Imparare l’aramaico per passare un Natale radicale

Una giornata diversa dalle altre: celebrare la nascita di Gesù salutandosi con la lingua che si parlava in Galilea

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23 Dicembre Dic 2016 0832 23 dicembre 2016 23 Dicembre 2016 - 08:32

Per capire fino in fondo il messaggio di Gesù (a chi interessa, certo), forse è istruttivo provare a capire, prima di tutto, la lingua che parlava. Cioè l’aramaico. Un Natale senza panettone non è un vero Natale, ma anche un Natale senza aramaico potrebbe (dovrebbe?) suonare un po’ strano, almeno per chi ci crede.

L’aramaico è una lingua di tutto rispetto. Quelli che non ci credono prendano nota: prima di tutto, può vantare ben 3000 anni di storia della scrittura; poi è stato impiegato come lingua del Palazzo per gli imperatori e lingua sacra per i sacerdoti; è stato la lingua franca dell’impero neo-assiro, di quello neo-babilonese, di quello achemenide, di quello partico e del sasanide; anche Assur, Palmyra lo hanno usato come linguaggio colloquiale; è stato usato per ampie sezione dei libri di Daniele e di Ezra, quello principale del Tamud; è stato, soprattutto, la lingua di Gesù.

Può sorprendere, ma l’aramaico è in uso ancora oggi. Certo, in modo residuale, in aree lontane, isolate e definite in una sfera precisa: quella religiosa. Il siriaco, uno dei suoi principali dialetti, è il linguaggio della chiesa siriaca (non coincidente con siriana), che ha a sua volta diramazioni in Iraq e in Libano e perfino in India. Esistono perfino delle comunità (quelle appunto nel nord dell’Iraq) dove l’aramaico è usato come lingua di tutti i giorni. Sono quelli che, quando videro Passion, il film di Mel Gibson sulla morte di Gesù Cristo, non ebbero bisogno dei sottotitoli.

La variante parlata da Gesù esiste ancora: è l’aramaico occidentale, presente in forma moderna in alcuni villaggi siriani, nella zona dell’anti-Libano. Sono paesini di montagna isolati e fieri come Ma’loula, Jubbaddin e Bakhah, dove gli abitanti, resistendo per secoli al processo di arabizzazione della zona, sono riusciti mantenere la loro lingua originaria.

Cosa si può imparare da queste persone? Molte cose. Ad esempio, si può salutare in aramaico: salve si dice Shlam-aluk, oppure Shlam-alak (il primo si usa per salutare i maschi, il secondo per le femmine). Si può chiedere “come stai?”: Dakhee vit oppure Dakhee vat (anche qui, il primo è riservato agli uomini e il secondo alle donne). E rispondere, visto che è Natale, che va tutto bene: Spay vin, o Spay van (sempre la differenza male/female), e rilanciare: At Dakhee vit/vat? Come inizio, non c’è male. Per chi vuole approfondire esistono siti e, soprattutto corsi.

Noi ci fermiamo qui, non prima, però, di aver apprfondito l’ultimo aspetto: come suona? Questo è un esempio, il migliore forse, per ascoltare un po’ quella lingua, antichissima, che vaga ancora sulla Terra.

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