Intercettazioni dei bambini sui giornali, col caso Saronno abbiamo passato ogni limite

In un caso di cronaca già di suo allucinante, la trascrizione dei dialoghi tra la madre presunta assassina e il figlio di undici anni non aggiungevano nulla alla comprensione della vicenda. Perché pubblicarle, allora? E perché nessuno s’indigna, se non ci sono di mezzo politici o gente famosa?

Saronno
2 Dicembre Dic 2016 0835 02 dicembre 2016 2 Dicembre 2016 - 08:35

Si chiama Carta di Treviso ed è un protocollo firmato il 5 ottobre 1990 dall’Ordine dei giornalisti, dalla Federazione nazionale della stampa italiana e dal Telefono azzurro con l'intento di disciplinare i rapporti tra informazione e infanzia. I giornalisti - dice tra le tante cose la Carta di Treviso - devono evitare di pubblicare qualsiasi elemento che possa portare ad identificare un minore coinvolto in procedimenti giudiziari, sia esso un dato (generalità dei genitori, indirizzo di casa, scuola, ecc.), una fotografia o un filmato. Se ci avete fatto caso, Erika De Nardo, l’adolescenti di Novi Ligure che aveva accoltellato madre e fratello, aveva gli occhi oscurati nelle fotografie fino al compimento del diciottesimo anno.

Tutto giusto. Perché, certo, c’è il doveroso diritto di cronaca. Ma c’è anche la responsabilità dei mezzi d’informazione nei confronti di chi non si può difendere dalla gogna mediatica. Quella che di solito fa scatenare i garantisti nostrani quando a subirla sono politici, o imprenditori, o uomini di spettacolo, o calciatori: «Serve un riequilibrio nei rapporti tra esigenze investigative, informazione e riservatezza, in un contesto di generale mediatizzazione della giustizia», ha dichiarato un anno e mezzo fa il Garante della privacy Antonello Soro, perché troppo spesso si confonde «il doveroso esercizio del diritto di cronaca con il sensazionalismo».

La vicenda dei due amanti killer dell'ospedale di Saronno poteva essere tranquillamente raccontata evitando di trascrivere le intercettazioni tra la madre e il figlio maggiore, di undici anni. Intercettazioni che offrono all’opinione pubblica frasi e circostanze decontestualizzate, in cui la battuta di un bambino potrebbe essere stata scambiata come un ammissione di complicità negli atti criminali della madre

Bene, bravo, bis. Ma forse non ce ne siamo accorti noi - e dire che abbiamo aspettato ventiquattrore buone, prima di scriverne - ma non ci pare di aver letto prese di posizioni analoghe, né sue, né di altri politici, né di chiunque altro, ora che la gogna mediatica è toccata a due bambini rispettivamente di nove e undici anni. Coinvolti, loro malgrado, in una storia di cronaca allucinante e sordida come quella dei due amanti killer dell’Ospedale di Saronno, a causa della quale avrebbero perso padre e nonna (morti) e madre (in prigione).

Una vicenda che poteva essere tranquillamente raccontata evitando di trascrivere le intercettazioni tra la madre e il figlio maggiore, di undici anni. Intercettazioni che offrono all’opinione pubblica frasi e circostanze decontestualizzate, in cui la battuta di un bambino - che stava vivendo una circostanza traumatica come la scomparsa del padre, andrebbe ricordato - potrebbe essere addirittura scambiata come un ammissione di complicità negli atti criminali della madre. Bambino che peraltro, il cui volto è facilmente riconoscibile sul profilo Facebook, aperto al pubblico, di sua mamma, cosa che potrebbe esporlo a ulteriori traumi, rispetto a quelli che sta già ora vivendo, ammesso si voglia restituirgli uno straccio di vita sociale.

Forse è la sensibilità di genitori che ci spinge a empatizzare con quei due bambini. Forse per le loro vite già abbondantemente rovinate, quelle poche righe non saranno che una goccia nel mare di angoscia con cui dovranno fare i conti. Forse il diritto di cronaca voleva che anche quelle frasi fossero riportate, per dar conto dell’abisso umano di quella vicenda. Forse un po’ di rispetto in più non avrebbe guastato. Forse non vale tutto. Non ancora, perlomeno.

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