Lasciate stare Poletti: ecco i motivi veri per cui i giovani devono indignarsi

Quel che dice il ministro del lavoro è grave, ma se si vuole vedere chi davvero ha rovinato la vita ai giovani bisogna guardare altrove. E chiedersi soprattutto come gliel'abbiamo lasciato fare

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22 Dicembre Dic 2016 1100 22 dicembre 2016 22 Dicembre 2016 - 11:00

Un consiglio ai nemici dei giovani: se volete evitare rogne, ondate d’indignazione, richieste di dimissioni evitate di rispondere a domande sugli expat, sugli under 30 che non trovano lavoro o sui quarantenni che vivono ancora coi genitori. Per il resto, tutto ok: fate pure quel che volete, tanto nessuno se ne accorge.

Assomiglia a uno scherzo, ma non è che la rappresentazione plastica di come il dibattito sulla cosiddetta questione generazionale finisca per accendersi solamente quando il politico di turno, in un’intervista o nel mezzo di un convegno, finisce per irridere-minimizzare-colpevolizzare i giovani per la loro condizione lavorativa, economica, sociale: dai bamboccioni di Tommaso Padoa-Schioppa ai giovani-choosy di Elsa Fornero, a quelli che non fanno figli perché inguaribili festaioli con la sindrome di Peter Pan di Beatrice Lorenzin, sino, per l’appunto, a quelli che “è un bene se ne siano andati” dell’attuale ministro del lavoro Giuliano Poletti.

Ed è curioso, per l’appunto, che mentre Poletti si meritava il suo quarto d’ora (abbondante) d’indignazione, passava in cavalleria - perlomeno tra le giovani generazioni che presidiano i social network - l’autorizzazione parlamentare all’aumento di 20 miliardi del debito pubblico necessarie a salvare il Monte dei Paschi e il resto del claudicante sistema del credito bancario italiano. Eppure è piuttosto semplice: se aumenta il debito pubblico, aumenta la massa di denaro necessaria, un domani, a rimborsarlo. Un onere con ogni probabilità che toccherà - con più tasse o più tagli alla spesa, a seconda di chi sarà al governo - a chi oggi ha venti o trent’anni e se la prende con Poletti per le sue frasi infelici.

Uno: in venticinque anni la disoccupazione giovanile in Italia è passata dal 26,9% del 1990 al 44,2% del 2015. Due: la ricchezza delle famiglie over 65 è sette volte superiore rispetto a quelle under 30. Tre: i giovani non fanno più figli. Quattro: i conti pubblici esplodono perché i contributi non riescono più a pagare le pensioni. Cinque: si contrae nuovo debito pubblico. Sei: ci si chiede pensosi come mai l’economia italiana non si risollevi in tutto il suo fulgore

Cosa che sta già accadendo da almeno una ventina d’anni, peraltro. Basti ricordare, a titolo di mero esempio, come il debito pubblico nel 1990 fosse pari al 95,2% del Pil, mentre oggi veleggia allegro al 132,8%. Allora, peraltro, la durata media dei titoli di debito era di 2,57 anni, mentre oggi abbiamo portato le scadenze un bel po’ più avanti, fino a 6,38 anni. Tutto, pur di lanciare il cerino più lontano possibile.

C’è da dire che allora era uno sport piuttosto diffuso, quello di spingere il conto più in là. Nel 1990 la il rapporto tra il deficit e il Pil, quello che oggi deve stare sotto il 3%, era all’11%. Vacche grasse, grassissime, che hanno pagato soprattutto i giovani, nel corso degli anni. Già, perché mentre nel giro di venticinque anni la spesa per l’istruzione è passata dal 5,5% al 4,1% del Pil, quella per le pensioni è schizzata dal 10,1% al 17,7%. Peraltro, non dimentichiamolo, oggi le pensioni si calcolano col metodo contributivo, che ha fatto dimagrire e non di poco l’assegno mensile. Ovviamente, è un metodo che si applica “duro e puro” solo per chi ha iniziato a lavorare dopo il 31 dicembre del 1995. Tutti gli altri - ops, i più anziani- sono salvi, o quasi, in nome dei sempiterni diritti acquisiti.

Peraltro, è proprio in quel periodo, nel 1996, per la precisione, che vengono introdotte le prime modifiche alla legislazione del lavoro. Modifiche che - dalla Legge Treu, alla Biagi-Sacconi, sino alla Fornero e al Jobs Act - miravano soprattutto ad aumentare la flessibilità in entrata al mercato del lavoro. In prosa: a far pagare esclusivamente ai giovani la perdita di privilegi e diritti. Questo, il bastone. La carota, ovviamente, era rappresentata dalla promessa che questo avrebbe reso estremamente più semplice trovare lavoro.

Risultati di questo capolavoro? Uno: in venticinque anni la disoccupazione giovanile in Italia è passata dal 26,9% del 1990 al 44,2% del 2015. Due: la ricchezza delle famiglie over 65 è sette volte superiore rispetto a quelle under 30 (nel 1990 era ”solo“ quattro volte tanta). Tre: i giovani non fanno più figli perché non se li possono permettere. Quattro: i conti pubblici esplodono perché i contributi non riescono più a pagare le pensioni. Cinque: si bloccano le assunzioni (dei giovani) nella pubblica amministrazione come unico strumento di controllo della spesa e intanto, per salvare tutto il resto, si contrae nuovo debito pubblico, da scaricare più avanti, ai giovani di domani. Sei: ci si chiede pensosi come mai l’economia italiana non si risollevi in tutto il suo fulgore. A scriverla oggi, sembra una barzelletta, ma è la realtà.

Ed è in questa realtà che i giovani annegano e l’Italia in cui loro vivranno annega con loro. Vittime di un nemico che non viene nemmeno riconosciuto come tale. Come se gli anziani e chi li rappresenta fossero in qualche modo moralmente obbligati a rinunciare a diritti e privilegi per un senso di giustizia intergenerazionale. Così non accade. Anzi - è la storia che lo dice - meno trovano resistenze, più avanzano. E più avanzano, meno trovano resistenze. Poi a volte c’è un Poletti che parla da massacrare, a volte un referendum con cui farla pagare al Renzi di turno. Ma la guerra, scusate, è altrove.

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