Gli italiani non erano contro la riforma, si sono fatti ingannare dai partiti

Ma siamo proprio sicuri che gli italiani siano contrari alle riforme? Alcune considerazioni sugli elettori e la loro incrollabile fedeltà alle indicazioni dei partiti di appartenenza. Il costituzionalista Giovanni Guzzetta ci scrive.

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7 Dicembre Dic 2016 0820 07 dicembre 2016 7 Dicembre 2016 - 08:20

La lettura più verosimile del risultato del referendum del 4 dicembre è quella che una grande maggioranza di italiani non vuole cambiare la Costituzione. Lettura verosimilmente suffragata dalla circostanza che, di fronte al tentativo di un’ampia revisione, questa è la seconda volta in cui il No vince. La prima fu, lo ricordiamo, nel 2006. Ma una cosa che è verosimile, non necessariamente è vera. Anzi. Ed è dunque lecito dubitare.

Il primo dato da considerare è che, raramente nella campagna elettorale appena conclusa, i sostenitori del No hanno utilizzato la tesi della Costituzione intoccabile. Quello che era un mantra solo fino a qualche anno fa, oggi non è stato il capofila delle argomentazioni usate dai costituzionalisti e dai partiti contrari alla riforma.

Nessuno però ci assicura che i cittadini non la pensino diversamente. In fondo è appunto, verosimile, che si possa temere il cambiamento, soprattutto in situazioni di incertezza. E, si sa, l’incertezza in Italia è il nostro pane quotidiano. Una Repubblica in perenne fase di transizione, segnata da emergenze continue - che ci fanno tollerare l’abuso della decretazione d’urgenza, assai più che l’ipotesi di superare il bicameralismo paritario -, fa fatica ad accogliere una modifica strutturale e permanente come quella della Costituzione. E se poi non andasse bene? Meglio il work - in - progress delle prassi, che il nero - su - bianco della svolta. Un atteggiamento che si può comprendere. Anche quando potrebbe essere autolesionistico.

V’è un argomento in più, però, sul quale riflettere. Il doppio No del 2006 e del 2016, lungi dall’essere una conferma, potrebbe viceversa essere una verosimile smentita di un’italica refrattarietà al cambiamento.

Infatti in entrambe le occasioni abbiamo assistito ad una stessa dinamica politica, a parti invertite. Riforma della maggioranza di centro - destra nel 2006, riforma della maggioranza di centro - sinistra nel 2016. Tutte le opposizioni contro, allora, tutte le opposizioni contro, oggi (anche con un pezzetto di maggioranza, peraltro). In questi giorni sono girati persino dei video che mostrato l’assoluta coincidenza degli argomenti utilizzati dai sostenitori del Sì e del No nelle due occasioni, ma a parti appunto invertite.

E le somiglianze, a specchio, non si fermano mica qui. Anche una grande partecipazione nelle due occasioni: un 53 per cento allora, addirittura oltre il 68 per cento oggi. Ed anche l’ampio scarto tra i No vincenti ed i Sì perdenti ha delle analogie: 19 punti percentuali oggi, 22 punti percentuali ieri.

La stragrande maggioranza degli italiani vota del tutto al di fuori delle indicazioni dei partiti in cui si riconosce, e dei partiti che propongono la riforma? Le analisi dei flussi indicano esattamente il contrario. Indicano cioè che la stragrande maggioranza degli elettori segue le indicazioni dei partiti, a prescindere dal merito. Insomma, il voto sulle riforme è politicizzato, e solo una minoranza vota disallineandosi.

Che conclusione trarne, rispetto alla domanda iniziale sulla propensione degli italiani ad intervenire sulla Carta?

