà»

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30 Novembre Nov 2016 1245 30 novembre 2016 30 Novembre 2016 - 12:45

«Tutti parlano del Senato, della fine del bicameralismo perfetto, della riduzione del numero dei parlamentari. Tutte cose importanti, intendiamoci, ma il pezzo della riforma costituzionale che tocca più vicino i cittadini è la riforma del titolo V». Professore associato di economia politica alla Statale di Milano e consulente del Governo per la riforma del lavoro, Marco Leonardi è convinto che sia l’eccessiva autonomia ed eterogeneità regionale il vero nodo gordiano dal sciogliere, per modernizzare l’Italia.

Come mai, Leonardi, è importante la modifica del rapporto tra lo Stato e le regioni?
Perché coinvolge tantissimi ambiti: l’energia, i trasporti, le telecomunicazioni, gli ordini professionali, lo sviluppo del turismo, l'organizzazione e l'attività delle pubbliche amministrazioni, persino la previdenza integrativa.

E perché è giusto cambiarlo?
È giusto cambiarlo perché, come il bicameralismo paritario, aveva già dei difetti di partenza. Il Titolo V, è stato concepito nel 2001, in un periodo di egemonia culturale federalista-leghista. E fu approvato, potremmo dire, "per caso": per la necessità di rispondere celermente a istanze territoriali ed autonomistiche, che con la necessaria attenzione e prudenza.

In che senso per caso?
La volontà politica del governo era chiara: fare un titolo V regionalista, che desse più potere alle regioni, ma con giudizio. A scrivere la bozza iniziale, però, furono professionisti su mandato delle Regioni. Uno di loro mi raccontò che furono proprio i governatori regionali a chieder loro di allargare a dismisura i poteri delle regioni, quasi a farle assomigliare a quelle a Statuto Speciale. Erano certi che la trattativa con lo Stato avrebbe annacquato la loro proposta e, per così dire, avevano sparato alto. Quella trattativa, però, non ebbe mai luogo.

Come mai?
Perché il centrosinistra decise di candidare Francesco Rutelli anziché l’allora premier Giuliano Amato alle elezioni del 2001. Mentre Amato, che era contrario alla riforma, avrebbe intavolato una trattativa dura, Rutelli spinse perché la riforma fosse approvata più velocemente possibile, a colpi di maggioranza, perché voleva una vittoria elettorale contro Berlusconi. Di fatto, il testo che passò fu un regalo clamoroso alle Regioni. Ad esempio, non presentava nessuna clausola di supremazie dello stato. La Corte Costituzionale si era dovuta inventare l’interesse nazionale e un sacco di giurisprudenza per dirimere le controversie tra Stato e Regioni. Quella riforma, quella sì, era stata fatta in fretta e male.

Qualcuno dice che lo sia anche quella di oggi…
Nemmeno questa è perfetta, è vero, ma se non altro distingue chiaramente se la competenza è statale o regionale.

«Prendiamo ad esempio l’assegno di ricollocazione, che sarà finanziato a livello nazionale, e gestita dai centri per l’impiego sul territorio. Se non hai le competenze sulle politiche attive, ogni Regione può mettersi di traverso e farti ricorso. O usare quei soldi come vuole, come ad esempio avviene oggi con i soldi del diritto di studio»

Marco Leonardi

A proposito di presunte imperfezioni: la sanità rimane alle Regioni, nonostante i mille sprechi e commissariamenti…
Secondo me è giusto. È il cuore dei bilanci delle regioni, se togli loro la sanità, perdono di senso le Regioni. Ora però lo Stato ha la possibilità di emanare le disposizioni generali e comuni, definendo la cornice entro cui le sanità regionali dovranno operare. A mio avviso cambierà poco: la sanità lombarda rimarrà la sanità lombarda, quella calabrese pure. Purtroppo. Le disposizioni generali e comuni non perequeranno né le risorse, né i servizi: costituiranno un parametro cui le Regioni meno virtuose dovranno, nel tempo, progressivamente adeguarsi, che lo vogliano o meno.

Invece cosa succederà alle politiche del lavoro?
Per le politiche del lavoro cambia moltissimo. Almeno due delle riforme più importanti che stiamo facendo sono state scritte a costituzione vigente, ma pensate in funzione della costituzione futura. Ad esempio, l’Agenzia Nazionale per le Politiche Attive del Lavoro può lavorare efficacemente solo se le competenze delle politiche attive sono nelle mani dello Stato.

Quindi se vince il No bisogna rifare tutto?
No, assolutamente, ma le politiche attive saranno molto depotenziate. Ed è un peccato, perché quella è una parte fondamentale del jobs act.

Si spieghi meglio…
Prendiamo ad esempio l’assegno di ricollocazione, che sarà finanziato a livello nazionale, e gestita dai centri per l’impiego sul territorio. Se non hai le competenze sulle politiche attive, ogni Regione può mettersi di traverso e farti ricorso. O usare quei soldi come vuole, come ad esempio avviene oggi con i soldi del diritto di studio. Che è regionale, e resterà tale dopo il referendum.

Le misure contro la povertà, invece?
Quelle oggi sono gestite dai comuni, addirittura. Ed è un problema, perché i poveri sono aumentati tantissimo, e molti comuni non hanno né soldi, né strutture, né idea di come occuparsene.

Quindi cosa cambierà?
Cambia che sulle politiche sociali si va sul nazionale. Anche qui, non va a discapito delle regioni più virtuose. Succederà che la carta per la povertà diventa uno strumento nazionale. Poi saranno i comuni a gestirli, certo, ma lo strumento è statale. Sembra un dettaglio, ma cambia tutto. E cambia in meglio.

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