Renzi ha tradito i giovani, questo il suo vero fallimento politico

Renzi è arrivato al Governo con un programma di aiuto e attenzione alle giovani generazioni. E poi, via via, ha sempre di più corteggiato gli anziani. Addio cambiamento, ed è stato l'inizio della fine per il quasi ex premier

Giovani

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6 Dicembre Dic 2016 1019 06 dicembre 2016 6 Dicembre 2016 - 10:19

Otto studenti su dieci, otto giovani su dieci, hanno votato contro la riforma costituzionale di Matteo Renzi, dice una ricerca svolta da Quorum per SkyTg24, a margine del voto del 4 dicembre. Non c’è epitaffio migliore, se vogliamo raccontare la parabola politica del premier fiorentino, ormai dimissionario. Perché è a questo dato che bisogna guardare, se si vuole capire perché Renzi ha fallito. E da dove, eventualmente, deve ricominciare.

Riavvolgiamo il nastro. È il 13 settembre del 2012, quando il camper parte da Verona, alla conquista del Partito Democratico e dell’Italia. Quella che Renzi lancia nel suo primo discorso da leader nazionale è una sfida generazionale: «Oggi noi siamo qui per puntare il compasso e girarlo dall’altra parte: vogliamo dire cosa ci immaginiamo noi per il nostro futuro e non vogliamo limitarci ad aspettare: vogliamo crearlo ed essere protagonisti, perché lì sta la grande forza della sinistra», scandisce. Parla di generazione Erasmus, contrapposta a quella del sessantotto, di rendite di posizione da scardinare, di proiezione internazionale, di Europa e di merito.

Il Renzi degli inizi parla di "generazione Erasmus", contrapposta a quella del sessantotto, di rendite di posizione da scardinare, di proiezione internazionale, di Europa e di merito

Nella platea veronese, e in quelle che seguiranno, ci sono molti suoi coetanei. Molti di loro non sono iscritti al Partito Democratico, né lo votano e Renzi li invita a farlo. È una scossa di corrente innovativa che investe una realtà come il Pd che ha una costituency fatta di pensionati e dipendenti pubblici. Energia - e qui sta l’intuizione geniale del Renzi di allora - che se la sinistra non fa propria ascoltandone le istanze e risolvendone i problemi, si tramuterà in rabbia e finirà tra le braccia del Movimento Cinque Stelle.

E in effetti, Renzi perde le primarie e alle elezioni politiche del 2013 accade esattamente questo. Il 24 e 25 febbraio, quasi la metà dei giovani elettori italiani sceglie il Movimento Cinque Stelle, in quello che gli esperti definiscono come uno dei più grandi spostamenti di voto della storia repubblicana italiana. Difficile biasimarli, peraltro: la disoccupazione giovanile lambisce il 40%, i soldi per innovazione e ricerca non esistono, il welfare è totalmente sbilanciato su pensioni e sussidi ai dipendenti inquadrati nei contratti nazionali. Chi può, vota coi piedi e scappa all’estero. Chi non può, sfoga la sua rabbia sulla scheda elettorale, con un sonoro "vaffanculo" a Bersani e Berlusconi.

L’esito di questo terremoto, perlomeno nel Partito Democratico, è abbastanza scontato. Anche i vecchi e la nomenclatura del partito capiscono che Matteo Renzi è l’unica speranza concreta di ridare vita a un progetto politico asfittico. Alle primarie dell’8 dicembre 2013 Matteo Renzi prende il 67% dei voti. Sommati a quelli di Pippo Civati, l’altro giovane sfidante dello status quo, fanno l’81% dei voti: sembra aver capito, il Pd, che se rimane il partito dei pensionati e del pubblico impiego, muore.

Nel 2013 quasi la metà dei giovani elettori italiani sceglie il Movimento Cinque Stelle, in quello che gli esperti definiscono come uno dei più grandi spostamenti di voto della storia repubblicana italiana

Renzi ci mette meno di tre mesi a defenestrare Enrico Letta e a sostituirlo a Palazzo Chigi e le priorità iniziali sembrano quelle giuste. Mille asili in mille giorni, ad esempio, vorrebbe dire spostare l’ago del welfare verso le giovani famiglie. Contratti a tutele crescenti vorrebbe dire meno rapporti di lavoro precari. Così come indirizzare gli investimenti sull’edilizia scolastica anziché su grandi opere infrastrutturali. Anche culturalmente, sembra esserci: le sue prime uscite pubbliche sono in un incubatore di startup e in una scuola.

Poi però le cose cominciano a cambiare. È il bonus degli ottanta euro, il primo spartiacque, che Renzi sceglie di mettere in busta paga solo a chi ha un contratto di lavoro a tempo indeterminato, cosa che pochi giovani italiani hanno la fortuna di avere. Il voto delle europee, in cui il Pd raggiunge quota 40% lo premia e nessuno sembra badarci.
Ma quello che sembrava un caso è in realtà un cambiamento culturale. I mille asili spariscono progressivamente dall’agenda e lasciano spazio ai bonus ai pensionati, ai viadotti, alle autostrade, persino al ponte sullo Stretto. La riduzione delle tasse sul lavoro lascia spazio alla riduzione delle tasse sulla casa, per la gioia dei proprietari di immobili, che giovani non sono. Di toccare diritti acquisiti non se ne parla. Di tagliare la spesa pubblica inefficiente, nemmeno. Nel jobs act fa capolino la scomparsa dell’articolo 18, con grande gioia di Alfano e della Confindustria.

La riduzione delle tasse sul lavoro lascia spazio alla riduzione delle tasse sulla casa, per la gioia dei proprietari di immobili, che giovani non sono. Di toccare diritti acquisiti non se ne parla. Di tagliare la spesa pubblica inefficiente, nemmeno

La battaglia generazionale diventa battaglia anti-sindacale. La rottamazione si ferma alla politica. I soldi finiscono sempre dove c’è consenso. Si vince coi voti dei pensionati, dicono. I giovani sono pochi e nemmeno votano, ribadiscono. E il Pd renziano diventa terribilmente simile, perlomeno nella sua composizione demografica, alla vecchia ditta. Un partito di anziani, di dipendenti pubblici, di garantiti. Renzi non sembra curarsene. Semmai spera di liquidare la questione trovando per loro un nuovo nemico. L’Europa brutta e cattiva, che non gli permette di spendere i soldi per restaurare le scuole, come se su 826 miliardi di spesa pubblica italiana non ci fossero sacche di inefficienza da aggredire senza andare a fare la questua a Bruxelles.

Le ultime misure del governo, in questo senso, sono la summa di questa metamorfosi: aumento delle pensioni minime, rinnovo del contratto agli statali e uno striminzito bonus ai diciottenni, a mo’ di mancetta pre-elettorale, spacciata per investimento in cultura. Sono simboli, intendiamoci. Sotto i quali non tutto è un disastro, in realtà.
Nella riforma della scuola, nel tentativo di dare forza alle imprese culturali e creative, nello sforzo per riformare il terzo settore, nelle misure per i freelance ci sono cose buone e cose ottime, anche per i giovani. Ma il messaggio che passa è un altro: che nel conflitto generazionale il governo, e Renzi con lui, non è parte in causa. Il risultato ce l’abbiamo sotto gli occhi. Tradimento chiama tradimento. Il campanellino di Palazzo Chigi in altre mani. I giovani saldamente tra le braccia di Grillo e dei suoi. Ci pensi, Matteo Renzi, nei prossimi mesi. Avrà tempo per farlo, e sarà tempo speso bene.

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