Il 2017 delle banche: una tempesta di aumenti di capitale

Dopo le linee guida della Bce sulla necessità di aumentare la copertura sui crediti deteriorati, si attende un 2017 di aumenti di capitale per le banche italiane. Un’operazione ad alto rischio (e accompagnata da tagli draconiani). Ma la partenza di Unicredit toglie qualche ansia sul contagio di Mps

Mps Testa Bassa

(TIZIANA FABI/AFP/Getty Images)

16 Dicembre Dic 2016 1015 16 dicembre 2016 16 Dicembre 2016 - 10:15
WebSim News

Il caso Unicredit cambia lo scenario del 2017 delle banche: il piano industriale da poco presentato, che prevede un aumento di capitale da ben 13 miliardi di euro, il taglio del 20% del personale (14mila dipendenti, di cui 6.500 in Italia) e un’alta copertura dei crediti deteriorati (63% per le sofferenze) poteva essere preso bene o male dal mercato. Nel secondo caso ci sarebbe stato da preoccuparsi, e parecchio, perché sarebbe stato il segnale che il caso Mps avesse dato inizio a un effetto contagio che, passando dalla seconda banca italiana, si sarebbe riversato come una bomba su tutte le altre. La reazione positiva in Borsa e l’alto committment delle banche del consorzio di garanzia dell’aumento di capitale di Unicredit sembrano invece un’indicazione sulla possibilità da parte degli istituti di credito italiani di gestire in maniera meno isterica l’abnorme massa di crediti deteriorati che hanno in pancia. Se questo scenario si dimostrerà realistico dipenderà da come andrà davvero a finire la vicenda Montepaschi e dalle mosse del governo per stabilizzare il settore. Ma intanto si registra una nota positiva, in un clima borsistico che dopo la vittoria del No al referendum costituzionale non è stato preso dal panico, grazie anche allo scudo offerto dalla Bce sui titoli di Stato italiani e alla formazione di un nuovo governo in tempi stretti.

Come ha evidenziato lo studio “The Italian NPL market - Positive Vibes” di Pwc, diffuso il 15 dicembre, il 2017 sarà un anno in cui le cessioni di non performing loans accelereranno fino alla quota di 50 miliardi di euro. Di conseguenza, saranno necessari aumenti di capitale in molte banche italiane. Il loro ammontare dipenderà tutto dal prezzo di cessione delle sofferenze e dalla copertura che sarà decisa nei bilanci. Ma le linee guida diramate dalla Bce a settembre non lasciano dubbi sulla necessità di adeguare il livello di copertura da parte degli istituti. C’è da aggiungere che di positivo, in ogni caso, c’è ben poco per i lavoratori delle banche e il piano di licenziamenti proposto da Unicredit non è che un’accelerazione di un percorso già iniziato. «Fino a qualche anno fa i Ceo a fine anno si vantavano di quante filiali avevano aperte, ora di quante hanno chiuso», ha detto durante un convegno di Accenture Finance Mauro Selvetti, direttore generale del Credito Valtellinese, aggiungendo che quando si seguono le Pmi chiudere presidi fisici non ha sempre senso.

Andiamo con ordine. Le banche italiane sono piene di crediti deteriorati, ossia sofferenze, unlikely to pay (gli ex incagli) e i past due (esposizioni scadute). Nei loro bilanci hanno assegnato a questi crediti deteriorati dei valori che nel corso del 2015 e 2016 si sono scontrati con la realtà dei fatti. Lo si è visto nel caso delle quattro ex popolari (Etruria & co.), dove la vendita delle sofferenze al 22% del valore nominale ha aperto un buco nei bilanci. Il valore assegnato in media alle sofferenze in Italia (cioè il prezzo a cui si pensa di recuperare un credito, coperto da garanzia, in genere un immobile) è del 40 per cento. Il gap tra il valore di bilancio e quello di vendita effettivo crea un buco negli stati patrimoniali che rende necessari aumenti di capitale. Per ridurre questo gap, in assenza di una bad bank di sistema vietata dalle attuali regole europee, gli strumenti messi in atto sono le Gacs (garanzie statali sui bond senior derivanti dalle cartolarizzazioni delle sofferenze, che si potranno attivare fino al prossimo agosto, salvo un rinnovo da parte del governo) el’intervento del fondo Atlante, privato ma con ruolo determinante della Cdp, che chiede rendimenti minori e quindi fa alzare il valore a cui si possono vendere le sofferenze. Anche se va detto che Atlante si sta dimostrando troppo piccolo per andare oltre l’applicazione nei casi delle due banche venete (Popolare Vicenza e Veneto Banca) e Mps. L’uso della Gacs nella Popolare di Bari, unica attivata finora, ha portato ad alzare il valore delle sofferenze al 31% in media, valore a cui si è arrivati anche grazie a una ricognizione e classificazione puntuale dei crediti, evitando le vendite un tanto al chilo. La combinazione di Gacs, fondo Atlante e ricognizione puntuale dei crediti dovrebbe portare in linea teorica (tutta da verificare) a un vendita al 33% del valore.

