Referendum, si torna al voto di classe: la maggioranza invisibile contro i garantiti

Nella vittoria dei No la Costituzione conta fino a un certo punto: è stato il voto di una parte di Paese contro l’establishment. Un disagio profondo, espresso dai giovani e dal Sud, per rispondere al quale serve una virata in senso progressista

Popolo Dice No

Un’immagine della manifestazione “C'e chi dice NO” a Roma, il 27 novembre scorso (ANDREAS SOLARO/AFP/Getty Images)

(ANDREAS SOLARO/AFP/Getty Images)

6 Dicembre Dic 2016 1606 06 dicembre 2016 6 Dicembre 2016 - 16:06

Renzi non ha perso da solo questo referendum, ma è una certa Italia che egli incarna a essere andata incontro a una sonora sconfitta. La prevalenza larghissima del No è un voto di classe determinato dalla partecipazione massiccia della maggioranza invisibile. La maggioranza invisibile, quella parte d’Italia costituita da precari, disoccupati, sottoccupati, poveri, tendenzialmente giovani e meridionali, che quando vota compatta fa sconquassi (come successe alle elezioni del 2013). I primi dati pubblicati dal Sole 24 e l’Istituto Cattaneo non sembrano lasciare adito a molti dubbi.

La Costituzione qui conta fino a un certo punto: è stato il voto di una parte di Paese contro l’establishment. Invece di astenersi come aveva fatto massicciamente alle elezioni Europee del 2014, la maggioranza invisibile è andata alle urne con compattezza granitica per il No. Paradossalmente, ma forse neanche così tanto, sono i giovani, storicamente i più inclini al cambiamento che hanno decretato la sconfitta del Sì. La sconfitta di un governo Gattopardesco che non ha mai avuto l’obiettivo di migliorare le condizioni di vita degli ultimi.

Perché un giovane calabrese senza lavoro dovrebbe votare per un governo che ha approvato l’aberrazione dei voucher? Perché dovrebbe sostenere un primo ministro che ha elargito 80 euro al mese a chi un lavoro già ce l’ha e non ha messo in piedi il reddito minimo garantito? Sono queste le domande che dovremmo porci per capire dove sta il “senso comune” di una parte crescente di Paese. Si può continuare a pensare che “il popolo bue” non abbia carpito la volontà di cambiamento proposta da Renzi come molti continuano a sostenere, oppure più credibilmente, si può dire che la maggioranza invisibile non sia disposta a tollerare una proposta politica fatta da chi si è ridotto a mero esecutore del volere delle élite finanziarie pro-austerità che governano l’Europa.

Perché un giovane calabrese senza lavoro dovrebbe votare per un governo che ha approvato l’aberrazione dei voucher? Perché dovrebbe sostenere un primo ministro che ha elargito 80 euro al mese a chi un lavoro già ce l’ha e non ha messo in piedi il reddito minimo garantito?

Il Sì ha ricevuto circa 13 milioni e mezzo di preferenze. Una cifra vicina ai 14 milioni di voti ottenuti da Veltroni nel 2008 e circa un milione in più rispetto a quelli ottenuti dal centro-sinistra alle elezioni Europee del 2014 (se consideriamo anche nella somma il milione dei centristi al governo con Renzi). A conti fatti il Sì al referendum si è attestato sui valori massimi che il centro-sinistra può ottenere. I voti a favore sono arrivati in massima parte dall’Italia benestante, quella con un lavoro sicuro e una buona pensione. Era irragionevole credere che quella parte d’Italia avrebbe potuto vincere al cospetto di un referendum che dava la possibilità alla maggioranza invisibile di esprimersi compatta. Un’elezione politica avrebbe dinamiche molto diverse e questo Renzi lo sa bene. Non sarebbe quindi sorprendente vedere l’ex sindaco di Firenze ritentare la fortuna alle elezioni nel breve periodo.

Questo referendum rafforza l’idea che la frattura sociale esistente nel Paese da ormai parecchio tempo inizia a sedimentarsi anche nel voto. Le percentuali con cui il No ha vinto in determinate zone del Paese dimostrano uno stato di profondo disagio. Per cambiare il Paese quindi serve una virata in senso progressista, che parta dalle domande inesaudite del Sud e dei giovani. Una proposta politica che faccia della maggioranza invisibile la sua base elettorale. Questo significa innanzitutto redistribuzione della ricchezza e politiche anti-cicliche. Una chimera nell’odierno contesto europeo. Il rischio concreto di ignorare queste domande – anche per l’assenza di una forza politica capace d’interpretare in maniera pragmatica questo dissenso – è che la maggioranza invisibile finirà per astenersi, lasciando campo libero ancora una volta alle forze della conservazione. E così la specialità della casa che ha segnato la storia del Paese dall’Unità a oggi potrebbe riaffiorare come un fiume carsico. La solita rivoluzione passiva che Antonio Gramsci aveva teorizzato.

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