VASILY MAXIMOV / Staff

25 dicembre 1991, l'ultimo giorno del Novecento

Il Novecento è stato un "secolo breve", cominciato con un omicidio del 1914 e finito il giorno di Natale del 1991, quando Michail Gorbačëv, in diretta televisiva, annunciò le sue dimissioni e la fine dell'Unione Sovietica

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25 Dicembre Dic 2016 0200 25 dicembre 2016 25 Dicembre 2016 - 02:00

Pubblichiamo in esclusiva l'ultimo capitolo de I giorni più lunghi del secolo breve, di Andrea Coccia, giornalista de Linkiesta, edito da Informant a metà dicembre. .

“Quo efficacius posthac curae pastorali Kaišiadorensis et Panevėžensis dioecesium”, nel suo ufficio in San Pietro, un uomo grassoccio e canuto di quasi 65 anni legge una lettera in latino che deve spedire alle diocesi lituane di Panevėžys e di Kaunas. Il suo nome è Angelo Sodano, da pochi mesi è il nuovo segretario di stato del Vaticano e non vede l'ora di andarsene da lì. L'orologio, sulla sua scrivania, segna le nove di sera abbondanti e il cardinale ci torna con gli occhi di continuo. Sa che deve sbrigarsi, tra poco più di due ore dovrà assistere anche lui alla Santa Messa di mezzanotte presieduta dal Papa. Prima di firmare quella lettera, alza gli occhi e chiama con un gesto della mano il suo assistente. «Manca una cosa più importante», gli fa. E comincia a dettare: «Datum Romae, apud S. Petrum, die quarto et vicesimo mensis Decembris, anno Domini millesimo nongentesimo nonagesimo primo».

Mentre in Italia sta per finire il ventiquattresimo giorno del mese di dicembre dell'anno del Signore 1991, mentre il papa, Giovanni Paolo II è appena tornato da una messa dedicata ai suoi compaesani e viene accompagnato verso la Basilica Vaticana, dove si deve preparare alla messa di mezzanotte, a più di duemila chilometri di distanza le lancette dorate dell'orologio della torre Spasskaya del Cremlino, a Mosca, segnano la mezzanotte.

È il 25 dicembre 1991, il clima nella capitale sovietica è stranamente tiepido. I termometri della città, dopo aver registrato quasi 20 gradi sotto zero fino a una settimana prima, ora segnano 0 gradi, spaccati. La neve, che settimane precedenti aveva ricoperto la città, è sparita. Ne è rimasta solo in piccoli cumuli, instabili, negli angoli della piazza Rossa. Sembra quasi che stiano per cadere ad ognuno dei dodici rintocchi dell'orologio, precisi e cadenzati da decenni di procedure identiche a loro stesse. Segnano il cambio della guardia del picchetto d'onore e risuonano ad ogni ora dal 1924. Si sentono in tutta la Piazza. Li sentono i tre militari a guardia del mausoleo, così come i loro tre commilitoni che stanno arrivando a dar loro il cambio e che saranno lì in 35 secondi e 210 passi. Ma quei colpi li sentono anche le guardie all'interno del palazzo, i pochi turisti che osservano dalla piazza rossa quel momento storico. E li sentirebbe persino Lenin, se non fosse lì a pochi metri di distanza, immobile e imbalsamato nel suo mausoleo dal 28 gennaio 1924. Chissà se si sentono anche in alto, in cima alla cupola, dove da più di settantanni sventola al vento la bandiera rossa delle repubbliche socialiste sovietiche, una bandiera che ha le ore contate.

