«I bersaniani sono un’appendice del grillismo, Renzi resta la nostra unica possibilità»

Parla Fabrizio Rondolino: «Sul renzismo non ho cambiato idea, non ci sono alternative. Le polemiche sulla Boschi? C’è un fondo di sessismo, anche Grillo aveva promesso che avrebbe abbandonato la politica. Il ritorno al proporzionale sarà un’autentica sciagura per il Paese»

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15 Dicembre Dic 2016 1401 15 dicembre 2016 15 Dicembre 2016 - 14:01

«Nonostante la sconfitta, Renzi resta l’unica possibilità di salvezza per l’Italia». Ne è convinto Fabrizio Rondolino, scrittore e giornalista. Responsabile della comunicazione, ormai tanti anni fa, del presidente del Consiglio Massimo D’Alema. «E che devo fare? È un’esperienza che non rinnego ma non rimpiango», sorride. Da tempo critico verso la minoranza democrat, Rondolino non ha cambiato idea: «I bersaniani - racconta - ormai rappresentano una corrente esterna del grillismo, di fatto sono già fuori dal partito». Intanto, per l’editorialista dell’Unità, la legislatura ha le ore contate. Il governo Gentiloni porterà il Paese al voto entro giugno. Prima, però, bisogna approvare una nuova legge elettorale. «Ma il ritorno al proporzionale sarebbe un’autentica sciagura».

Rondolino, un giudizio sul nuovo premier. Per qualcuno Paolo Gentiloni sarà un ottimo presidente del Consiglio, per altri è solo una marionetta del suo predecessore.
Ma per carità. Lo conosco da anni, per il suo profilo e per il suo carattere non è affatto una marionetta. Allo stesso tempo, però, non è particolarmente affascinato dal potere. Insomma, non credo che si avviterà alla poltrona. Ha semplicemente accettato un incarico tutt’altro che facile per alto senso di responsabilità.

Gentiloni ha scelto una squadra di ministri che ricalca perfettamente il vecchio esecutivo. Un po’ poco per chi sperava in un segnale di discontinuità, non crede?
È un governo fotocopia, questo è un elemento a favore della sua brevità. L’arrivo di molti volti nuovi avrebbe significato la volontà di proseguire la legislatura. Così, invece, abbiamo un esecutivo breve, di transizione. Dovrà solo occuparsi di portare il Paese ad elezioni.

Non è svilente celebrare la nascita di un governo che, dal suo punto di vista, non avrà alcun progetto né obiettivo?
Capisco l’obiezione, ma non c’erano altre possibilità. Chi oggi parla di Aventino, chi non vuole partecipare ai lavori parlamentari, fa solo propaganda elettorale. Per tornare al voto serve una legge elettorale. E per fare una legge elettorale serve un governo in carica.

Quindi secondo lei non c'è alcuna possibilità di arrivare al 2018? In realtà sembra che molti parlamentari non abbiano alcuna voglia di tornare alle elezioni...
Io scommetto su elezioni prima dell’estate, tra maggio e giugno. Sì, è vero. I parlamentari sono spesso contro le elezioni anticipate, ma in questo quadro politico c’è una fragilità oggettiva. Questa legislatura è nata morta. Dopo le ultime elezioni non esisteva una maggioranza: il voto ha consegnato tre vincitori, o forse tre sconfitti. La legislatura è rimasta in vita solo per fare le riforme. Sono state fatte, gli italiani le hanno bocciate al referendum, adesso è finita. Non ha più motivo di esistere.

«C’è un problema che riguarda la minoranza Pd. Non si può stare in un partito e votare contro. Una minoranza del partito non fa cadere il proprio governo. Da questo punto di vista i bersaniani rappresentano un’appendice del grande fronte populista che assedia il Palazzo. Una corrente esterna del grillismo. Nella sostanza, sono già fuori dal partito»

Torniamo al governo. Maria Elena Boschi aveva promesso che avrebbe abbandonato la politica in caso di sconfitta al referendum. Invece è rimasta al governo, passando da ministro a sottosegretario alla presidenza del Consiglio. In molti la criticano per l’assenza di coerenza, il dibattito la appassiona?
Mi appassiona, sì. E ci trovo un fondo di sessismo molto forte. È un fenomeno non solo italiano, basta vedere cosa è successo alle elezioni americane. Quando si parla di donne in politica c’è un doppio standard di giudizio. Alle belle donne, poi, non si perdona niente. Ma scusi, se si è deciso di fare un governo fotocopia del precedente, perché tutti i ministri possono rimanere al proprio posto tranne lei? Per quanto mi riguarda, tuttavia, le avrei suggerito di fare un passo indietro. Ma solo perché rimanere al governo la espone alla gogna mediatica.

