L’inchiesta

Il lato oscuro delle comunità per minori: morti sospette, grandi business, zero controlli

Il “Piccolo Carro” gestisce sei strutture per minori in Umbria. Qui erano ospitate due ragazze, morte entrambe dopo esser fuggite. Di una di loro, dopo 13 anni, sono stati trovati i resti a pochi metri dalla comunità. Ora si cerca di fare chiarezza, dopo anni di mancati controlli

Minori

(Getty Images/Christopher Furlong)

23 Dicembre Dic 2016 0817 23 dicembre 2016 23 Dicembre 2016 - 08:17

Erano due ragazzine, Daniela Sanjuan e Sara Bosco. Una arrivava da Sant’Agnello, in provincia di Napoli. L’altra da Santa Marinella, vicino a Roma. Avevano una cosa in comune: erano state ospiti della comunità umbra “Il Piccolo Carro”. Da lì poi sono fuggite, ed entrambe hanno perso la vita, a 13 e 16 anni. I resti del corpo (solo un piccolo teschio) di Daniela, che soffriva di una grave psicopatologia, sono stati trovati nel febbraio 2013, dieci anni dopo la scomparsa, riemersi dopo una forte pioggia a 600 metri dalla struttura del “Piccolo Carro” di Bettona (Perugia), ma identificati solo nel settembre 2016. Sara, invece, a giugno 2016 è stata trovata senza vita nei padiglioni dell’ex ospedale Forlanini di Roma, morta per overdose.

Daniela e Sara erano state inviate dalle Asl dei territori di residenza nelle strutture della comunità, sulle colline umbre tra Perugia e Assisi. Qui Cristina Aristei e il marito Pietro Salerno, presidente e vicepresidente della cooperativa sociale, entrambi pastori della chiesa evangelica pentecostale “A Braccia aperte”, dal 1996 hanno costruito la loro fortuna, arrivando ad amministrare sei strutture per minori. Dove i ragazzi in difficoltà di tutta Italia, da Crotone a Bolzano, vengono inviati da Tribunali per i minorenni e Asl per riabilitarsi e avviare un percorso di reinserimento in famiglia. Con rette salatissime, di quasi 400 euro al giorno per minorecome Linkiesta aveva già documentato qualche mese fa pubblicando le delibere di diverse strutture. Soldi pagati per lo più da Regioni e Comuni di appartenenza e giustificati dal particolare percorso terapeutico offerto dal “Piccolo Carro”, indicato dagli assistenti sociali di mezza Italia come uno dei migliori del Paese. Eppure solo da qualche mese è emerso che, secondo i magistrati, la comunità non avrebbe in realtà le autorizzazioni necessarie per ospitare i ragazzi che hanno bisogno anche di sostegno sanitario.

Cristina Aristei e il marito Pietro Salerno, entrambi pastori della chiesa evangelica pentecostale “A Braccia aperte”, amministrano sei strutture per minori, mettendo a bilancio nel 2015 ricavi per quasi 5 milioni di euro

I controlli in ritardo

Dopo il ritrovamento di Sara Bosco e l’identificazione dei resti di Daniela Sanjuan, dopo 13 lunghi anni, tra continui depistaggi e segnalazioni sbagliate, la magistratura ha messo gli occhi sulla cooperativa. Diversi fascicoli sono stati aperti a Perugia e Roma, tra cui uno contro ignoti per l’omicidio della piccola Daniela. E Aristei e Salerno sono finiti nel registro degli indagati della Procura di Perugia per frode in pubblica fornitura e truffa in danno degli enti che inviavano lì i minori. La Regione Umbria ha fornito ai magistrati un elenco di documenti che dimostrerebbero come nelle strutture del “Piccolo Carro” si svolgono attività di carattere sanitario senza le autorizzazioni necessarie. E a novembre la Guardia di finanza perugina ha emesso un decreto di sequestro preventivo, nominando una figura di garanzia e lasciando però in funzione le comunità. Perché, secondo i magistrati, la ricca cooperativa umbra non avrebbe le carte in regola per svolgere le attività di tipo sanitario che giustificano le rette da 400 euro al giorno per minore. Del caso si è occupata la trasmissione di Rai Tre Chi l’ha visto?, che ha intervistato anche due ex educatrici del “Piccolo Carro”, le quali hanno ammesso di aver somministrato farmaci agli ospiti delle strutture.

E dopo la notizia dei decessi di Sara e Daniela, oltre alla Regione sono intervenuti pure i sindaci. Prima il Comune di Assisi, poi a dicembre quello di Perugia, hanno revocato le autorizzazioni alla cooperativa. Su Assisi, la cooperativa ha presentato ricorso al Tar, che ha stabilito però che – in attesa dell’udienza sul merito che si terrà il 21 marzo – i minori possono restare nella struttura. Ma nell’ordinanza del tribunale si legge che «lo svolgimento di attività sanitaria da parte del ricorrente [Piccolo Carro] ... sia stata di fatto resa in pieno accordo con i soggetti istituzionali coinvolti». Come a dire: le istituzioni sapevano.