Mentre a Roma il cardinale ha firmato la lettera apostolica a nome della Chiesa di Roma e si sta lamentando con l'assistente della noia della messa di Natale, a poche centinaia di metri a nord est dal mausoleo di Lenin, nella chiesa cattolica di San Paolo, in Malaya Lubyanka, diverse centinaia di fedeli quella messa la stanno già celebrando, anche se in realtà, a Mosca, il Natale si festeggia a gennaio. Fuori dalla chiesa, sulla pesante porta di legno, c'è un cartello affisso con un chiodo: “Se stai soffrendo e se sei stanco della vita, sappi che Cristo ti ama”. All'interno della chiesa, invece, un gruppo di fedeli canta un inno in russo. Quando hanno finito prende la parola il prete che, prima di celebrare la messa, annuncia che quella sarà l'ultima sotto un regime sovietico e saluta con entusiasmo quello che definisce “il ritorno del nostro governo al mondo cristiano”.

Quando a Mosca è ormai l'una e mezza passata e il prete è ancora a parlare con qualcuno dei suoi fedeli prima di incamminarsi verso casa, a Roma sono ancora le dieci e mezza di sera ed è ancora la vigilia di Natale. Mentre Giovanni Paolo II fa il suo ingresso nella Basilica Vaticana con un seguito di cardinali, a un paio di chilometri di distanza verso est, nella sala del cinema Ariston, in galleria Colonna, diverse centinaia di persone stanno assistendo alla fine di un film che è uscito da pochi giorni nelle sale di tutto il mondo. «DEDICATED TO THE YOUNG, IN WHOSE SPIRIT THE SEARCH FOR TRUTH MARCHES ON», leggono in bianco su sfondo nero. Quasi nessuno sa l'inglese, ma non ce n'è bisogno, sono già tutti abbastanza emozionati. Il film si intitola JFK, è stato girato da Oliver Stone e rimette in discussione la dinamica dell'omicidio del presidente John Fitzgerald Kennedy. In quei giorni il regista è ancora intento a difendersi dalle critiche e dalle accuse di complottismo. Entro tre mesi il film vincerà due Oscar e il Congresso aprirà un'indagine che non porterà a nulla.

A Mosca sono arrivate le due di notte e Mikhail Sergeyevich Gorbačëv si mette a letto. Pensava di rientrare prima, ma ha ricevuto la visita del capo della polizia Arkady Murashevcon ed ha indugiato a lungo con lui a parlare dei vecchi tempi, sorseggiando della vodka. Appena si mette sotto le coperte, sente un brivido. Non sa dire se sia febbre o solo stanchezza, sa solo che non si può permettere né l'una né l'altra. Quella che lo aspetta entro poche ore sarà la giornata peggiore della sua vita.

Mentre la mente stanca del segretario generale del Partito Comunista dell'Unione Sovietica non riesce a non pensare al discorso che gli toccherà fare l'indomani, a Milano un bambino che ha appena compiuto nove anni sta aspettando con impazienza che arrivi il mattino dopo e i regali di Natale. È troppo grande per credere ancora in Babbo Natale, ma è ancora troppo piccolo per essere uno tra le migliaia di ragazzi che, proprio in quel momento, invece di pensare ai regali, sono sintonizzati su Canale 5: «Fai attenzione Homer!», fa una voce stridula che è già familiare per molti di quei ragazzi. Sullo schermo c'è una strada innevata piena di curve. A un tratto si vedono dei fari che tagliano la notte e la nevicata. Dalla macchina che sbanda un voce maschile replica alla prima «Non c'è tempo per fare attenzione, siamo in ritardo». Lui si chiama Homer, lei Marge e in braccio, avvolta in un vestitino a forma di stella, tiene la piccola Maggie. Stanno andando a vedere lo spettacolo di Natale dei loro due figli più grandi: Lisa e Bart. A completare la famiglia, a casa, c'è il gatto Palla di neve secondo. Alla fine di quella puntata si aggiungerà un altro componente, il piccolo aiutante di Babbo Natale. È la prima puntata natalizia della storia dei Simpson, quella che per quei ragazzi è una entusiasmante novità, nel giro di pochi anni sarà quasi una tradizione.