Per suffragare la tesi che la maggior parte degli italiani sono contro le riforme, si dovrebbe assumere che quelli che hanno votato No oggi, siano gli stessi che hanno votato nella stessa identica maniera ieri. Che cioè ci sia uno zoccolo duro di più del 50 per cento dei votanti che è, stabilmente, contro ogni riforma. Ecco, questa affermazione a me appare del tutto inverosimile. Vorrebbe dire che la stragrande maggioranza degli italiani vota del tutto al di fuori delle indicazioni dei partiti in cui si riconosce, e dei partiti che propongono la riforma. Le analisi dei flussi, però, indicano esattamente il contrario. Indicano cioè che la stragrande maggioranza degli elettori segue le indicazioni dei partiti, a prescindere dal merito. Insomma, il voto sulle riforme è politicizzato, e solo una minoranza vota disallineandosi.

Ma se è dunque verosimile che i Sì di allora siano dei No oggi, e viceversa, dobbiamo ritenere che il voto del 2006 dimostra che non c’è un tabù sulla riforma costituzionale nell’elettorato di centro - destra, ed il voto del 2016 dimostra che non c’è un tabù sulla riforma costituzionale nel centro - sinistra. E che quegli stessi elettori, al netto della polarizzazione politica, sono dispostissimi a cambiare, con buona pace della Costituzione più bella del mondo. Certo, ci sarà sicuramente uno zoccolo duro e puro, che ha detto sempre No (i vari Rodotà e Zagrebelsky), e forse una minoranza che ha detto sempre Sì, ma non mi pare inverosimile ritenere che la gran parte degli italiani non vede nel cambiamento un ostacolo insuperabile. Ed è disposto a votare Sì, anche senza che ci sia sul tappeto la riforma più bella del mondo. Però, la gran parte degli italiani fa fatica a fidarsi di una riforma quando il proprio partito di appartenenza è contrario o, come accade nella materia costituzionale, ferocemente contrario, e la riforma la propone il partito avversario.

Siamo dunque condannati all’immobilismo? Perché per superare questo vero e proprio impasse, due sono le cose: o si fanno le famose riforme condivise, o bisognerebbe che sempre più i cittadini si disallineassero rispetto ai partiti di appartenenza.

Siamo dunque condannati all’immobilismo? Perché per superare questo vero e proprio impasse, due sono le cose: o si fanno le famose riforme condivise, o bisognerebbe che sempre più i cittadini si disallineassero rispetto ai partiti di appartenenza.

Di fronte a queste dinamiche, la possibilità di riforme condivise è estremamente improbabile. I partiti sanno bene che la loro contrarietà orienta i propri elettori e che, dunque, quando sono all’opposizione è meglio schierarsi contro, piuttosto che fare riforme condivise. Concedere riforme condivise alla maggioranza, infatti, rischia di avvantaggiarla, negargliele dà una forte probabilità di successo, grazie anche al fatto che ci si annette lo zoccolo duro e puro che comunque è per il No. Niente riforme condivise, dunque. Ed allora niente riforme? Questo, almeno fino a quando non si allargherà significativamente la fetta dei cittadini che votano il referendum senza seguire le indicazioni dei propri partiti di appartenenza.

Eppure, da questo punto di vista qualche novità c’è… Nel 2006 ci fu un certo disallineamento, ma soprattutto in direzione del No (la coalizione di centro - destra, infatti, perse le elezioni di pochissimo, sfiorando il 50 per cento, ma il Sì al referendum fu intorno al 39 per cento). Nel 2016 c’è stato un disallineamento, ma questa volta in direzione del Sì (quest’ultimo ha preso significativamente di più di quanti siano stati i consensi dei partiti che sostenevano il referendum). I riformatori possono dunque sperare. Questo a patto che chi incarna il cambiamento sia veramente in grado di rivolgersi agli elettori, con sufficiente credibilità, da sganciarli dalla rete dell’appartenenza, ed ammesso che si abbia la pazienza di perseverare e aspettare che quel giorno arrivi. Sempre che si sia ancora in tempo.

*Giovanni Guzzetta - Costituzionalista e Coordinatore del Comitato Insìeme Sì Cambia

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