Non solo sessismo, Matteo Renzi rischia di subire le stesse critiche di incoerenza. Anche lui aveva promesso di lasciare la politica in caso di sconfitta. Eppure continua a giocare da protagonista.
Se è per questo anche Grillo lo aveva promesso. Prima delle Europee si era impegnato ad abbandonare la politica in caso di sconfitta. Ma a lui si perdona molto di più, ecco un altro caso di doppio standard.

Lei immagina un veloce ritorno alle urne. Prima, però, serve una legge elettorale. A quanto pare si tornerà a un sistema proporzionale, che ne pensa?
Considero il ritorno al proporzionale un’autentica sciagura. Significherebbe andare verso l’implosione del sistema politico. Con una legge di questo tipo si aprono due scenari: una grande coalizione tra Pd, Forza Italia e partiti centristi, oppure un governo Grillo-Salvini-Meloni. Nel primo caso, avremmo una maggioranza paralizzata in partenza. Nel secondo, non voglio nemmeno pensarci. Ecco perché noi cittadini dovremmo difendere il maggioritario: è l’unica cosa buona fatta negli ultimi venti anni.

Domenica si riunirà l’assemblea del Partito democratico, sullo sfondo resta il prossimo congresso. Oggi qualcuno rilancia l’ipotesi di una scissione. Renzi potrebbe andare via dal Pd e fondare un suo partito?
Questo lo escluderei del tutto. Renzi ha ancora la maggioranza nel Pd. Il mio consiglio, semmai, è di non celebrare un congresso anticipato. Una discussione autoreferenziale tra Rossi, Speranza che coinvolgerebbe anche Renzi, non interessa a nessuno. Gli elettori del Partito democratico vogliono risposte, chiedono un argine al populismo, non l’ennesimo dibattito interno.

Ma quanto sarà possibile posticipare un confronto tra le varie anime del partito?
Ecco, semmai c’è un problema che riguarda la minoranza Pd. Non si può stare in un partito e votare contro. Una minoranza del partito non può fare cadere il proprio governo. Da questo punto di vista i bersaniani rappresentano un’appendice del grande fronte populista che assedia il Palazzo. Una corrente esterna del grillismo. Nella sostanza, sono già fuori dal partito.

Non crede che la sua sia una lettura un po’ impietosa del dibattito interno?
Un partito funziona con delle regole. Si discute, ma quando si decide si vota tutti allo stesso modo. La Democrazia cristiana era famosa per scannarsi al suo interno in maniera crudele. Si menavano, ma quando c’erano le elezioni tutti facevano campagna per la Dc. Una comunità fa così.

«Le polemiche sulla Boschi? Ci trovo un fondo di sessismo molto forte. Quando si parla di donne in politica c’è un doppio standard di giudizio. Alle belle donne, poi, non si perdona niente. Ma scusi, se si è deciso di fare un governo fotocopia del precedente, perché tutti i ministri possono rimanere al proprio posto tranne lei?»

Intanto gli italiani rischiano di votare presto in un altro referendum. A giugno probabilmente gli elettori saranno chiamati a decidere sul Jobs Act. Se dopo la riforma costituzionale sarà bocciata anche quella del lavoro, cosa rimarrà dell’esperienza renziana al governo, solo le macerie?
In teoria potrebbe succedere, ma non sarei così pessimista sull’esito del referendum. La riforma del Jobs Act rappresenta solo un allineamento del nostro mercato del lavoro al resto dell’Occidente. È un passo in avanti verso la normalità. Solo in un paese sclerotizzato come il nostro queste riforme passano per essere interventi rivoluzionari. Semmai è corretto che un governo di sinistra, come ha fatto l’esecutivo Renzi, si sia preoccupato anche del resto: dalla riduzione del precariato alla flessibilità in entrata. Ma se si voterà sul Jobs Act, penso che questo referendum si possa tranquillamente vincere.

Tra gli osservatori politici lei è stato uno dei più convinti dal fenomeno politico renziano. Dopo quello che è successo la pensa ancora così? Nessun dubbio su questa esperienza?
Penso che Matteo Renzi sia stato, e sia tutt’ora, l’unica chance di salvezza e di rinascita per questo Paese. Il centrodestra è spappolato, ancora prigioniero della leadership berlusconiana. La Lega e i Cinque Stelle sono forze antisistema, antieuro e xenofobe, non rappresentano una soluzione credibile. Renzi rimane l’unico tentativo, dentro un alveo politico riformista, di rispondere alla crisi. Il suo vero nemico è un ritorno al proporzionale. Con un sistema proporzionale non si faranno più le riforme.

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