Quando la prima puntata natalizia dei Simpson finisce, in Italia sono le 11 di sera e nella Basilica Vaticana tutti sono ai loro posti. È arrivato anche il papa, Giovanni Paolo II. È sorridente, ma non riesce a celare la sua preoccupazione. Da due giorni la Polonia, il suo paese d'origine, è finalmente un paese democratico con un governo eletto che poche ore prima ha ricevuto il voto di fiducia del parlamento. Ma la situazione è totalmente in bilico ed è per questo che il papa è preoccupato. Teme che, con le truppe sovietiche ancora in casa, quella parvenza di democrazia possa svanire velocemente. Ma c'è qualcosa che lo rincuora. È tutto il giorno che ci pensa: tra poche ore il suo acerrimo nemico, l'Unione Sovietica, sarà finalmente abbattuto. È a questo che pensa quando inizia a dire messa, leggendo un passo da un libro del vecchio testamento. Isaia 9, 5: “Un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio”. E poi attacca «Il Bambino nasce a mezzanotte. Nasce in una stalla, vicino alla città di Betlemme, nei campi nei quali i pastori facevano la guardia al loro gregge. Nasce il Bambino! Tanti bambini nascono in tutta l’estensione della terra, tra nord e sud, in occidente e in oriente. Il Bambino: uno tra i miliardi dei nati sulla terra che è l’abitazione dell’uomo».

Mentre il papa polacco cita il vecchio testamento e Gorbačëv è a letto, a Mosca c'è un altro uomo che sta aspettando l'indomani e che sta dormendo malissimo. Si gira e si rigira nel letto. Soffre da sempre di insonnia, ci è abituato, eppure quella notte gli sembra non passare più. Sono le 3 quando si alza dal letto, indossa una leggera camicia da notte giapponese da hotel e spera di farsi passare il mal di stomaco che lo ha svegliato con una tazza di tè. Come tutti gli insonni, anche lui sa che è inutile cercare di riaddormentarsi subito, quindi sorseggia il tè con calma e aspetta. Poi, dopo circa un'ora, si avvicina di nuovo al letto, si stende e prova a riaddormentarsi. Il suo nome è Boris Nikolaevič El'cin, ma sui giornali lo chiamano Eltsin. Da quasi sei mesi è Presidente della Repubblica Russa e entro poche ore, che non riesce ad aspettare dormendo, vivrà il giorno più importante della sua vita.

Intanto, mentre in Unione Sovietica due nemici si fanno passare la nottata, a quasi 8mila chilometri di distanza, negli Stati Uniti, è ancora la sera della vigilia di Natale. Un uomo di circa settanta anni si sta godendo la vacanza con la famiglia e, dopo cena, si siede su un divano a quadretti azzurri e blu e fa venire tutti intorno i suoi nipoti. Si chiamano Pierce, Barbara, Lauren, Jenna, Ashley e Sam e sono tutti curiosi di sentire che storia gli leggerà il nonno quella sera. Lui, che di anni ne ha 67, si chiama George Herbert Walker Bush ed è il 41esimo presidente degli Stati Uniti d'America. Tra qualche ora riceverà una telefonata storica e lui, che già lo sa, la aspetta.

L'americano ha già messo a letto i suoi nipoti a Camp David quando, a Mosca, Gorbačëv si alza dal letto e si veste. Ormai sono le otto del mattino in Unione Sovietica e il segretario ha ancora un gran mal di testa e si sente la febbre. Ma no ha scelta, deve farsi forza, non può certo dare buca alla storia. Si mette una maglietta bianca, sopra ci si allaccia una camicia ben inamidata e poi una giacca di lana fatta dal suo sarto di fiducia, sulla Prospettiva Kutuzovsky. Quando si ritrova a scegliere la cravatta ci pensa un attimo. Ne ha mille e le accarezza tutte con la mano, poi, per non perdere tempo, prende la solita. È nera con un motivo floreale rosso intessuto in filigrana. La mette spesso nelle giornate importanti. Andrà bene anche oggi, pensa, intanto che se la annoda con i gesti automatici di chi lo fa tutte le mattine da trent'anni.

