Turchia, la Russia paga le contraddizioni di Erdogan

Non si può escludere alcuna pista per l’omicidio dell’ambasciatore russo Andrei Karlov ad Ankara. Anche quella che riporta agli islamisti vicini a Erdogan. Disorientati dal voltafaccia verso i ribelli siriani e minacciati in patria dall’ascesa del gruppo laico Perincek

Attentato Ankara Ambasciatore Russo

L’attentatore Mevlut Mert Altintas dopo l’omicidio dell’ambasciatore russo Andrei Karlov, in una galleria d’arte di Ankara, e poco prima di essere ucciso dalle forze speciali (HASIM KILIC/AFP/Getty Images)

HASIM KILIC/AFP/Getty Images

20 Dicembre Dic 2016 0930 20 dicembre 2016 20 Dicembre 2016 - 09:30

Golpe, terrorismo, guerra dentro e fuori dai propri confini, purghe, repressione delle minoranze, stragi, nazionalismo esasperato, arresti di deputati dell’opposizione, chiusura di giornali e ora l’assassinio di un diplomatico straniero. La Turchia, ancora pochi anni fa esempio di democrazia consolidata in un Paese islamico, continua a scivolare sempre più a fondo nell’abisso delle violenze.

La cronaca del 19 dicembre è quella di un omicidio in diretta. All’inaugurazione di una mostra fotografica ad Ankara, Mevlut Mert Altintas - poliziotto turco di 22 anni - crivella di colpi l'ambasciatore russo in Turchia, Andrei Karlov. Di fronte alla platea e alle telecamere, accanto al corpo della sua vittima, l’omicida inneggia ad Allah e proclama: «noi moriamo ad Aleppo, tu muori qui». Nel seguente blitz delle forze speciali il killer viene ucciso. Immediata la reazione di Erdogan, che chiama Putin per condannare l’attentato, e immediata l’accettazione della versione turca da parte del presidente russo, che parla di “provocazione” per minare i rapporti russo-turchi.

L’humus dell’omicidio

Proprio questi rapporti incarnano le contraddizioni turche che sono l’humus di questo omicidio. Il rinnovato legame tra Ankara e Mosca stride infatti con anni di retorica filo-ribelli siriani – quegli stessi ribelli che la Russia per un anno ha bombardato in tutta la Siria e che ad Aleppo ha costretto alla resa - e anti-Assad che il governo di Erdogan ha sparso a piene mani. Il Cremlino è infatti il primo artefice, insieme all’Iran, della sopravvivenza del regime siriano alla spallata che i ribelli supportati da Turchia e Arabia Saudita erano vicini a dare meno di due anni fa, e della seguente riscossa lealista.

Addirittura, due mesi dopo l’intervento diretto di Mosca nel conflitto siriano, Ankara aveva abbattuto un cacciabombardiere russo nel novembre 2015, causando la morte dei piloti. Le relazioni tra i due Paesi erano sembrate allora sull’orlo di una rottura irreparabile e la Russia aveva imposto da un lato dure sanzioni economiche alla Turchia, e dall’altro il proprio dominio aereo sui cieli siriani, portando nel Paese sistemi di contraerea avanzati (gli S-300 e S-400 in particolare). La propaganda incrociata dei due Stati aveva picchiato duramente nei mesi successivi.

Le violenze degli ultimi giorni di Aleppo hanno fatto crescere il malcontento in Turchia. Il popolo di Erdogan è disorientato dalle scelte del suo leader, passato dalle minacce reciproche con la Russia, “carnefice” del popolo siriano, a una solida amicizia

Tramontata la speranza di poter vincere la guerra in Siria, la Turchia era però tornata sui suoi passi e a giugno scorso si era scusata con Mosca per l’episodio dell’abbattimento. Dopo il fallito golpe di luglio poi, con Erdogan infuriato con l’Occidente per il mancato o comunque insufficiente sostegno, Ankara si è ancor di più avvicinata a Putin. Il tradimento della ribellione siriana, in particolare ad Aleppo, è stato il prezzo imposto al governo turco. In cambio la Russia ha tolto le sanzioni, ripreso i rapporti con la Turchia e acconsentito a far intervenire l’esercito e l’aviazione turchi al fianco di un nucleo di ribelli nel nord della Siria, per impedire ai curdi di unificare i propri territori sgomberando le ultime sacche dell’Isis al confine.

