Poletti, gli expat scappano dall'ottusità della classe dirigente

Il ministro del lavoro si lascia andare a frasi poco opportune verso chi abbandona l'Italia, poi si scusa. Ma il problema resta: le nostre classi dirigenti non si interessano di una questione importante, e determinante per il futuro del Paese

Giulianopoletti
20 Dicembre Dic 2016 1048 20 dicembre 2016 20 Dicembre 2016 - 10:48

Fare il ministro del Lavoro, specie in Italia, è un compito ingrato. Catalizza aspettative, rancori, frustrazioni, espone a pressioni e pericoli (sì, pericoli. C'è chi è stato assassinato, e chi vive sotto scorta, per il fatto di occuparsi di lavoro). Ad ogni nuovo insediamento si vorrebbe un ministro in grado di far ripartire l'economia, le assunzioni, cancellare il precariato, aumentare le retribuzioni, le pensioni e i sussidi di disoccupazione.

Ma non ci sono bacchette magiche. Tutto questo non accade, o accade solo in minima parte, e spesso indipendentemente dal ministro in carica. Per questo mi è capitato a volte di difendere Giuliano Poletti, attuale ministro del Lavoro.

Non oggi. «Conosco gente che è andata via e che è bene che stia dove è andata, perché sicuramente questo Paese non soffrirà a non averli più fra i piedi» è una frase inaccettabile. Di una superficialità abissale, oltre che inutilmente aggressiva. Potrebbe forse pronunciarla un pensionato al bar. Non un ministro.

Negli ultimi dieci anni gli italiani residenti all'estero sono cresciuti del 55%. Nel solo 2015 quasi 108mila persone hanno trasferito la propria residenza - il 6,2% in più dell'anno prima, da sommare al +3,8% registrato nel 2014 al +7,6% del 2013.

La gente parte. Giovani, ma non solo. Per scelta, ma non solo. Molti vanno via perché in Italia si sentono soffocare. Perché non trovano lavoro - e quando lo trovano, è lavoro pagato troppo poco. Perché non vengono valorizzati, e troppo spesso devono mettersi in coda e aspettare il proprio turno, secondo logiche clientelari e gerontocratiche che ammazzano ogni entusiasmo.

La gente parte. Non è un male di per sé: viaggiare e vivere in posti diversi è ottima cosa, si cresce, si impara, ci si apre la mente. Ma la bilancia, che sull'altro piatto comprende le persone straniere che invece scelgono di venire in Italia, non è in equilibrio.

E i giovani che partono, spesso spintaneamente piuttosto che spontaneamente, poi non tornano quasi mai.

La gente parte. Giovani, ma non solo. Per scelta, ma non solo. Molti vanno via perché in Italia si sentono soffocare.

Eleonora Voltolina, giornalista e presidente di Italents

C'è spesso una retorica stucchevole nel racconto delle vite all'estero, lontani dalle lasagne della nonna, irrimediabilmente nostalgici; oppure al contrario, perfettamente realizzati vivendo altrove, cervelloni da esportazione. C'è per fortuna anche un lavoro più profondo, che alcuni “cittadini mobili” portano avanti dall'estero, o una volta tornati in Italia. Per trovare il difficilissimo equilibrio tra qui e lì, tra rimanere italiani vivendo all'estero - continuando a seguire la politica, a contribuire al dibattito pubblico - e integrarsi nel Paese dove si vive.

«Bisogna correggere un'opinione secondo cui quelli che se ne vanno sono sempre i migliori» ha detto ancora Poletti: «Se ne vanno 100mila, ce ne sono 60 milioni qui, sarebbe a dire che i 100mila bravi e intelligenti se ne sono andati e quelli che sono rimasti qui sono tutti dei ‘pistola'».

Nessuno ha mai detto questo. Ma è innegabile che, in un contesto in cui la bilancia è squilibrata (per esempio, come formazione e titolo di studio: emigrano più laureati, mentre arrivano più immigrati con bassa istruzione), ci si debba interrogare sul talento che perdiamo, quando vanno all'estero non singole persone - singoli ricercatori, medici, imprenditori… - per personali scelte di vita, ma una massa sempre più consistente, sempre più numerosa, sempre più sfiduciata.

Non potrei pensare che chi resta è un pistola, io stessa sono rimasta a vivere in Italia, e qui combatto per cambiare le cose. Come moltissimi altri. Nessun particolare eroismo in chi resta, nessun particolare merito in chi parte. Ma resta il grande disagio nel vedere che molta parte della classe politica sembra proprio non rendersi conto dei fondamentali: quanto è grande un fenomeno, quali sono le cause scatenanti, come lo si governa, come si elaborano e mettono in pratica politiche che riportino il fenomeno nella giusta proporzione.

Con l'associazione Italents - che oltre cinque anni fa ho contribuito a fondare con un manipolo di ottimisti, e di cui da quest'anno sono presidente - cerchiamo, attraverso l'evento annuale Meetalents ed altre attività, di dare voce e visibilità a questa “Italia diffusa”. Di ragionare su come si possano valorizzare i 5 milioni di italiani all'estero, in particolare quelli di “nuova migrazione”, come si dice di chi è partito in questi ultimi anni. Di approfondire cosa spinge a partire, cosa frena dal tornare, come si potrebbe rendere la nostra Italia più attrattiva.

Personalmente non sono una fan del politicamente corretto, della continenza verbale a tutti i costi. Dire pane al pane (e vino al vino e vin santo al vin santo...) a volte serve. Ma in ogni caso - a maggior ragione se si ha un ruolo pubblico, e sopra ogni cosa se si è il ministro del Lavoro di un Paese che soffre per la mancanza di lavoro - nessuno dovrebbe permettersi di dire “fuori dai piedi” a nessuno. Tantomeno a chi ha fatto la valigia e si è allontanato dal suo Paese in cerca di un'occasione migliore.

Poi il ministro ha corretto il tiro. Ha specificato che non voleva dire quello che ha detto, o quantomeno non nel modo in cui l'ha detto. Prendiamone atto; ma la prossima volta sarebbe meglio che ci pensasse prima. Perché il mio timore è che tanti italiani, soprattutto giovani, non scappino solo dalla cronica carenza di opportunità professionali e da stipendi medi ridicolmente bassi, ma anche e sopratutto da una classe dirigente che pensa e dice queste cose qui.

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