Viva la Fedeli, abbasso la laurea

La presunta bugia della neo ministra all’Istruzione non è che la conseguenza di un rapporto malato tra l’Italia e il “pezzo di carta”. Un Paese in cui tutti vogliono essere laureati, ma in cui la laurea non serve a nulla

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14 Dicembre Dic 2016 1120 14 dicembre 2016 14 Dicembre 2016 - 11:20

E ti pareva che non succedesse di nuovo. Che qualcuno - nella fattispecie Mario Adinolfi - non tirasse fuori una presunta millantata laurea di un’avversaria politica - nella fattispecie la neoministro alla pubblica istruzione Valeria Fedeli - per delegittimarla in partenza. Che, poi, alla fine, di inciampo lessicale pare proprio trattarsi, visto che il titolo di studio della Fedeli è effettivamente un diploma di laurea, antesignano dei diplomi universitari degli anni novanta e delle lauree triennali di oggi.

Ma non è qui il problema. La Fedeli, pur non essendosi mai giovata di questa bugia per fare carriera, potrebbe pure aver mentito sul suo titolo di studio per una questione di vanità personale o per un malcelato complesso d’inferiorità. Ma la bugia - da stigmatizzare in quanto tale, nel caso - non sarebbe che il triste epifenomeno di un rapporto malato dell'Italia, più che col Sapere con la S maiuscola, con il “pezzo di carta” che, in teoria, dovrebbe certificarlo.

Un Paese che ha il più basso numero di laureati in Europa, ma in cui anche il più umile analfabetizzato funzionale ha avuto il suo «Buongiorno Dotto’» di celebrità. Un Paese che spende una marea di soldi per far studiare i propri figli, che non ne accetta l’inadeguatezza allo studio, che accetta di buon grado che rimangano sui banchi di scuola fino alla crisi di mezza età, pur di invitare i parenti al pranzo di laurea. E che poi non sa che farsene dei laureati e li costringe, nei fatti, a fare la fila alle agenzie interinali per un posto da magazziniere, o a emigrare.

Ancora: un Paese che in coda a tutte le classifiche per la spesa in istruzione e ricerca e assente in quelle delle università migliori al mondo, con decine di atenei sotto casa costruite «per l’indotto sul territorio», in cui la baronia e la trasmissione ereditaria della cattedra sono elevate a forma d’arte. Un Paese in cui la percentuale di antivaccinisti s’impenna tra laureati e dottorati, con buona pace di chi ha frequentato l’università della vita. Un Paese con uno dei più alti mismatch del mondo Ocse tra domanda e offerta di lavoro, tra professionalità sul mercato e posti di lavoro disponibili. Un Paese, per dirla in meno di dieci parole, in cui poche cose servono meno di una laurea.

La Fedeli potrebbe pure aver mentito sul suo titolo di studio per una questione di vanità personale o per un malcelato complesso d’inferiorità. Ma la bugia - da stigmatizzare in quanto tale, nel caso - non sarebbe che il triste epifenomeno di un rapporto malato dell’Italia, più che col Sapere con la S maiuscola, con il “pezzo di carta” che, in teoria, dovrebbe certificarlo

E allora abbasso un’istruzione - superiore e non solo - da rivoltare come un calzino e viva chi sta provando a farlo e chi ci vorrà provare. Abbasso il valore legale del titolo di studio, strumento classista e inadeguato a valutare il merito tanto quanto lo è una raccomandazione, perlomeno ora e qui. E, nel frattempo, viva la Fedeli, il suo diploma universitario, la sua gavetta politica, se le metterà al servizio - nel poco tempo a sua disposizione - per cambiare almeno un po' le cose.

E ancora: viva Oscar Giannino, che si appunti al petto come una medaglia che un Presidente del Consiglio sia costretto, per averne ragione in un dibattito da ko tecnico, a ricordare il caso dei suoi millantati titoli di studio. Viva il Premio Oscar Roberto Benigni, i Premi Nobel Dario Fo ed Eugenio Montale, direttori di giornale e telegiornale come Enzo Biagi, Enrico Mentana e Giuliano Ferrara, moloch della divulgazione scientifica come Piero Angela e dell’intrattenimento televisivo come Maurizio Costanzo, viva la spregiudicatezza visionaria di Enrico Mattei e Michele Ferrero, il talento politico di Fausto Bertinotti e Walter Veltroni e i calli sulle mani di sarti e cuochi oggi diventati stilisti e chef come Giorgio Armani e Carlo Cracco.

Viva tutte quelle persone che non si sentono in diritto di accampare alcuna pretesa per una riga in più nel curriculum vitae e che hanno costruito la loro fortuna e quella del Paese usando come mattoni le loro idee, la loro ambizione, la loro cultura del lavoro. Viva chi se ne fotte dei giudizi delle aristocrazie vuote del sapere col parrucchino. Viva la loro fame e la loro follia, come disse ai neolaureati di Stanford, nel suo discorso più famoso, Steve Jobs, che laureato non era, nemmeno lui, come del resto non lo è Bill Gates. Chissà che quante gliene avrebbe dette, il Dottor Mario Adinolfi.

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