In corsia

Infermieri italiani sull’orlo di una crisi di nervi

Il racconto di chi fa questo lavoro, tra reparti sott’organico, stress e pressioni di medici e parenti dei pazienti. “Facciamo tutto di fretta e inevitabilmente ne va della qualità del servizio”. Secondo l’Ipavsi, in Italia servirebbero almeno 47mila infermieri in più

Nurse

(Getty Images/Christopher Furlong)

1 Dicembre Dic 2016 1010 01 dicembre 2016 1 Dicembre 2016 - 10:10

Turni massacranti, campanelli che suonano di continuo, telefoni che squillano. E poi le terapie da somministrare, il rilevamento dei parametri vitali, le cure igieniche e i letti da rifare. «E se ti fermi per andare in bagno o bere un bicchier d’acqua, ti guardano tutti male, compresi i parenti dei pazienti». Sono i racconti che arrivano dagli infermieri nelle corsie degli ospedali italiani. I tagli alla spesa sanitaria e il blocco del turn over hanno indebolito molto anche questa categoria, abbassando il numero dei professionisti nelle strutture e trasformando quello che già era un lavoro al cardiopalma in una corsa continua, a discapito della sicurezza ed efficienza dei servizi. E anche delle condizioni di lavoro degli infermieri, una delle categorie più a rischio per sindrome da burnout e dipendenza da stupefacenti.

Secondo i calcoli dell’Ipasvi, la Federazione dei collegi degli infermieri, per garantire servizi dignitosi e ritmi di lavoro accettabili, bisognerebbe aggiungere 47mila infermieri in più al totale dei 270mila oggi in servizio (di cui il 10% in part time). In soli cinque anni i nostri ospedali hanno perso 7.500 infermieri, con un’emorragia più forte nelle regioni in piano di rientro (Campania, Lazio e Calabria), che ne hanno addirittura il 72,5% in meno. E le conseguenze per chi fa questo lavoro sono disastrose. Perché dove il personale manca, c’è chi deve lavorare di più. E per il mancato ricambio generazionale, gli infermieri over 50 – meno adatti a turni pesanti e manovre rischiose – sono ormai il 38% del totale.

I tagli alla spesa sanitaria e il blocco del turn over hanno indebolito molto questa categoria, abbassando il numero dei professionisti nelle strutture e trasformando quello che già era un lavoro al cardiopalma in una corsa continua, a discapito della sicurezza ed efficienza dei servizi

«Le pressioni iniziano già prima del turno a causa del poco tempo tra il cambio dei turni», racconta un infermiere dipendente di una struttura lombarda. Ogni turno inizia con le “consegne”: significa che l’infermiere smontante racconta a quello entrante le informazioni e novità terapeutiche di ogni singolo paziente. «È un momento molto delicato perché bisogna sempre dirsi tutto e non dimenticare niente, soprattutto gli esami da fare», spiega. Ma, visto che si è in pochi, «anche in questa fase veniamo continuamente interrotti da campanelli che suonano e dai parenti che si presentano alla porta della guardiola».

E una volta cominciato il turno, «inizia il “piano di lavoro”, che prevede troppe cose in troppo poco tempo». Dalla somministrazione dei farmaci agli esami del sangue urgenti. «I pazienti vanno e vengono da procedure diagnostiche», raccontano. «Quindi il personale ausiliario (i cosiddetti Oss, Operatori socio sanitari, ndr) continua ad allontanarsi dal reparto lasciandoci senza supporto. Ci ritroviamo quindi a fare mansioni che dovremmo delegare a loro, togliendo tempo al nostro ruolo e accumulando lavoro da finire. Nel frattempo arriva di nuovo l’orario del giro terapia, con i pazienti e i parenti che incominciano a farti notare che sono passati due minuti dal loro antibiotico, che è arrivato il pasto e non hai ancora fatto l’insulina ecc.».

Gli orari del “piano lavoro” spesso non si riescono a rispettare. Perché ci sono tante mansioni da “spalmare” tra pochi infermieri, e così, complice anche le continue interruzioni per le emergenze, non si finisce mai entro l’orario del “compito successivo”. Accumulando ritardi su ritardi che provocano le lamentele continue dei pazienti e dei parenti. «Ad esempio», spiegano, «il telefono suona continuamente ma non sempre c’è una persona preposta per rispondere e basta. Quindi devi interrompere quello che stai facendo e alzare la cornetta». Le pause, con ritmi del genere, sono un miraggio. «E se ci fermiamo per andare in bagno, consultarci tra noi o bere un bicchiere d’acqua anziché correre a cambiare pannoloni o spostare cuscini, ti guardano male, dal medico ai parenti dei pazienti». E alla fine, al termine del turno, «restano sempre cose da fare». Così spesso ci si ferma oltre l’orario di fine turno. «Inutile dire», raccontano tutti, «che così la qualità dell’assistenza è molto ridotta, perché si fa tutto in fretta». E «devi essere pronto a difenderti». Perché, come per i medici, la preoccupazione per le denunce è alta. In un anno si registrano tre richieste di risarcimento ogni cento infermieri.

