Brazzale: «Come mai il Veneto è in crisi? Perché ha delocalizzato troppo poco»

L’imprenditore caseario, che produce grana in Repubblica Ceca, va all'attacco di quella che lui definisce l'ideologia del territorio: «Potevamo andare all'estero, abbiamo importato manodopera. I guai della nostra regione, dalle banche ai migranti, vengono tutti da lì»

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21 Dicembre Dic 2016 1410 21 dicembre 2016 21 Dicembre 2016 - 14:10
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Le banche con le gambe all’aria, i risparmiatori rimasti senza soldi, i capannoni vuoti, i disoccupati in fila, lo scontro socio-culturale con i migranti sempre più aspro, con il sindaco leghista di Padova che ha chiuso kebab e internet point nel contro città. E un peccato originale che ha dato origine a tutto: «Il problema del Veneto? Abbiamo delocalizzato troppo poco».

Attenzione, però: perché quella di Roberto Brazzale, titolare dell’omonima impresa, non è un’autocritica. Lui quell’errore - ammesso che di errore si trattasse - non l’ha commesso. Anzi, ha sfidato territori, tradizione e consorzi per produrre il proprio grana in Repubblica Ceca, col latte delle aziende agricole della campagna morava che si estende attorno alle città di Olomouc e Brno. E con questa sua lapidaria sentenza, di fatto, dice soprattutto due cose: che gli altri avrebbero dovuto seguirlo su quel terreno. E che quella scelta, di fatto, ha generato - a mo’ di slavina - tutto quel che sta accadendo ora.

Partiamo dall’inizio, Brazzale: cosa intende dire quando afferma che il Veneto ha delocalizzato troppo poco?
Diciamola meglio: che si è preferita una politica a testa bassa di investimenti sul territorio, invece che una politica di sviluppo internazionale, proprio mentre il mondo si apriva e offriva occasioni straordinarie, che definire delocalizzazione è sbagliato. In questo senso io non ho delocalizzato, ad esempio.

Come non ha delocalizzato? Produce il grana in Repubblica Ceca…
Delocalizzi se apri all’estero e chiudi in Italia. Se invece la Volkswagen compra la Skoda per generare efficienza integrandola in un sistema che produce automobili di fascia media in Repubblica Ceca, per concentrare in Germania la produzione di berline e familiari di alta gamma, per vendere di più nel mondo le une e le altre, stai internazionalizzando. È diverso. E tradisce un pregiudizio ideologico, in chi parla continuamente di delocalizzazioni quando non lo sono.

Quale pregiudizio?
Molti hanno un’idea della ricchezza come una torta che va solo divisa e distribuita. È una sciocchezza: la torta mondiale cresce di anno in anno. Lo stesso vale per la produzione. Chi parla di delocalizzazione è che convinto che anche la produzione sia una torta che non cresce: o produci qua, in Italia, o produci là. È una gigantesca mistificazione. Scegliendo di andare a produrre in Repubblica Ceca, abbiamo aumentato la creazione di valore pure in Italia.

Come mai?
Da imprenditore dovevo semplicemente scegliere come allocare al meglio il capitale e i processi produttivi: fare le cose dove riescono migliori e più competitive. Noi facciamo il formaggio in Moravia perché lì c'è più latte che in Italia, ed è pure migliore. Ma stagionatura, confezionamento, commercializzazione, direzione le facciamo qua, per la specializzazione e vocazione italiana. Nonostante sia considerato un formaggio ceco, il 45% del valore di Gran Moravia è generato in Italia. Il Grana Padano, per esempio, fatto tutto in Italia, genera solamente il 75% del valore in Italia. Il restante 25% si genera e rimane comunque all’estero.

In che senso?
Un trattore John Deere comprato e usato in Italia, produce valore in Usa; un fertilizzante Basf, in Germania; il gasolio genera ricchezza in Arabia Saudita. Sono analisi ignorate. Ogni prodotto è il risultato di migliaia di input più eterogenei. Qui si pensa solo a dove sta il capannone. E si sbaglia di grosso.

Arriviamo al punto: perché decidere di rimanere a produrre nel proprio territorio è un errore?
Lo è quando lo si fa forzatamente, preferendolo ad investimenti con un potenziale nettamente superiore di redditività sul lungo termine perché meglio allocati. Se fai una scelta solo per motivi territoriali, se tieni qui i processi produttivi solo perché te lo chiede il Sindaco nonostante il tuo contesto abbia costi strutturalmente elevati, sia già surriscaldato ed in piena "bolla", ti condanni alla marginalità sul mercato. Io sono convinto che molti di quegli investimenti sarebbero stati più interessanti ed efficienti altrove. Se pensiamo a quante risorse sono state immobilizzate vengono i brividi!

