Il governo fa bene a salvare le banche, ma le colpe della politica sono enormi

Oggi è giusto e necessario mettere 20 miliardi per salvare Mps e tutte le altre. Ma gli errori sono molti: nella tempistica, nelle scelte pregresse e nell’incapacità di accorgersi dei problemi, o di subordinarli a cinici calcoli elettorali

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21 Dicembre Dic 2016 1107 21 dicembre 2016 21 Dicembre 2016 - 11:07
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Era inevitabile che lo Stato mettesse sul piatto i 20 miliardi di euro necessari per salvare il sistema bancario italiano. Per quanto sia insopportabile pensare che debba essere di nuovo la collettività ad accodarsi i guai del sistema del credito - meglio: le future generazioni, visto che quei 20 miliardi sono debito pubblico aggiuntivo - non c’era davvero altra strada oggi per scacciare gli avvoltoi che volteggiavano sulla Penisola. Ed è sintomatico che tutte le forze politiche, dal Partito Democratico a Forza Italia, dalla Lega Nord al Movimento Cinque Stelle siano concordi con la linea del governo.

Quel che tuttavia non dobbiamo dimenticare è che quel che oggi è inevitabile, ieri poteva essere evitato. O, se proprio non se ne poteva fare a meno, si poteva pagare molto meno. E allo stesso modo dobbiamo essere consapevoli che con questa mossa abbiamo smesso di comprare tempo. E che ora le banche andranno sistemate davvero, permettendo loro di recuperare la redditività perduta. Sarà doloroso? Sì. Avrà costi politici elevati? Pure. E allora ricordiamoci, quando insulteremo Gentiloni, Padoan, l’Europa e tutto l’iperuranio dei pupari, di chi per convenienza e opportunismo ha evitato di affrontare i problemi.

Partiamo dalla fine, e dall’ultimo degli errori. La pistola carica sul tavolo - così l’ha chiamata Federico Fubini sul Corriere della Sera - andava messa già qualche mese fa. Perché non è stato fatto? Perché si è preferito illudersi che il mercato sarebbe riuscito a coprire l’ennesimo aumento di capitale del Monte dei Paschi di Siena. Perché a un sano atto di pragmatismo sì è preferito raccontare che il sistema bancario italiano stava benone, che le azioni di Mps erano un affarone. Soprattutto, perché quel sano atto di pragmatismo avrebbe portato con sé il burden sharing, la conversione delle obbligazioni subordinate in azioni, l’incazzatura solenne di qualche decina di migliaia di risparmiatori traditi, per i quali non è assolutamente chiaro quali saranno le modalità di rimborso. E prima del referendum non si poteva far incazzare nessuno, no?

Quel che tuttavia non dobbiamo dimenticare è che quel che oggi è inevitabile, ieri poteva essere evitato. E allo stesso modo dobbiamo essere consapevoli che con questa mossa abbiamo smesso di comprare tempo. Sarà doloroso? Sì. Avrà costi politici elevati? Pure. E allora ricordiamoci, quando insulteremo Gentiloni, Padoan, l’Europa e tutto l’iperuranio dei pupari, di chi per convenienza e opportunismo ha evitato di affrontare i problemi

Altro errore, la cocciutaggine nel seguire il fallimentare piano di ricapitalizzazione di Mps proposto da JP Morgan al governo - 5 miliardi di aumento di capitale per una banca che oggi ne vale poco più di 500 milioni - oltre ogni logica ragionevolezza. Che ha lasciato sul tappeto la defenestrazione di Fabrizio Viola, amministratore delegato che aveva iniziato il risanamento dell’istituto riportandolo in utile, in favore di Marco Morelli, con la giustificazione che avrebbe garantito maggior successo all’operazione di salvataggio. Un manager, Morelli, che invece aveva lavorato con Giuseppe Mussari negli anni del disastro e che già era stato sanzionato dalla Banca d’Italia in passato per un “aumento di capitale fasullo”. Una scelta incomprensibile, in mezzo a mille scelte incomprensibili. Prima fra tutte, quella di ignorare il piano industriale alternativo proposto da Corrado Passera, che prevedeva, tra le tante cose, una ricapitalizzazione più leggera e la creazione di una bad bank interna per evitare di svendere le sofferenze bancarie. E che, pare, avesse alla spalle investitori pronti a metterci i soldi.

Ma i disastri non si fermano agli ultimi mesi. Ad esempio, si potrebbe riavvolgere il nastro sino all’adozione del bail in a partire dal primo gennaio del 2016, attraverso un decreto del governo Renzi datato 11 settembre 2015, a sua volta figlio della conversione di una direttiva Ue del 15 maggio 2014, alla vigilia delle elezioni europee. Ovviamente, in Italia, nessuno se n’è interessato per un anno e mezzo, come già era accaduto col fiscal compact. Fino a che, per l’appunto, non è scoppiato il caos delle quattro banche di territorio - Etruria e le sue sorelle -, a un mese esatto dall’entrata in vigore della normativa. In quei diciotto mesi era così impossibile accorgersi che nelle banche italiane qualcosa non andava? Che forse serviva negoziare una deroga con l’Europa invece di mendicare brandelli di flessibiltà per fare altro debito? Difficile crederlo, visto che nel frattempo il Monte dei Paschi, per dirne una, aveva fatto due aumenti di capitali nel 2014 e nel 2015 per complessivi 8 miliardi. E che degli appetiti internazionali per le sofferenze bancarie italiane, oggi arrivate a 200 miliardi, se ne parlava già, eccome.

C’è da dire che sarebbe stata dura ottenere deroghe dall’Europa, in ogni caso. E il motivo, storia nota, è che di soldi alle banche italiane ne avevamo già dati parecchi. Peccato fossero serviti a gonfiare il caveau degli istituti di credito di titoli di Stato, nella grande partita di giro del triennio 2009-2011. Anche allora, forse, la politica avrebbe dovuto occuparsi più della redditività perduta delle banche che della sua necessità di piazzare Btp a ogni costo, per sostenere una spesa pubblica che invece avrebbe dovuto essere drasticamente tagliata. Che poi alla fine si finisce sempre lì. Alla necessità di tenere in piedi un debito pubblico elefantiaco e una spesa pubblica tanto enorme quanto improduttiva, al cospetto delle quali si subordina tutto. Anche le banche, anche i risparmiatori. Salvo poi piangere lacrime di coccodrillo e abbaiare alla Luna, quando i nodi arrivano al pettine.

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