Le pause, con ritmi del genere, sono un miraggio. «E se ci fermiamo per andare in bagno, consultarci tra noi o bere un bicchiere d’acqua anziché correre a cambiare pannoloni o spostare cuscini, ti guardano male, dal medico ai parenti dei pazienti

Per poter erogare un’assistenza di qualità, il rapporto dovrebbe essere di un infermiere ogni 5/7 pazienti, a seconda della gravità. Secondo uno studio pubblicato sul British Medical Journal, il tasso di mortalità dei pazienti è inferiore del 20% quando un infermiere ha in carico un numero di pazienti pari a sei o meno. «Invece spesso nei nostri ospedali è di uno ogni 10/15 pazienti», racconta un infermiere. «E di notte in molte aziende non è presente neanche il personale di supporto». La media nazionale è di 12 pazienti per infermiere, ma in alcune regioni si arriva anche a un rapporto di 18 a uno. E spesso si finisce per “sfruttare”, e non poco, i tirocinanti dei corsi di laurea. Che non a caso, a Firenze, dopo la sospensione dei rimborsi da parte della Regione Toscana, il 23 novembre scorso sono scesi in piazza per raccontare come gli stage ormai siano diventati un mezzo per sopperire alla carenza di personale.

I turni di lavoro variano da 7 a dieci ore e mezza, a seconda che si faccia mattino, pomeriggio o notte. Il contratto prevede una media di 7 ore e mezza al giorno. Ma gli straordinari ormai non si contano neanche più. Non a caso, la spesa in ore extra – quando viene pagata – è aumentata ovunque. Dal 2% della retribuzione nelle regioni “virtuose” al 4,5% in quelle in piano di rientro. Di solito gli infermieri possono scegliere se essere pagati o recuperare il riposo. Ma essendo in pochi, non si recupera mai. E il pagamento, in molti casi, viene dato solo se si è in pari con le ore e se nello stesso mese non sono stati chiesti altri permessi.

«Dove è maggiore lo straordinario è evidentemente più alto il numero di ore di lavoro richiesto al singolo professionista», si legge nell’ultimo report di Ipasvi, «e dove le ore di lavoro aumentano è perché c’è carenza di organico, ma il servizio va garantito e i turni coperti». Con conseguenze sulla salute degli infermieri in corsia, e sul servizio svolto. «Turni massacranti si traducono in disturbi del sonno, problemi digestivi, stress, aumento di peso, malattie dell’apparato grastroenterico, effetti sulla salute psicoaffettiva e disturbi cardiovascolari». Tant’è che quella degli infermieri è una delle categorie sanitarie più colpite anche dalle dipendenze da alcol e sostanze stupefacenti. Per reggere ritmi incessanti si finisce a volte per ricorrere al “doping” di sostanze psicoattive e stimolanti. E il pericolo è ancora più alto rispetto ai medici, perché gli infermieri sono ancora di più a contatto con i pazienti, come ha raccontato don Paolo Fini, ora insieme all’ordine dei medici di Torino ha ideato Helper, il primo centro italiano di disintossicazione rivolto alle professioni sanitarie. Con l’aggiunta che molti lamentano lo scarso valore attribuito al proprio lavoro. «Nonostante la laurea, noi infermieri non siamo riconosciuti come professionisti, solo perché non portiamo un camice ma una divisa».

Il Movimento cinque stelle aveva proposto un emendamento alla legge di bilancio per inserire gli infermieri nella lista dei lavori usuranti, ma la proposta è stata respinta dalla Commissione bilancio della Camera. E alla vigilia del rinnovo del contratto, ci sono diverse proposte. Il comitato di settore della Conferenza Stato-Regioni ha suggerito, visto l’invecchiamento della categoria, la costituzione di nuovi modelli organizzativi. Mentre il sindacato Nursind propone l’esonero dei turni notturni per gli over 55 e il part time a cinque anni dal pensionamento.

Intanto, «anche se si volesse cambiare posto di lavoro, superare un concorso è diventato quasi un terno al lotto», raccontano. A Cuneo il 29 novembre si sono presentati oltre 2.700 candidati per cinque posti da infermiere a tempo indeterminato. A Bari, per 199 posti, i candidati sono stati oltre 16mila. E ad Asolo, in provincia di Treviso, l’azienda sanitaria ha scelto addirittura di estrarre a sorte 20 nominativi tra 650 domande. Non è difficile capire perché molti giovani laureati in scienze infermieristiche finiscano per andare a lavorare all’estero. Solo nel Regno Unito, gli infermieri italiani assunti sono oltre 2.500. Mentre da noi i reparti fanno acqua da tutte le parti.

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