Perché Renzi deve farsi da parte e saltare un giro, se vuole sopravvivere

I retroscena successivi alla sconfitta nel referendum, raccontano di un (ex) premier desideroso di prendersi subito la rivincita. Un errore mortale: e non c'è bisogno di scomodare il referendum dell’85 sulla scala mobile. Basta ricordarsi cosa fece lui stesso nel 2012...

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8 Dicembre Dic 2016 0809 08 dicembre 2016 8 Dicembre 2016 - 08:09

Sveliamo subito il finale, con buona pace di chi ha i popcorn in mano per godersi la crisi di governo, manco fosse House of Cards: è difficile, molto difficile che Matteo Renzi, qualunque siano i suoi propositi di rivalsa, possa farcela. Non può andare a votare subito e prendersi la rivincita contro l’accozzaglia. Non può farsi reincaricare, a meno di esporsi a una figuraccia gigantesca. Non può scegliere il suo preferito tra i suoi papabili successori. Non può dettare i tempi della legislatura.

Spiace, ma fino a un certo punto. Perché la voglia di rientrare subito in gioco e prendersi la rivincita contro chi ha ne ha determinato la sconfitta fuori e (soprattutto) dentro il suo partito, per quanto sia forte, sarebbe un suicidio per lui, per il Partito Democratico e per il Paese. E l’unico che sembra non accorgersi di questo, caso vuole sia sempre lui, Matteo Renzi, e la sua accolita di fedelissimi.

«Non pensavo di essere tanto odiato», pare abbia detto ai suoi, una volta conosciuti i risultati del voto del 4 dicembre. Ecco, forse dovrebbe trarre spunto da quella lezione ed evitare di dare troppo retta a chi vuole solo compiacerlo, convincendolo che se si votasse domani potrebbe vincere, che quei 13,5 milioni di voti raccolti, nonostante la sconfitta, siano tutti suoi. Non è vero, e non occorre tornare indietro di decenni e scomodare il referendum sulla scala mobile del 1985 promosso dal Pci - che lo perse con il 45,5% e si ritrovò al 26% meno di due anni dopo - come ha fatto Pierluigi Bersani a “Di Martedì”. Basta guardare i sondaggi effettuati proprio il 4 dicembre, giorno in cui il 40,5% degli italiani ha votato Sì, e in cui il Partito Democratico era accreditato del 30,9% dei consensi. In calo.

Ora, potremmo sbagliarci, ma ci sembra che gli italiani non siano tra i campioni mondiali di salto sul carro del perdente. Una tornata elettorale nei prossimi mesi non sarebbe che un assist a porta vuota al Movimento Cinque Stelle. Per dire, in un sondaggio del 6 dicembre, alla domanda su chi vorrebbero gli italiani come prossimo Presidente del Consiglio, il 23% risponde Luigi Di Maio del Movimento Cinque Stelle e solo il 12% indica Matteo Renzi.

Una tornata elettorale nei prossimi mesi non sarebbe che un assist a porta vuota al Movimento Cinque Stelle. Per dire, in un sondaggio del 6 dicembre, alla domanda su chi vorrebbero gli italiani come prossimo Presidente del Consiglio, il 23% risponde Di Maio e solo il 12% indica Matteo Renzi

Sono dati che Renzi conosce e che i parlamentari del Partito Democratico - usi al tradimento, come Prodi, D’Alema e Bersani già hanno sperimentato, a suo tempo - conoscono meglio di lui. Quanti avranno voglia di andarsi a schiantare di nuovo, per seguire il giocatore fiorentino nel suo ennesimo rilancio al tavolo verde? Quanti stanno già accasandosi altrove, verso lidi - e leader - più esperti e abili quando si tratta di giocare tra i banchi dell’emiciclo parlamentare? Quanti post-democristiani e post-comunisti hanno già proteso le orecchie alla ricerca del richiamo della loro antica foresta? O a quello, ancor più forte e suadente, del Quirinale?

Domande retoriche, ovviamente. Le cui risposte preludono alla nascita di un governo a guida Pd - con i voti di Alfano e Berlusconi - che potrebbe durare pochi mesi, ma che non è detto non porti la legislatura alla sua naturale conclusione. Un governo che avrà lo scopo di fare una nuova legge elettorale - proporzionale - e di sgonfiare quanto più possibile i consensi del Movimento Cinque Stelle e della Lega Nord. Sarà un governo che non farà nulla di impopolare, nelle cui vele soffieranno giornali e telegiornali, commentatori italiani ed esteri. Che godrà del favore delle cancellerie europee e di Bruxelles. E che beneficerà delle molte cose buone fatte da Renzi, anche.

Il finale è piuttosto scontato: difficile che chi lo guiderà non finirà per essere il candidato premier del Partito Democratico alle successive elezioni politiche. O meglio: volesse ripresentarsi, Renzi avrebbe un avversario molto difficile da battere, alle primarie-congresso del Pd. Quel che accadrà dopo è terra fin troppo ignota per spingersi in qualsivoglia previsione. E dipenderà da mille fattori, prima fra tutte la crisi delle banche, Montepaschi su tutte, e da come saranno gestite e risolte dal nuovo esecutivo.

In quella terra ignota c’è anche Renzi, certo. Troppo talentuoso e giovane - nel 2023 avrà 48 anni - per pensare che non possa avere una seconda possibilità. Come nel 2012, quando perse le primarie e si fece da parte con stile e lealtà, aiutando Bersani in campagna elettorale, consapevole che avrebbe potuto dover attendere altri cinque o dieci anni, prima che fosse il suo turno. L’unico modo per precludersela, oggi, è bruciarla con un rilancio immediato, figlio della rabbia, dell’irruenza e dei consigli di chi sa solo adulare il Capo.

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