Il meraviglioso mondo di Renzi non esiste più (e ora siamo nei guai)

In una notte, il vento del 2016 ha spazzato via l’ultimo figlio di una generazione politica che va da Blair a Obama, di una sinistra liberale che mai è apparsa così vecchia e fuori dal tempo. È una sconfitta che lascia l’Italia in mezzo al guado di una modernizzazione interrotta. In un mare di guai

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Guido Bergmann/Bundesregierung via Getty Images

5 Dicembre Dic 2016 0658 05 dicembre 2016 5 Dicembre 2016 - 06:58

C’è una foto di sette mesi fa che racconta tutto: è stata scattata il primo maggio di quest’anno, ad Hannover. Ci sono David Cameron, Barack Obama, Angela Merkel, François Hollande e Matteo Renzi, assieme. Stamattina, dopo la cocente sconfitta del premier italiano al referendum costituzionale e le successive, immediate dimissioni è rimasta solo lei, Angela. Al suo fianco - ammesso e non concesso che pure lei rimanga lì, il prossimo autunno - si stagliano le ombre di Theresa May e Boris Johnson, di Donald Trump, di François Fillon (o Marine Le Pen, si vedrà a primavera) e di Beppe Grillo.

Quella foto racconta a noi italiani che non siamo immuni al vento di rivoluzione politica che soffia sempre più forte sull’Occidente. Soprattutto, che Renzi non ne è l’antidoto. Al contrario, nel giro di una notte, è apparso più vecchio e fuori dal tempo di tutti, D’Alema compreso. Lui, la sua camicia bianca con la cravatta stretta, il suo tweet che strizza l’occhio a quello con cui si insediò, il suo concession speech così anglosassone, la sua politica con il sorriso. Una caricatura anacronistica di Bill Clinton, Tony Blair, Luis Zapatero, del suo mito Barack Obama, in un mondo che ha voltato le spalle a questo modello di leader, a questa idea di sinistra liberale, di Terza Via, che ha iniziato a smettere di essere sexy nel gelido autunno del 2008.

Oggi, ormai non possiamo più negarcelo, sono tempi gravi, di destra novecentesca, di leader brutti e cattivi, di gente che non sorride, ma urla. Sono tempi regressivi, di popoli incazzati, ceti medi impoveriti, di una finanza che non regala nulla, anzi toglie, di tecnologie che bruciano posti di lavoro, di xenofobie di ritorno. Nell’elenco delle riforme che Renzi enumera, nel suo discorso di mezzanotte, mentre scorrono impietosi i numeri del suo disastro, non ce n’è una che parla di tutto questo.

La legge sul terzo settore, sul dopo di noi, sulle dimissioni in bianco, sulle unioni civili, sull’omicidio stradale. Tutto bello, bellissimo, ma vecchio, vecchissimo. Totem di una sinistra che ha anteposto i diritti civili a quelli sociali, senza più una stilla di critica sociale, protesa nell’idea di un mondo - quello che va da Wall Street alla Silicon Valley, passando per Shenzhen: il mondo della globalizzazione dalle sorti radiose - che va solo addomesticato per goderne i frutti. In una sola notte, l’inganno è svelato: pure in Italia, a quel mondo, non crede più nessuno, o quasi.

Quel che abbiamo davanti mette i brividi. All’orizzonte, una legge di bilancio da chiudere, la crisi del Monte dei Paschi che potrebbe riaprirsi, la flebile tenuta dei conti pubblici che potrebbe precipitare sotto i colpi di una nuova tempesta dello spread, la Trojka o come si chiama adesso. Il tutto, senza maggioranze, senza legge elettorale, senza una classe dirigente pronta a prendere il posto di Renzi dei suoi. Parafrasando Obama, il peggio deve ancora venire

E allora capisci tutto. Perché nonostante Virginia Raggi, le firme false e tutto il resto, il Movimento Cinque Stelle non perde un voto. Perché la Lega Nord ha ormai l’egemonia culturale del centro destra. Perché Berlusconi - quasi un archetipo dei Trump e dei Putin che vanno di moda oggi - è tornato nel cuore della scena, dall’alto dei suoi ottant’anni. Perché Renzi e la sua riforma sono stati rispediti a casa da sei votanti su dieci.

«Ora dobbiamo rimetterci in cammino», ha detto Renzi. Tradotto: aspettate a darmi per finito. In effetti, l’unica nota dolce della sua sconfitta sono quei tredici milioni e mezzo di voti che hanno rotto il muro di quota dodici, che la sinistra mai ha superato in Italia. Ma è una consolazione effimera, senza alcun futuro. In questa campagna Renzi si è sovraesposto sino a bruciarsi, giocando ogni carta a sua disposizione. Ha distribuito bonus, mancette, assunzioni, rinnovi contrattuali, sgravi fiscali. Ha soffiato sul fuoco del populismo antipolitico - meno poltrone, meno stipendi, meno Casta - su quello antieuropeista, sputtanando i rapporti, già tesi, con Bruxelles e Berlino. Non è servito a nulla.

Non sarà lui il futuro. Non a breve, perlomeno. Lo diciamo col rammarico di chi ci aveva creduto e, in fondo, non ha mai smesso di crederci, anche negli ultimi mesi, quando l’Obama italiano assomigliava sempre più all’ultimo Berlusconi. Di chi credeva - e crede ancora - che quella riforma costituzionale avrebbe davvero modernizzato l’Italia. Di chi non si rassegna - non ancora - al ritorno dei nazionalisti, ai populisti al potere, alla fine dell’Europa.

Quel che abbiamo davanti mette i brividi. All’orizzonte, una legge di bilancio da chiudere, la crisi del Monte dei Paschi che potrebbe riaprirsi, la flebile tenuta dei conti pubblici che potrebbe precipitare sotto i colpi di una nuova tempesta dello spread, la Trojka o come si chiama adesso. Il tutto, senza maggioranze, senza legge elettorale, senza una classe dirigente pronta a prendere il posto di Renzi dei suoi. Parafrasando Obama, il peggio deve ancora venire. No, Matteo, non hai lasciato l’Italia meglio di come l’hai trovata. Hai giocato, hai perso, ci hai lasciato in mezzo al guado e in mezzo ai guai. Li senti anche tu, i tamburi?

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