«Delocalizzi se apri all’estero e chiudi in Italia. Se invece la Volkswagen compra la Skoda per generare efficienza integrandola in un sistema che produce automobili di fascia media in Repubblica Ceca, per concentrare in Germania la produzione di berline e familiari di alta gamma sta internazionalizzando. È diverso. E tradisce un pregiudizio ideologico, in chi parla continuamente di delocalizzazioni quando non lo sono»

Roberto Brazzale

C’è chi darebbe una medaglia a quegli imprenditori che hanno preferito mantenere le loro produzioni in Italia e nel Veneto…
Una medaglia? Non scherziamo. La buona fede è fuori discussione, ma diciamo che il Veneto ci è cascato. Gli investimenti si devono ripagare nel medio lungo termine. Chi ha usato il denaro per fare investimenti non competitivi, lo ha usato male, si è condannato a far perdite e ha condannato il sistema bancario a soffrire. Nel caso di specie, la combinazione di leggi sulla defiscalizzazione degli investimenti, l’abbondanza di liquidità, i tassi troppo bassi e la preferenza ideologica sull’utilizzo del denaro sul territorio sono stati un cocktail esplosivo, per il Veneto. Già oggi stiamo pagando il conto, e lo faremo per lunghissimo tempo. Mentre, allora, noi che internazionalizzavamo siamo stati criminalizzati.

Criminalizzati? Non sta esagerando…
Insomma: nel 2003 hanno addirittura messo una bomba a Gorizia presso l’ufficio di Informest, l’agenzia creata per fare investimenti nell’Est Europa. Ma anche senza tirare in ballo le bombe, basta ricordare cosa diceva allora la Lega, e non solo quella. A un certo punto persino le agenzie pubbliche nate per promuovere gli investimenti esteri delle imprese venete sono diventate protezioniste per condizionamento della politica, perdendo belle occasioni di sviluppo.

Però si diceva che gli imprenditori italiani che andavano all’estero combinassero disastri. Ricorda quel che si raccontava di Timisoara? Sfruttamento, lavoro minorile…
Internazionalizzare non vuol dire sfruttare, anzi, è retorica di chi è in malafede: i veri sfruttamenti oggi sono ancora in Italia, specie al sud a danno di immigrati. Nei paesi allora in ritardo i salari sono cresciuti in fretta, così come le garanzie sociali, e se in passato ci furono comportamenti sbagliati quelli attengono alla responsabilità individuale. Io non credo che l’atteggiamento degli imprenditori veneti all’estero fosse diverso da quello che avevano qua. Quelli eravamo, quelli siamo. E in ogni caso, chi ha contrastato l'internazionalizzazione della nostra attività, ha dovuto delocalizzare centinaia di migliaia di esseri umani verso le nostre regioni.

Cosa intende?
Negli anni 2000 il Veneto era in piena occupazione. In Confindustria Vicenza c’erano litigi furiosi perché un industriale aveva portato via un operaio all’altro. Quante centinaia di migliaia di esseri umani sono stati delocalizzati dal Nord Africa, dal Medio Oriente, dall’est Europa per riempire i capannoni che allora nascevano ovunque come funghi, fabbriche che hanno cambiato il volto del territorio, così come le persone che arrivavano hanno cambiato il volto della società? Hanno generato squilibri di carattere sociale e culturale. E tutto questo, una volta iniziata la crisi, una montagna di crediti in sofferenza che ha bruciato il patrimonio delle nostre banche, le quali avevano prestato con criteri di valutazione del rischio anch'essi alterati dalla bolla.

Facciamo un gioco: se gli altri imprenditori veneto avessero fatto come lei cosa sarebbe cambiato?
Se avessimo delocalizzato di più, avremmo risparmiato territorio, avremmo meno urbanizzazione, avremmo dato lavoro agli stranieri nei loro paesi di origine, con enormi benefici per tutti. Avremmo cresciuto una generazione di professionisti esperta nel gestire i processi sparsi nel mondo. Avremmo espanso qui nel Veneto qualificate attività e funzioni direzionali, progettuali, commerciali, di marketing, creando lavoro qualificato grazie a quelle. Avremmo capito che l’internazionalizzazione restituisce valori importanti per il territorio, come avveniva con la ricchezza che affluiva a Venezia quando dominava il Mediterraneo. Non è ricchezza di rapina, perché cresce condivisa, per tutti, qui e nel mondo.