Dai documenti, risulta che solo a marzo 2016 la Regione Umbria ha chiesto chiarimenti alla Usl, che ad agosto ha fatto sapere poi che «pur trattandosi di strutture socio-educative, nelle stesse vengono esercitate attività sanitarie con personale proprio». Eppure già da un controllo tecnico di luglio 2015 era venuto fuori che i trattamenti sanitari nelle strutture venivano eseguiti nell’immobilismo generale. E nel 2002, poco prima della scomparsa di Daniela Sanjuan, il Comune di Bettona non aveva addirittura rilasciato alla struttura del “Piccolo Carro” l’autorizzazione per «carenza di requisiti», ordinando la cessazione dell’attività. È da questa struttura che poi Daniela fuggirà più volte, fino all’ultima, morendo a pochi metri dal cancello di legno del casale. Il Tribunale di Napoli, competente sul caso, dopo l’ennesima fuga aveva chiesto che la ragazza venisse trasferita in una struttura più idonea. Cosa che non è mai avvenuta. E a sentire il sindaco di Bettona, i ragazzi da lì continuano a fuggire ancora.

Il “Piccolo Carro” fa parte, insieme ad altre 300 strutture di accoglienza residenziale, del Coordinamento nazionale comunità per minorenni (Cncm), presieduto da Giovanni Fulvi, che a dicembre ha diffuso un documento in cui esprime solidarietà al “Piccolo Carro”, sostenendo che il problema è che «su questa tipologia di accoglienza in Italia esiste un vero vuoto legislativo» e che «la tipologia di accoglienza organizzata dal Piccolo Carro è da noi condivisa in quanto molti sono i minorenni accolti nelle comunità cosiddette socio-educative che presentano disturbi di natura psicologica grave e, proprio per questo, le comunità devono integrare il loro intervento educativo con trattamenti sanitari sia farmacologici che psicoterapeutici, condivisi e prescritti dai servizi territoriali socio-sanitari che accettano di procedere all’inserimento dei minori anche con integrazioni economiche». Questa la difesa.

Tra i soci della “Piccolo Carro” dal 2014 compare il figlio di Maria Pia Serlupini, Garante regionale umbra per l’infanzia e l’adolescenza, da tempo legata alla presidente dem della Regione Umbria Catiuscia Marini

Il Piccolo Carro è la punta dell’icerberg

Ma perché la mancata autorizzazione viene fuori solo dopo vent’anni di attività del “Piccolo Carro”?

Nel frattempo la cooperativa, tra società attivate e cessate, ha tirato su una fortuna, con rette da 400 euro al giorno, tra le più alte d’Italia. Nel 2015 i due pastori evangelici hanno registrato ricavi per quasi 5 milioni di euro, in crescita continua negli anni, distribuendo ai cinquanta soci oltre 3 milioni di euro in compensi. E nel bilancio compaiono anche tre auto di lusso prese in leasing – un’Audi, una Land Rover e una Volkswagen – che sembrano molto lontane dalla descrizione di «cooperativa ad inserimento sociale senza scopo di lucro» che compare nello statuto.

Sul caso da tempo i Cinque stelle umbri chiedono risposte. Dai documenti risulta che Comuni e Asl da anni segnalavano le presunte irregolarità del Piccolo Carro agli organi regionali competenti, che sono adibiti al controllo delle strutture per minori. Dalla Regione Umbria si difendono dicendo che da tempo i ragazzi umbri non venivano inviati nelle strutture della “Piccolo Carro”, e che quindi vigilare era compito degli enti di origine dei ragazzi.

Ma Maria Grazia Carbonari, consigliera regionale Cinque stelle, ha sollevato pure l’ipotesi di un conflitto di interessi. Perché tra i soci della “Piccolo Carro” compare anche il figlio di Maria Pia Serlupini, Garante regionale umbra per l’infanzia e l’adolescenza, che tra i compiti ha anche quello di “segnalare alle autorità competenti casi di violazione dei diritti dei minorenni” e “verificare che alle persone di minore età siano garantite pari opportunità nell'accesso ai diritti”. Antonio Sisani, questo il nome del figlio della Garante, entra nella compagine sociale della coop dal 2014, a seguito della nomina della madre, legata politicamente da anni alla presidente dem della Regione Catiuscia Marini. E i più informati riferiscono di un annoso legame tra Serlupini e i coniugi che gestiscono il “Piccolo Carro”.

Il 18 maggio scorso, mentre già Chi l’ha visto? indagava ancora sulla scomparsa di Daniela Sanjuan, il garante Serlupini e la presidente della Regione Marini hanno fatto visita a una delle strutture del Piccolo Carro, con tanto di dichiarazioni di apprezzamento. Una visita non di controllo. «Più che altro è sembrato una sorta di ensorsement», dice Carbonari, «anche perché non risulta che visite simili si ripetano in altre strutture». Solo a settembre, poi, la Regione prenderà una posizione diversa, diffidando il Piccolo Carro dallo svolgimento delle attività sanitarie.

Le responsabilità, in questa storia, sono tutte da chiarire e le indagini faranno il loro corso. Quello che viene fuori, come Linkiesta aveva documentato in altri articoli, è la scarsità di controlli puntuali su strutture che ospitano i minori e che dovrebbero invece essere al di sopra di ogni sospetto. In un’interrogazione al ministro della Salute Beatrice Lorenzin, due deputati umbri del Movimento Cinque stelle hanno chiesto «di accertare, soprattutto all’interno del mondo cooperativo, il funzionamento del sistema di controlli istituzionali e l’effettiva gestione delle strutture e dei servizi sociali a ciclo residenziale o semiresidenziale per minori, affetti da patologie psichiatriche o da dipendenze». Il caso umbro “Piccolo Carro”, dicono, «potrebbe essere la punta dell’iceberg di un regime più esteso e farraginoso». Lo stesso Garante per l’infanzia italiano in un documento del 2015 aveva parlato di «criticità» sul «tema dei controlli» delle comunità per minori italiane. Finché non arrivano le segnalazioni e le indagini della magistratura.

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