Facciamo entrare i centri commerciali nelle città

Per superare gli stereotipi i centri commerciali devono integrarsi con i centri urbani, facendo leva sulle aree dismesse. Un primo passo sono gli accordi con l’Agenzia del demanio: in gioco ci sono beni dello Stato per un valore di tre miliardi di euro

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Il centro commerciale Westfield Stratford a Londra, integrato con il tessuto urbano (By Sunil060902 (Own work) [CC BY-SA 3.0 (http://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0)], via Wikimedia Commons)

20 Dicembre Dic 2016 1200 20 dicembre 2016 20 Dicembre 2016 - 12:00
Tendenze Online

Superare gli stereotipi e rinsaldare la capacità relazionale con le istituzioni, con l’obiettivo di dare rilevanza a una realtà troppo sottovalutata dagli stakeholder, è stato il tema al centro dell’annuale Christmas meeting del Consiglio nazionale dei centri commerciali (Cncc). Soprattutto oggi che la partita non si gioca solo nella discussa contrapposizione tra commercio tradizionale e centri commerciali: l’ingombrante ingresso sul mercato del leviatano rappresentato dall’e-commerce (e dal cognitive engagement rappresentato dall’impiego dell’intelligenza artificiale per utilizzare la grande mole di dati e informazioni disponibili) pone tutti gli attori del retail nella necessità di elaborare strategie di risposta.

Gli stereotipi da superare sono quelli che hanno accompagnato lo sviluppo dei centri commerciali nei decenni, come l’equazione Centro commerciale=Ipermercato, l’azione dirompente di queste cittadelle dello shopping nei confronti del commercio locale e dello sviluppo urbano, l’idea di non luogo. «Questi luoghi comuni sono superati - afferma il presidente Cncc Massimo Moretti - e dobbiamo fare uno sforzo collettivo per una loro revisione. I centri commerciali sono entrati nelle abitudini di consumo dei cittadini italiani. Così dicono i numeri. Il nostro successo è figlio dei nostri 6 milioni di utenti al giorno».

Senza i centri commerciali i bilanci di alcuni comuni non starebbero in piedi. Con buona pace dei colossi del digitale che pagano le poche tasse sui ricavi generati in Italia all’estero

I centri commerciali sono infatti 969 in Italia, con un giro d’affari stimato in 51 miliardi di euro (il 3,2% del Pil), circa 400mila occupati e decine di migliaia di punti vendita. Ma per superare gli stereotipi occorre anche integrarsi con i centri urbani, facendo leva sulle aree dismesse sulle quali sono in corso accordi con l’Agenzia del demanio: in gioco ci sono beni dello Stato per un valore di tre miliardi di euro.

In questo percorso l’interlocutore primario è, naturalmente, la politica e lo sforzo fin qui fatto è quello di accreditarsi, proprio sulla base del valore economico e sociale del comparto, nei confronti delle istituzioni. Di fronte alla senatrice Maria Spilabotte, vice presidente commissione Lavoro del Senato e al senatore Vincenzo Gibiino, presidente Osservatorio parlamentare sul mercato immobiliare, Moretti enumera i valori aggiunti del centro commerciale: occupazionali in quanto creatore di posti di lavoro sul territorio, sociali, in quanto elemento aggregatore e luogo di erogazione di servizi per la comunità, fiscali perché nulla sfugge. «Per contro - aggiunge Moretti - siamo sottoposti a un regime di regole che rispettiamo ma che sono interpretate e attuate diversamente da regione a regione. Si spacca il capello in quattro in materia di saldi, poi l’e-commerce organizza black friday e cyber monday senza alcun problema. Per di più con un regime fiscale a due velocità».

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