«Chi ha contrastato l'internazionalizzazione della nostra attività, ha dovuto poi delocalizzare centinaia di migliaia di esseri umani verso le nostre regioni»

Roberto Brazzale

Ora invece il Veneto si sta chiudendo...
Quelli che oggi ce l’hanno con gli immigrati, sono gli stessi che ieri ce l’avevano con le imprese che andavano a produrre all’estero. Curioso, no? Eppure già allora c’erano tutte le avvisaglie per capire quel che sarebbe successo: se importi esseri umani dal Medio Oriente vuoi che non arrivi il kebab? Nelle scuole elementari c’è maggioranza di bambini stranieri, di decine di nazionalità diverse: perché non c’è mai stato alcun programma organico di gestione di questa immigrazione, perché tutto l’onere è stato scaricato sulle spalle dei singoli docenti? L'aver dato luogo a tali imponenti cambiamenti sociali senza pianificazione e accurata gestione, in Veneto si dice "alla carlona", è stata pura incoscienza.

Bisognerebbe mandarli via?
Senza questi immigrati, che sono spesso fenomenali lavoratori, non faremmo funzionare il nostro sistema. Oggi il Veneto ha bisogno di loro per sopravvivere.

Per sopravvivere, ok. Ma per evolvere? C’è chi dice che bisogna far crescere la produttività…
E a me fa incazzare, questo discorso.

Come mai?
Perché il sottotesto è che non cresciamo perché l’imprenditore ha un macchinario obsoleto. Un’altra retorica sbagliata, un clamoroso deficit di comprensione.

Sbagliata?
Produttività è il rapporto tra input ed output. È l’indice che rivela l’insieme di costi che gravano sull’unità di prodotto. Certo, dipende dall’intelligenza dell’imprenditore, dalla sua capacità di innovazione, dagli impianti che utilizza. Ma anche da un sacco di costi che dipendono dall’ambiente in cui opera, costi fiscali, burocratici, climatici, ambientali, giuridici. È chiaro che in Italia cala la produttività. Perché i costi sono cresciuti più che negli altri paesi a parità di prodotto. Tutti i costi. La produttività non cala perché l’imprenditore è incapace non compra la nuova macchina. Quello è un inganno mentale, come la montatura dell'"Industria 4.0". Oltretutto, macchinari e impianti sono ormai disponibili a chiunque nel mondo allo stesso modo, non rappresentano fattore differenziale. È il gasolio a 1,60, l’autostrada da pagare, l’autista che costa il 30% in più rispetto al suo concorrente tedesco a far crollare la produttività italiana. In questo l'euro è decisivo.

Perché se la prende con l’Euro?
Perché la produttività italiana ha iniziato a calare nel 1997 con la fissazione della parità di cambio? Perché i nostri prodotti si sono caricati giorno per giorno dell'onere dei maggiori costi di sistema italiani, inflazione, rispetto ai concorrenti, senza poter beneficiare dell'aggiustamento compensativo del cambio, svalutazione. Io perdo competitività nei confronti del mio concorrente, che è tedesco o olandese o francese, che ha meno costi di sistema ma stessa valuta. E lo stesso vale per i concorrenti extra UE. Impossibile competere per una grande maggioranza dei prodotti, nei quali siamo spacciati, a meno che non organizziamo sistemi produttivi internazionali a maggiore efficienza. Chi ha scelto di allocare a tutti i costi i processi produttivi in Italia, ha assunto un rischio notevole soprattutto perché, anche a causa della parità euro, questo è un territorio sempre più costoso. Ha dato fiducia ad uno stato che ha dimostrato di non meritarsela non facendo le riforme e rimanendo ostinatamente nell'euro per salvare chi vive di debito pubblico. Ecco dove sta l’enorme equivoco su cui in Italia nessuno fa chiarezza.

E perché nessuno fa chiarezza?
Perché dovremmo fare i conti coi nostri errori. Dovremmo dire che le nostre scelte sono state sbagliate e non sostenibili. Che abbiamo convertito in immobilizzazioni di lunghissimo termine, a scarsa marginalità e competitività, ad alto impatto sociale e urbanistico, una liquidità transitoria ed effimera, quali i benefici fiscali, la conversione del nero in attività ufficiale, i soldi facili dalle banche nella prima ed esaurita fase dell'euro. Senza l'aggiustamento virtuoso della fluttuazione del cambio, siamo oggi un paese inefficiente con un debito pubblico e privato di dimensioni insostenibili, per mantenere il quale siamo ossessionati dalla necessità di una crescita che, mettiamoci il cuore in pace, a questi condizioni non verrà mai, anche perché le riforme non verranno mai. Quando droghi un settore o un territorio generi sempre un danno. Noi abbiamo drogato il Veneto. Ci siamo cascati.

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