Gentiloni, il governo-trappola per rottamare Renzi

L'esecutivo di Paolo Gentiloni ricalca in maniera quasi pedissequa quello di Matteo Renzi. Ma è in quel “quasi”che si annida una differenza fondamentale. Che Giulio Andreotti avrebbe saputo spiegare benissimo

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13 Dicembre Dic 2016 0843 13 dicembre 2016 13 Dicembre 2016 - 08:43

«La cattiveria dei buoni è pericolosissima», diceva Giulio Andreotti, nume tutelare della prima repubblica di corso democristiano. E forse Matteo Renzi, a cavallo tra la seconda e la terza, dovrebbe stamparselo, questo tweet ante litteram del Divo Giulio, i cui aforismi sono le uniche parole attraverso cui si può raccontare questa crisi non crisi nata all’indomani di un referendum perso e un voto di fiducia incassato in Parlamento. Perché è tra le pieghe dei sorrisi, degli sguardi bonari e melliflui sotto gli occhiali squadrati modello pentapartito che si annidano le trame scudocrociate. Fiammelle accese sotto la bacinella in cui nuota la rana. Che prima ne apprezza il tepore e poi, senza accorgersene, un grado alla volta, finisce bollita.

Prendete ad esempio il governo Gentiloni, già ribattezzato governo fotocopia, o governo bis senza Renzi. Roba da imbarazzare il premier uscente per lo zelo con cui il neopremier e Mattarella hanno garantito continuità con il suo esecutivo. Eppure, a ben vedere, Renzi aveva chiesto una sola cosa: che Luca Lotti, il suo ufficiale di collegamento, stesse a Palazzo Chigi, nel bunker in cui l’ex premier faceva passare ogni dossier, e presidiasse nomine e servizi segreti. E in effetti Lotti è al governo, ma al neonato ministero dello sport, istituito apposta per lui, e comunque si occuperà delle nomine di Eni e Finmeccanica (mantendendo delega al Cipe), oltre che della rielezione di Tavecchio in Figc. I servizi segreti se li tiene Gentiloni: «I miei amici che facevano sport sono morti da tempo», avrebbe commentato Andreotti.

Invece nel governo fotocopia il cane da guardia di Renzi sarà Maria Elena Boschi, fedelissima del giglio magico. Quasi come Lotti. Capofila di quel plotone di ministre che pareva dovesse sparire in una nuvola di fumo per far spazio a Denis Verdini e al plotoncino dei ministri di Ala, la stampella del governo Renzi nelle sue ultime settimane di vita. E invece rimane fuori, il gran commis toscano, e con lui tutti gli altri esponenti di transfughi del centro destra e superstiti di Scelta Civica.

E mentre loro aspettano in anticamera e annunciano di sfilarsi dalla maggioranza di governo, nella foto di gruppo della Sala dei Galeoni entrano il dalemiano Marco Minniti, al posto di Angelino Alfano, (che va alla Farnesina) e Valeria Fedeli, ex sindacalista della Cgil, al posto di Stefania Giannini, colpevole di essere quella della Buona Scuola, evidentemente, una della riforme icona del governo Renzi, la prima a essere parzialmente disconosciuta. L’asse si sposta un po’ più a sinistra di un paio di gradi.

Il governo Gentiloni è già stato ribattezzato governo fotocopia, o governo bis senza Renzi. Eppure, a ben vedere, l'ex premier aveva chiesto una sola cosa: che Luca Lotti, il suo ufficiale di collegamento, stesse a Palazzo Chigi, nel bunker in cui l’ex premier faceva passare ogni dossier, e presidiasse nomine e servizi segreti. E in effetti Lotti è al governo, ma al neonato ministero dello sport, istituito apposta per lui, e si occuperà anche delle nomine di Eni e Finmeccanica, oltre che della rielezione di Tavecchio in Figc

Certo, la continuità è totale. Quasi totale. «Come si può vedere dalla sua composizione, il governo proseguirà nell'azione di innovazione del governo Renzi», sottolinea Gentiloni nel suo primo discorso da premier. E però, lo storytelling post 4 dicembre suona già un po’ diverso: «Vi sono sacche di disagio tra il ceto medio, soprattutto nel Mezzogiorno. Il lavoro sarà la vera priorità dei prossimi mesi», afferma. Quasi a dire che sinora di quel disagio non se n’è accorto nessuno? O che la priorità non sarà la legge elettorale, da licenziare prima possibile per poi andare al voto? Giammai. Però.

Quel che tutti danno per certo è che il governo Gentiloni non duri fino alla fine della legislatura: «È inconcepibile», scandisce il presidente del Pd Matteo Orfini e tutti o quasi la pensano come lui. Tra i palazzi del potere si comincia anche a sussurrare una data, quella del 4 giugno, giorno di ballottaggi per le prossime amministrative in cui si potrebbe accorpare anche il voto politico per il rinnovo delle Camere, alla faccia delle pensioni che maturano a settembre.

Finale scontato? Quasi, anche stavolta. In effetti, gli unici a non aver posto limiti alla legislatura, sinora, sono i due presidenti, Mattarella e Gentiloni. Consapevoli, probabilmente, delle difficoltà nel trovare un accordo sulla nuova legge elettorale tra le forze politiche. Ma anche della marea di dossier aperti da affrontare, primo fra tutti quello del Monte dei Paschi di Siena, buon ultima la prossima legge di bilancio di ottobre.

E intanto Renzi e convoca l’Assemblea Nazionale, e poi le primarie-congresso, e nel mezzo annuncia che girerà l’Italia, di nuovo, per provare a riconquistare i giovani, il Sud. Si scalda, o forse qualcuno sta scaldando l’acqua in cui nuota: «In politica i tempi del sole e della pioggia sono rapidamente cangianti», chioserebbe Andreotti-Belzebù. Anche quando le nuvole sembrano ferme. Quasi ferme.

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