Terrore in Germania, il prologo di un 2017 da incubo

L’attentato di Berlino ci catapulta in un anno in cui le elezioni in Francia e Germania offriranno un motivo in più ai terroristi per colpire l’Europa. Servirà parecchio sangue freddo. E molta più politica di oggi

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20 Dicembre Dic 2016 0713 20 dicembre 2016 20 Dicembre 2016 - 07:13

È come un ponte tra ieri e domani, l’attentato di Berlino in cui un camion ha travolto e ucciso 9 persone e ferite più di cinquanta, che stavano affollando un mercatino di Natale nei pressi della Chiesa del Ricordo, nel cuore di quella che un tempo era la parte Ovest della capitale tedesca. Chiosa terribile di un tremendo 2016, col medesimo marchio di fabbrica che aveva insanguinato la Promenade des Anglais di Nizza, la sera dello scorso 14 luglio. Ma anche sinistro antipasto di quel che ci attenderà nel 2017, anno in cui Germania e Francia, i due paesi europei più colpiti dal terrorismo internazionale andranno al voto. Elezioni su cui si staglia l’ombra dei lupi solitari e della guerra molecolare del terrorismo di matrice islamica.

È una prospettiva che terrorizza, ma con cui dovremo imparare a fare i conti. L’idea, cioè, che nei prossimi mesi gli attentati avranno l’obiettivo di condizionare il voto francese e quello tedesco, favorendo la radicalizzazione dell’elettorato verso le posizioni di Alternative fur Deutschland e del Front National.

Il motivo è piuttosto semplice ed è messo nero su bianco da Abu Bakr Naji nel volume intitolato “Il management della brutalità”, considerato una delle basi ideologiche dell’Isis: “Dobbiamo rendere questa battaglia molto violenta (…) in modo che i due gruppi che si combattono si rendano conto che questa battaglia porti frequentemente alla morte”, si legge. E ancora, serve “trasformare la società in due gruppi opposti, dando la miccia a una violenta battaglia tra di loro la cui fine è o una vittoria o il martirio”, con lo scopo eliminare le zone grigie intermedie, portando dalla parte dei terroristi questa parte di popolazione, il cui ruolo «è decisivo nelle fasi successive della battaglia».

Per i terroristi radicalizzare lo scontro è necessario. Ed è prioritario farlo nel momento in cui l’emotività degli elettori può giocare un ruolo decisivo nell’orientarne le scelte. Per questo non è difficile immaginare un escalation di violenza e terrore in Francia, Germania, e pure nel resto d’Europa

Per fare quel che il manuale si propone, radicalizzare lo scontro è necessario. Ed è prioritario farlo nel momento in cui l’emotività degli elettori può giocare un ruolo decisivo nell’orientarne le scelte. Per questo non è difficile immaginare un escalation di violenza e terrore in Francia, Germania, e pure nel resto d’Europa. Così come è gioco facile preconizzare una radicalizzazione del dibattito politico su posizione oltranziste e intransigenti nei confronti degli immigrati e dei profughi, soprattutto quelli di religione islamica.

Se c’è una classe dirigente coi nervi saldi e poco incline al populismo è senza dubbio quella tedesca. E rassicura, almeno un po’, pensare che Angela Merkel non sembri il tipo da recedere dalle scelte che le sono valse il titolo di persona dell’anno del 2015, da quella di aprire le porte a tutti i profughi siriani che avessero fatto richiesta d’asilo in Germania, a quella di puntare sull’integrazione degli stranieri in Germania attraverso una legge lungimirante e coraggiosa.

Quel che spaventa è che di fronte a una minaccia del genere serve altro. Serve il coraggio, ad esempio, di accelerare nel dotare l’Europa di un presidio permanente dei propri confini esteri - chiamatelo esercito europeo o come volete voi - per evitare che si innalzino muri lungo quelli che sono i suoi confini interni. Serve avere una politica estera chiara nel mutato quadro geopolitico mediorientale, dove il Vecchio Continente ha fatto da tempo perdere le proprie tracce. Serve dare nuova linfa a progetti di sostegno all’economia e all’occupazione europea, per evitare che lo scontro di civiltà diventi il paravento dietro cui si cela la guerra tra ultimi (stranieri) e penultimi (autoctoni). Servono leadership forti e convincenti, capaci di non tentennare di fronte alla minaccia, per evitare che l’elettorato si senta maggiormente rassicurato dagli imperativi di Marine Le Pen e Frauke Petry.

Servirà tutto questo e, soprattutto, parecchio sangue freddo. Forse, più che buono, dovremmo augurarci che il 2017 possa essere un anno saggio. Ne avremo un disperato bisogno.

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