La reazione positiva in Borsa e l’alto committment del consorzio di garanzia dell’aumento di capitale di Unicredit sembrano dire due cose: l’effetto contagio di Mps per ora non c’è stato e le banche potrebbero gestire in maniera meno isterica l’abnorme massa di crediti deteriorati che hanno in pancia

Quale sarà quindi il conto degli aumenti di capitale, che negli ultimi anni non sono certo stati pochi (8 miliardi in due diversi aumenti di Mps, 1,5 miliardi per Popolare di Vicenza, 1 miliardo per Veneto Banca, 1 miliardo per Banco Popolare, per citare solo i più recenti)? Uno studio di Goldman Sachs dello scorso luglio aiuta a farsi un’idea. Se il prezzo di vendita degli Npl dovesse rimanere quello di mercato, a 21 centesimi per le sofferenze e a 54 centesimi per gli incagli, e ipotizzando un obiettivo di Cet1 (un indice patrimoniale preso a riferimento dalla Bce) del 12%, gli aumenti di capitale ammonterebbero a 26,7 miliardi di euro. Oltre alle previsioni su Unicredit (9,6 miliardi, superate dal piano industriale), si registrano quella di Mps a 5,4 miliardi (in linea con l’aumento appena varato da Siena), un aumento di 4,6 miliardi per Intesa Sanpaolo e quelli da 2,2 miliardi per Ubi, da 1,5 miliardi per Bper e da 3,3 miliardi per Bpm-Banco Popolare.

Fonte: Goldman Sachs Global Investment Research

Questo però sarebbe lo scenario peggiore e in parte scongiurato dal precedente della Popolare di Bari. In uno scenario più positivo, con vendita delle sofferenze a 30 centesimi e degli incagli a 64 centesimi, e sempre con Cet1 al 12%, gli aumenti si dovrebbero fermare a 14,4 miliardi. Intesa passerebbe a un incremento di 0,9 miliardi, Bpm e Banco Popolare a uno di 1,9 miliardi. Per Bper il valore dell’aumento sarebbe di un miliardo e per Ubi di 1,4 miliardi. L’aumento di Unicredit, però, in questo quadro si sarebbe limitato a 6,7 miliardi, mentre nei fatti è stato ben superiore, a quota 13 miliardi di euro. Il conto potrebbe quindi essere più salato.

Fonte: Goldman Sachs Global Investment Research

Fonte: Pwc, “The Italian NPL market - Positive Vibes”

Quanto di questi aumenti sarà sostenibile dalle sole banche e in che parte sarebbe necessario un intervento dello Stato? «Per mettere a posto la situazione potrebbe servire un fondo con capienza di 15 miliardi», spiega Carlo Tommaselli, analista di Credit Suisse, direttore della ricerca sulle banche europee, con base a Londra. È la cifra di cui si era parlato nel decreto omnibus sulle banche anticipato dal governo. «Ma Gentiloni sembra aver fatto una inversione a U, puntualizzando che ogni situazione sarà vista singolarmente», commenta Tommaselli. Anche se secondo molti sarebbe necessario un intervento sistemico (a partire da Luigi Zingales, che a luglio parlò della necessità di un intervento generale su tutte le banche, una riedizione del Tarp americano), bisogna fare i conti con la realtà. Se si vuole evitare il ricorso all’ Esm (che implicherebbe la Troika o qualcosa di simile), c’è da tenere presente i vincoli del rapporto deficit/Pil e negoziare una esenzione parziale (waiver) del conteggio dal deficit. «Si può ipotizzare che se l’intervento pubblico sarà limitato, possa essere previsto un waiver dalla Commissione», dice Tommaselli.

Aggiunge l’analista, «l’anno prossimo potremmo avere un pressing più tangibile da parte della Bce, come indicano le linee guida sugli Npl diffuse a settembre. Tutte le banche dovranno avere un target di riduzione degli Npl e shortfall di capitale conseguenti all’aumento delle coperture non possono essere esclusi. Ma se il mercato torna confident non dovrebbe essere un problema fare gli aumenti». Nelle linee guida di Francoforte si lascia poco spazio a dubbi. «Laddove le riserve di capitale siano sottili e la profittabilità bassa - si legge -, le banche con alti livelli di Npl dovrebbero includere azioni adeguate nella loro pianificazione sul capitale, che renderanno possibile una ripulitura sostenibile degli Npl dai loro bilanci». Quindi bisogna aspettarsi aumenti consistenti, con le conseguenti diluzioni per gli azionisti attuali e (se sarà necessario) la conversione di obbligazioni in azioni. «Bisogna però notare che le linee guida non danno una indicazione numerica sul livello giusto di coperture», dice Tommaselli, e la conclusione è che passa il principio secondo cui ogni Npl ha la sua storia.

Fonte: Pwc

«L’anno prossimo avremo un pressing più tangibile da parte della Bce, come indicano le linee guida sugli Npl diffuse a settembre. Tutte le banche dovranno avere un target di riduzione degli Npl e ci saranno degli shortfall di capitale. Ma se il mercato torna confident non dovrebbe essere un problema fare gli aumenti»

Carlo Tommaselli, Credit Suisse

Una delle conseguenze pratiche di questa azione di ripulitura è che nel 2017 «molte cominceranno a gestire attivamente gli Npl», commenta Tommaselli. Attivamente significa che faranno più ricorso a pratiche extragiudiziali, per evitare i tempi lunghi della giustizia civile (che pure segna qualche miglioramento) e che creeranno delle divisioni o società al proprio interno dedicate a gestire le aste. «Attualmente le banche sono in mano agli avvocati, che non sempre hanno interesse a chiudere le pratiche in fretta», aggiunge l’analista. Ma a che prezzo potranno essere vendute? «A mio avviso il valore fair non è sicuramente 25 centesimi né tantomeno 20, ma neanche il 40%». Si andrebbe quindi verso una via di mezzo ipotizzabile attorno a 30-33centesimi, a seconda dei casi, «dopo un lavoro sui database per catalogare gli Npl per categoria». Questo potrebbe avvenire anche senza la Gacs, che scade in agosto? «La Gacs può aiutare ma non penso sia necessaria», risponde Tommaselli.

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