L'odio è il motore della Storia, alla faccia del politically correct

Ce ne rendiamo conto ogni giorno su Facebook, dove l'ideologia del "volemosebbene" sta fallendo miseramente sotto i colpi degli hater: la rinascita dell'odio sta travolgendo tutto e tutti, anche il fumettista più buono di tutti, Tuono Pettinato, che è tornato ad odiare

L'odio
14 Dicembre Dic 2016 1321 14 dicembre 2016 14 Dicembre 2016 - 13:21

«Storia e Odio: il secondo è il motore della prima», a scriverlo, nel bel mezzo del Novecento, fu Emil Cioran, filosofo, scrittore e grande hater ante litteram. «È l'odio», scrisse sempre il rumeno, «a far andare le cose avanti quaggiù, a impedire che la Storia resti a corto di fiato. Sopprimere l'odio significa privarsi di eventi. Odio ed evento sono sinonimi. Dove c'è l'odio succede qualcosa. La bontà, al contrario, è statica; conserva, arresta, manca di efficacia storica, frena ogni dinamismo. La bontà non è complice del tempo; mentre l'odio ne è l'essenza».

Difficile sintetizzare in righe più lucide la storia dialettica del mondo. Eppure Cioran, che queste righe scrisse prima degli anni Settanta, non aveva considerato una variabile decisiva che avrebbe sconvolto l'intera equazione, almeno per un po': la travolgente diffusione negli anni del riflusso, del disimpegno delle masse dalla politica, del cosiddetto politically correct, l'ideologia più distruttiva dell'interno Novecento.

Dopo circa un secolo di lotte sociali delle classi subalterne, l'obiettivo delle classi dirigenti era chiaro: congelare il campo da gioco. E per farlo c'era una cosa sola da fare: fermare il motore della Storia.

Erano gli anni Ottanta, e nei precedenti trent'anni il potere ne aveva viste di tutti i colori: rivoluzioni culturali, vittorie inedite dei lavoratori nell'infinita lotta dialettica e violenta per i propri diritti con i padroni, ma anche enormi e vittoriosi movimenti di emancipazione, sia razziale che di genere. Il mondo stava cambiando, la storia stava percorrendo il suo tragitto. Serviva qualcosa per inibire quella tendenza. Serviva qualcosa per uccidere la storia.

Dopo circa un secolo di lotte sociali delle classi subalterne, l'obiettivo delle classi dirigenti era chiaro: congelare il campo da gioco. E per farlo c'era una cosa sola da fare: fermare il motore della Storia. E visto che sicuramente più di qualcuno di coloro che stavano nelle stanze dei bottoni all'epoca aveva letto Emil Cioran, a quel qualcuno probabilmente venne l'idea giusta: spegniamo l'odio. E così è successo, per una ventina d'anni almeno, tanto che, nel 1992, non appena le condizioni politiche lo permisero — il crollo dell'Unione Sovietica, il 25 dicembre del 1991 fu la pedina decisiva — il politologo americano Francis Fukuyama non attese altro e se ne uscì con un saggio dal titolo La fine della storia, che divenne un ritornello nei salotti per quasi dieci anni.

A colpi di consumismo e di apparente benessere per tutti, nella forma di lavatrici, ma soprattutto di televisori, la struttura ce l'aveva fatta. Il totalitarismo edonistico massmediatico che un paio di decenni prima era stato profetizzato da Pasolini aveva congelato l'odio ed era pronto per dominare il mondo.

Fortuna però che al mondo esistono i ma, e infatti qualcosa forse sta cambiando. Ora che sono passati trent'anni da quei giorni lo sappiamo bene. L'odio non sparisce. L'odio, al limite, si cova. E infatti lo abbiamo visto riesplodere in tutta la sua violenza sia nel campo macroscopico della geopolitica, in cui la Storia si è divertita a prendere a sberle Fukuyama iniziando con due aerei gettati a capofitto sulle Torri Gemelle e continuando con 16 anni di guerre; ma lo abbiamo visto riesplodere anche tutto intorno a noi, in quei social network che, in teoria, erano la più grande manifestazione del politically correct di sempre.

L'odio non sparisce. L'odio cova, trama, attende, scorre sotterraneo nelle viscere di qualsiasi cosa, pronto a riesplodere alla prima occasione

Facebook nasce su queste basi. E infatti nel mondo inventato da Zuckerberg, l'odio non esiste. O, quanto meno, è cacciato con veemenza sotto il tappeto. In Facebook siamo tutti amici l'uno dell'altro, anche quando ci stiamo sul cazzo, anche quando non sappiamo nemmeno chi cazzo siamo. Per un decennio su Facebook, prima che qualche mese fa furono inserite nuove reazioni, l'unica reazione possibile è stata il pollicione alzato del like. I like. Mi piace. Vogliamoci bene. E giù di gattini, cuoricini e tutto i perfido armamentario dell'amore, talmente pericoloso da guadagnarsi il peggiore dei neologismi: la parola “puccioso”.

Ma l'odio non sparisce. L'odio cova, trama, attende, scorre sotterraneo nelle viscere di qualsiasi cosa, pronto a riesplodere alla prima occasione. E la dimostrazione che nell'uomo occidentale contemporaneo l'odio è tutt'altro che sparito è proprio la parabola di Facebook, che nel giro di pochi anni si è trasformato da paradiso della pucciness a inferno popolato da battaglioni anonimi di haters.

L'odio non lo tieni. L'odio sfonda gli argini, anche quando quegli argini, come quelli di Facebook, sembravano indistruttibili. E difatti ormai su Facebook c'è soprattutto odio. O, quando va bene, c'è sarcasmo, tagliente ironia, umor nero. Ed è qui che arriviamo al motivo scatenante di questo articolo, alla notizia, quella vera, quella grossa. È molto semplice, in tutto questo casino, tra orde di gattini del politically correct e plotoni di odiatori professionisti, anche gente buona per davvero ha raggiunto il limite, l'orlo dell'abisso. E quando si raggiunge l'orlo dell'abisso c'è una cosa sola da fare: tuffarsi e godersi la vertigine della caduta. Esattamente quello che ha fatto Tuono Pettinato — ovvero il fumettista più buono dell'intero creato — che dopo anni e anni di fedele militanza alla gentilezza ha deciso che si era oxfordianamente rotto i coglioni di dire sempre e solo Sì, Con piacere, Ma certo!, Volentieri! e tutte le altre parole del vocabolario dell'amore.

È così che è nato il primo volume de L'Odiario, edito a novembre da Grrrz — il più libero e piratesco editore di fumetti italiano — in cui Tuono il Buono smette finalmente i panni del bravo ragazzo, del gentile fumettaro che sorride a grandi e bambini ed è diventato Tuono il Cattivo, odiatore del Natale, delle feste comandate, dei talenti di cucina, dei compleanni degli autobus e pure dei paroloni pretenziosi, e ci accompagna non solo attraverso la galleria dei suoi odi privati, ma anche attraverso una breve storia dell'odio, da Lord Byron a quel grande odiatore di Emil Cioran da cui eravamo partiti qualche paragrafo fa.

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