Con le immagini delle terribili violenze degli ultimi giorni di Aleppo il malcontento in Turchia è tuttavia cresciuto. Imponenti manifestazioni di piazza hanno chiesto che le armi, soprattutto russe, tacessero. Il popolo di Erdogan – islamista, conservatore, vicino ai ribelli siriani sunniti – si è trovato disorientato dalle scelte del suo leader, passato in dodici mesi dalle accuse e dalle minacce reciproche con la Russia, “carnefice” del popolo siriano, a una solida amicizia. È in questo contesto che nasce il gesto di Altintas ed è questo contesto che legittima alcuni dubbi che iniziano a circolare sull’attentato.

Non tutti in Turchia sono infatti soddisfatti da come sta evolvendo la situazione nel Paese, anzi. Gruppi potenti che si muovono nello “Stato profondo” turco sono in competizione in questi ultimi mesi per riempire i vuoti lasciati dalle purghe post-golpe in alcuni gangli vitali degli apparati di sicurezza. Altintas ha agito da solo, pare, e probabilmente verrà qualificato come un terrorista “lupo solitario”. Ma la sua appartenenza alle forze di polizia, il tempismo dell’attentato (il giorno prima di un vertice a tre sulla Siria tra Mosca, Ankara e Teheran), ancor di più le sue modalità (possibile che un eventuale profilo pericoloso di Altintas sia sfuggito ai rigidi controlli cui sono sottoposti i membri delle forze di sicurezza?), il messaggio che ha voluto mandare, sono tutti elementi che secondo alcuni analisti possono aprire a scenari più inquietanti.

Tre le ipotesi in campo: il gesto di un lupo solitario, un attentato organizzato da ambienti vicini alla base tradizionale islamista di consenso di Erdogan. O lo zampino di ambienti rimasti ancora vicini alla Nato e all’Occidente

Le ipotesi dietro l’attentato

Una prima ipotesi è che una “spintarella” ad Altintas possa essere venuta da ambienti vicini alla base tradizionale islamista di consenso di Erdogan. Questi circoli – militari, economici, religiosi e politici – sono preoccupati dall’ascesa in posizioni chiave dello Stato turco di uomini legati al gruppo Perincek. Questa è una formazione laica, nazionalista, filo-russa che nel dopo-golpe – grazie al suo viscerale anti-gulenismo – ha incontrato i favori del presidente.

I conservatori islamisti sono preoccupati poi anche dal tramonto della visione neo-ottomana e filo-islamica che il presidente turco aveva propugnato con crescente forza negli ultimi anni. Il timore è che il riavvicinamento con la Russia venga fatto da una posizione di debolezza, al prezzo di tradimenti di cause che sono state portate avanti per anni, e che si rischi così di minare il proprio consenso popolare. Il “crimine” per cui oggi è stato assassinato Karlov – il massacro del popolo siriano – potrebbe essere rinfacciato domani a politici turchi.

Una seconda ipotesi, ritenuta meno plausibile, è che ci sia lo zampino di ambienti rimasti ancora vicini alla Nato e all’Occidente, preoccupati dalla crescente vicinanza di Ankara con il Cremlino e che, alla vigilia del summit sulla Siria con Russia e Iran, abbiano voluto creare un possibile incidente e delle sicure speculazioni. Si tratta ovviamente di teorie difficili se non impossibili da provare. Ma il clima di questi ultimi mesi in Turchia sembra accrescerne la credibilità.

Al di là dell’identità della “manina” che potrebbe o meno aver spinto Altintas ad uccidere l’ambasciatore russo, Erdogan deve in ogni caso sperare di strappare un reale accordo di pace per la Siria nel summit con Russia e Iran, per poterlo spendere presso il proprio elettorato e i propri poteri di riferimento. Putin ha tutto l’interesse a mantenere i buoni rapporti con un Erdogan che sia saldamente in sella, sia per allontanare la Turchia dall’Occidente, sia per interessi geopolitici ed energetici. Nei limiti del possibile cercherà quindi di accontentare le esigenze del presidente. Ma se ciò non fosse possibile Erdogan rischia di trovarsi in groppa a un cavallo sempre più insoddisfatto del proprio cavaliere.

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