Tre imballaggi su quattro diventano nuovi oggetti. Un cartone animato racconta questo viaggio

Si chiama Love Cycle ed è stato commissionato da Conai allo studio Dadomani, specializzato in stop motion: «Una storia che rafforza l’importanza di un gesto in cui il il cittadino, con i suoi corretti comportamenti, è il processo generatore di una rinascita»

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15 Dicembre Dic 2016 1200 15 dicembre 2016 15 Dicembre 2016 - 12:00

Chiamateli riprodotti. Sono i figli dei prodotti, quel che rinasce, dalla culla alla culla, dopo il riciclo degli imballaggi. Una lattina che diventa tre pinzette, pallet e cassette di legno che diventano cassettiere, dieci chilogrammi di scatole di cartone che diventano venticinque libri, un dispenser di sapone liquido che si trasforma in tre paia di occhiali da sole. Un processo generativo che ormai in Italia - Paese a corto di materie prime - è realtà da almeno una ventina d’anni. E che, in occasione delle prossime festività natalizie, diventa un cortometraggio in stop motion che racconta la storia di quattro “riprodotti” alla ricerca dei loro genitori.

«Tutto nasce con la Legge Ronchi sulla raccolta differenziata del 1997», spiega Luca Brivio, responsabile comunicazione di Conai, acronimo di Consorzio Nazionale imballaggi, committente del cartone animato “Love Cycle”. Conai è una realtà che si occupa per l’appunto, di dare nuova vita ai rifiuti. In poche parole, attraverso gli accordi coi singoli comuni rappresenta per i cittadini la garanzia che i materiali provenienti dalla raccolta differenziata trovino pieno utilizzo attraverso corretti processi di recupero e riciclo.

Risultato? Oggi, il 78,8% degli imballaggi non finisce in discarica ma viene riciclato. Nel 2015 sono stati immessi sul mercato 12,2 tonnellate di prodotti ottenuti da imballaggi riciclati, con una crescita anno su anno del 2,6% dei consumi. In crescita il dato relativo al recupero complessivo di imballaggi, che registra un incremento, che si attesta al 78,6% dell’immesso al consumo. Il riciclo complessivo è stato, invece, del 66,9% dell’immesso al consumo. Il bello - o il brutto, vedete voi - è che nemmeno lo sappiamo.

Ecco allora Love Cycle. In cui i protagonisti del cartone animatosono i “riprodotti”. La seconda vita degli imballaggi e ciò che diventano dopo il riciclo: «È una storia che racconta il ritorno a casa di questi ultimi, il loro incontro, dopo un lungo viaggio, con i genitori - spiega ancora Brivio -. Una storia che rafforza l’importanza di un gesto in cui il il cittadino, con i suoi corretti comportamenti, è il processo generatore di una rinascita». Non a caso, il claim adottato da Conapi dal 2009, è “da cosa rinasce cosa”.

«È una storia che racconta il ritorno a casa di questi ultimi, il loro incontro, dopo un lungo viaggio, con i genitori. Una storia che rafforza l’importanza di un gesto in cui il il cittadino, con i suoi corretti comportamenti, è il processo generatore di una rinascita»

«Abbiamo usato un tecnica molto antica - spiega Carlo Paolillo di Dadomani - È come si realizzavano i cartoni animati cinquant'anni fa. Ora sta tornando di moda, perché piacciono le imperfezioni del reale. Ci siamo molto rifatti a Tim Burton che ha riportato lo stop motion. Per noi è felice e gioiosa, però, non dark».

Lo studio milanese di Dadomani, lungo il Naviglio Pavese, è una piccola fabbrica delle meraviglie. Tra gli stretti corridoi, banconi da artigiani sulle quali sono posizionate le casette di Conaitown, la cittadella in cui vivono prodotti e riprodotti, creata tutta con materiali di recupero. Sul set, si sta girando un altro spot in stop motion a tema ecologico. La macchina fotografica si muove su un binario orizzontale e scatta. Poi qualcuno muove gli oggetti e scatta di nuovo: «Una cinepresa filma a 25 fotogrammi al secondo. Noi lo facciamo manualmente, con la macchina fotografica - spiega Paolillo -. Ogni giorno scattiamo circa duecento fotografie». Di fatto, si lavora un giorno intero per otto secondi di girato. Alla faccia della pazienza.

«Abbiamo usato un tecnica molto antica. È come si realizzavano i cartoni animati cinquant'anni fa. Ora sta tornando di moda, perché piacciono le imperfezioni del reale. Ci siamo molto rifatti a Tim Burton che ha riportato in auge lo stop motion. Per noi è felice e gioiosa, però, non dark»

«Facciamo una ventina di lavori all’anno, tutti in stop motion, quanto più possibile senza alcuna post produzione al computer - racconta ancora Paolillo -. In questo cortometraggio ci abbiamo messo tutto il nostro amore per la materia, per i rumori che produce, per i suoi movimenti. Non c’è una parola, in questo cortometraggio, né sovrapposizioni antropomorfe sul corpo dei riprodotti. Ci sono solo loro, gli oggetti. È questo, in fondo, il suo bello. Mostrare quanto ci sia di vivo in una caffettiera o in una pinzetta. E quanto la sua vita possa essere una storia degna di essere raccontata».

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