Referendum, finalmente è finita la campagna elettorale più brutta di sempre

È stata una campagna lunga quasi otto mesi, sfiancante. Scandita da insulti e minacce. Si è parlato poco della riforma, il vero oggetto del contendere, molto di slogan e banalità. E per convincere gli indecisi, entrambi i fronti hanno abusato di richiami antisistema e contro la Casta

Grillorenzi
2 Dicembre Dic 2016 0825 02 dicembre 2016 2 Dicembre 2016 - 08:25

Si vota, finalmente. Domenica gli italiani saranno chiamati alle urne per decidere il destino della riforma Boschi. Si chiude una delle campagne elettorali più brutte degli ultimi anni. Una contesa sfiancante, durata quasi otto mesi. La più lunga della storia repubblicana. Un confronto scandito da insulti, minacce e accuse di brogli. In queste settimane si è parlato molto delle conseguenze del voto - vere o presunte - pochissimo dell’argomento della consultazione. E alla fine, caso più unico che raro, nessuno schieramento ha rinunciato a cavalcare i temi del populismo e dell’antipolitica. Argomenti utili per convincere tanti elettori indecisi, mai come oggi.

È stata una brutta campagna elettorale. «E forse non poteva che essere così», racconta Massimiliano Panarari, docente di marketing politico, campaigning e organizzazione del consenso all’Università Luiss. «Quando la posta in gioco è importante, inevitabilmente i toni del dibattito si alzano». Un’evidenza che ancora non basta a spiegare il fenomeno cui abbiamo assistito. «Alcune polemiche e i termini dello scontro, in alcuni casi davvero beceri, rimandano a una più generale crisi del linguaggio politico». A incendiare la contesa è stata la contendibilità della vittoria, soprattutto. Mai come stavolta i due fronti in campo sono stati così vicini. «Il minimo scarto tra i contendenti descritto dai sondaggi - spiega Panarari - ha reso i toni di questa campagna elettorale particolarmente duri e violenti».

In una fase storica dove il consenso è più volubile e l’elettorato è maggiormente contendibile, ognuno pesca dove può. Per convincere gli indecisi ogni strategia è buona. «E visto il trend, dalla Brexit alla vittoria di Donald Trump, anche Renzi ha dovuto optare per la chiave anti establishment», racconta Novelli. Un aspetto paradossale, considerato il suo ruolo di presidente del Consiglio

Uno scontro continuo. In cui si è parlato di tutto, o quasi. Ma pochissimo della riforma costituzionale, vero oggetto del contendere. Un argomento forse troppo complesso per coinvolgere buona parte dell’elettorato. «Certo, i referendum sul divorzio e sull’aborto erano un’altra cosa» sorride Edoardo Novelli, docente di Comunicazione politica all’Università Roma Tre e responsabile dell’archivio degli spot politici. «Quelli erano temi più diretti e immediati. Questo è molto più complicato». La prima conseguenza? Una conseguente difficoltà nella comunicazione politica. «La campagna elettorale non ha puntato troppo sulla riforma - continua Novelli - Inizialmente lo stesso Renzi ha chiesto quasi un atto di fiducia su se stesso». Una novità, per certi versi. «È difficile che il governo si schieri in maniera così aperta. Renzi invece si è esposto completamente. Un buon democristiano non l’avrebbe mai fatto». Ecco la tanto discussa personalizzazione del referendum, che a detta di molti ha finito per trasformare il voto in un plebiscito sulla figura del presidente del Consiglio. «Ma dal punto di vista comunicativo - riflette Panarari - era quasi impossibile che non finisse così». Pro e contro Renzi. «Del resto la logica Sì/No è connaturata alla stessa natura del referendum. Parlando di marketing politico, del tentativo di semplificare per rendere il massaggio più incisivo, questo era un passaggio inevitabile».

E poi le violenze verbali, tante. Le minacce. Si è detto che la vittoria del Sì avrebbe portato a una deriva autoritaria. L’affermazione del No, invece, avrebbe anticipato il crollo delle borse e di diverse banche. Un referendum biblico, invasione delle locuste a parte. «Ma da questo punto di vista non c’è nulla di nuovo», insiste Novelli. «Fa parte della drammatizzazione della politica, un classico. Anche le campagna elettorale del ’48 era stata caratterizzata dai toni apocalittici». All’epoca per spaventare gli elettori si sollevava il timore dell’avvento dei comunisti. E anche allora non mancavano le offese. «De Gasperi parlava del piede caprino di Togliatti, lasciando intendere una derivazione demoniaca». Lo stesso Togliatti citò in uno storico comizio lo scarpone chiodato con cui avrebbe preso a calci il leader democristiano. Gli insulti, insomma, ci sono sempre stati. Anche se mai nessuno era arrivato a definire gli avversari alla stregua di killer seriali o scrofe ferite, come accaduto in queste settimane. «Ma questo - spiega Panarari - solo perché il galateo linguistico di quei politici non li faceva precipitare nelle stesse metafore animalesche. Oggi anche l’esercizio del bullismo verbale viene, purtroppo, considerato come una manifestazione di forza». Eppure, ecco la sorpresa, il web fa eccezione. Mentre in televisione i politici si sono insultati senza tregua, online è andato in scena un confronto diverso. In questi giorni Novelli ha analizzato decine di spot elettorali realizzati per la diffusione in rete e sui principali social network. I toni risultano nel complesso «pacati, argomentativi e non rivolti contro gli avversari». E forse è il segno che in Italia lo scontro tra leader si gioca ancora sui canali tradizionali, la tv soprattutto.

E poi le violenze verbali, tante. Le minacce. Si è detto che la vittoria del Sì avrebbe portato a una deriva autoritaria. L’affermazione del No, invece, avrebbe anticipato il crollo delle borse e di diverse banche. Un referendum biblico, invasione delle locuste a parte. «Ma da questo punto di vista non c’è nulla di nuovo. Fa parte della drammatizzazione della politica, un classico»

Quella che si avvia a conclusione è stata anche una campagna elettorale senza punti di riferimento. Entrambi gli schieramenti si sono presentati contro la Casta, ognuno si è richiamato ai valori dell’antipolitica. «Due giorni fa Renzi era ospite a Porta a Porta - racconta Novelli - A un certo punto ha detto: “Se vince il Sì finalmente un po’ di senatori se ne andranno a casa e dovranno cercarsi un lavoro anche loro”. Sembrava Salvini o Grillo. Mi ha ricordato il primo Berlusconi, che se la prendeva con i politicanti di professione». La spiegazione è semplice. In una fase storica dove il consenso è più volubile e l’elettorato è maggiormente contendibile, ognuno pesca dove può. Per convincere gli indecisi ogni strategia è buona. «E visto il trend, dalla Brexit alla vittoria di Donald Trump, anche Renzi ha dovuto optare per la chiave anti establishment», insiste Novelli. Un aspetto paradossale, considerato il suo ruolo di presidente del Consiglio. Ma forse neppure così sorprendente. «Nella sua ascesa politica - analizza Panarari - Renzi è stato portatore di uno spirito antisistema». È chiaro il riferimento alla scalata ai vertici del Pd, in opposizione ai dirigenti ex Pci che controllavano il partito. Renzi populista ante litteram? «La rottamazione, in termini di narrazione politica, contiene la stessa radice».

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