Ok, abbiamo scherzato: ridateci i partiti e i politici di professione

Venticinque anni di tecnici e di dilettanti, di movimenti e partiti liquidi sono sufficienti. Una moratoria per riavere un po' di sano professionismo, anche in politica.

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17 Dicembre Dic 2016 0830 17 dicembre 2016 17 Dicembre 2016 - 08:30

Spoiler alert: qui non si rimpiangono il pentapartito, il centralismo democratico e i dinosauri da Transatlantico. E, allo stesso modo, non si nega l’importanza del soffio vitale e dalla carica di innovazione che arrivano dalla società, che scardinano le finestre dei palazzi del potere, facendo entrare aria nuova.

Però, se non un punto, almeno un punto e virgola dobbiamo metterlo. E dircelo sommessamente, noi che credevamo e ancora crediamo nella politica accidentale, nelle comunità di destino, nella passione civica, che dopo vent’anni di imprenditori e manager prestati alla politica, di tecnici, professori e supplenti, di dilettanti allo sbaraglio scelti dal popolo della rete, un po’ di sano professionismo, anche nella politica, soprattutto nella politica, non ci farebbe male.

Se non altro, una versione riveduta e corretta delle Frattocchie, la mitica scuola di formazione del Partito Comunista Italiano, o il partito palestra raccontato da Fabrizio Barca nei suoi Luoghi Idea(li). Realtà che riempiano l’ardore dilettantesco con un po’ di nozioni. O una benchè minima organizzazione che instradi il percorso del giovane talento politico, un gradino alla volta, con cognizione di causa per il proprio ruolo, le proprie responsabilità e un po’ di sano realismo sulle proprie competenze e le proprie capacità. E anche, magari, che insegni a mantenere un po' di sangue freddo in mezzo alle sconfitte, o alle bufere. O che studiare un dossier non serve solo a scrivere un tweet o a parlarne per cinque minuti in un talk show.

Magari non è tutto qui il problema dell’Italia, ma un po’ sì. Ci siamo convinti che basti voler cambiare le cose, per cambiarle. Che basti avere cognizione dei problemi della società e dell’economia per risolverli. Che la politica sia l’unica professione al mondo in cui si nasce imparati. O nella quale comunque si può imparare facendo, senza combinare disastri nel frattempo

Magari non è tutto qui il problema dell’Italia, ma un po’ sì. Ci siamo convinti che basti voler cambiare le cose, per cambiarle. Che basti avere cognizione dei problemi della società e dell’economia per risolverli. Che la politica sia l’unica professione al mondo in cui si nasce imparati. O che si possa imparare facendo altro. O nella quale comunque si può imparare facendo, senza combinare disastri nel frattempo.

Il tragicomico psicodramma di Virginia Raggi e della sua Giunta non è che l’attestazione ultima della fallacia di questa allucinazione collettiva di cui siamo vittime, da almeno venticinque anni. Ma è il risultato di un percorso, non certo un fulmine a ciel sereno. Dentro c’è tutto: la selezione della classe dirigente a là Berlusconi, le figurine di Walter Veltroni, la teoria dei partiti liquidi ridotti a comitati elettorali, i cinque minuti a testa dal palco della Leopolda, l’idea che dopo due legislature si debba togliere il disturbo, la straordinaria inesperienza come valore, le primarie sempre e comunque come metodo di selezione, l’incrollabile certezza che la legittimazione e il consenso popolare - qui e ora - siano l’unica bussola attraverso cui orientare il valore delle proprie azioni.

Anche in queste settimane, in cui addirittura si dice (si spera?) che stia tornando la Prima Repubblica, ci si dimentica che senza partiti, senza culture politiche di riferimento, senza obiettivi di lungo periodo che diano senso e legittimità a scelte impopolari, senza adeguati percorsi di selezione e formazione, senza tutto questo, ecco, il ritorno della Prima Repubblica sarà solo un ritorno agli accordi di Palazzo, alle clientele, ai signori delle tessere, ai capibastone. Che non basta aprire il rubinetto dell’acqua sporca, per riavere indietro il bambino.

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