Sono le 9 e mezzo del mattino quando l'ultimo leader dell'Unione Sovietica, finita la colazione, esce di casa. Il corridoio che deve percorrere per arrivare alle scale è pieno di libri. Tra le decine di volumi che si affastellano sulla libreria ha trovato spazio anche una foto. È in bianco e nero e ritrae Raissa, sua moglie. È la sua preferita, di tanti anni prima, quando Raissa era uscita da poco dall'università. Scese le scale si avvicina alla limousine che lo aspetta sotto casa e sale, come al solito, di fianco all'autista. Nella macchina che li segue salgono i due colonnelli in uniforme che lo seguono sempre. Con loro hanno una valigetta. È molto importante.

c'è una favola che ho imparato tanti anni fa. Parla di un giovane sovrano che vuole governare il suo regno in maniera più umana e allora chiede consiglio a un collegio di saggi. Quando i saggi, dopo dieci anni, gli portano i loro consigli, scritti in venti volumi, il sovrano fa loro “Quando mai potrò leggerla tutta questa roba? Io devo governare il mio paese!”. Passano altri dieci anni, e i saggi tornano con dieci volumi di consigli. E il sovrano gli ripete che sono troppi. Passano altri cinque anni, e i saggi arrivano con un volume solo. Ma il sovrano ormai, dopo venticinque anni, è sul letto di morte. Allora uno dei saggi si fa avanti e gli dice: “Tutto quello che c'è qua dentro si può sintetizzare in una frase molto semplice: la gente nasce, la gente soffre e la gente muore

Mikhail Sergeyevich Gorbačëv

In quel momento, a pochi chilometri da lì, al quarto piano di un palazzone al 54 di Tverskaya-Yamskaya street, anche Boris Yeltsin si è svegliato. Lui però è ancora in maglietta e calzoncini e sta facendo colazione con la moglie Naina e la figlia Tanya. Mangia avidamente un piatto di fiocchi d'avena e, di tanto in tanto, sorseggia un tè. Di fronte ha anche un piatto di uova, bacon e pomodori saltati nel burro. Nel frattempo il convoglio di Gorbačëv sfreccia lungo tutta la Prospettiva Kutuzovsky, passa davanti al negozio del sarto del segretario, passa un quartiere di casermoni staliniani e attraversa la Moscova, arrivando nel centro di Mosca, proprio davanti al Cremlino. Ora anche Eltsin ha finito la colazione, si è anche fatto la doccia e ora si veste, aiutato dalla moglie. Come Gorbačëv, anche lui opta per una camicia bianca, ma sopra ci mette un abito scuro, fatto su misura da un sarto che non lavora sulla Prospettiva Kutuzovsky. La cravatta che ha scelto Eltsin è blu e le scarpe che si fa allacciare dalla moglie sono di manifattura italiana, scelte personalmente dal suo vice, Alexander Rutskoy, ex colonnello dell'aeronautica. Quando è pronto scende e sale nella macchina che lo aspetta con il motore acceso: una Niva nera che parte sgommando, preceduta e seguita dalle due macchine delle guardie del corpo di quello che, entro poche ore, sarà il primo Presidente della Federazione Russa. Quando arriva al Cremlino sono passati meno di dieci minuti. Sono le dieci, e in poche centinaia di metri quadrati ci sono entrambi. Gorbačëv e Yeltsin. L'ultimo leader dell'Unione delle repubbliche socialiste sovietiche e il primo Presidente della Russia.

Mentre i due uomini più importanti del giorno salgono nei loro uffici, in uno dei corridoi del Cremlino ci sono degli americani. Sono il giornalista Ted Koppel, il suo produttore Rick Kaplan e la troupe per girare. Un funzionario sovietico gli si avvicina e gli fa gli auguri di Natale. Kaplan, che è ebreo, fa una faccia strana poi, scherzando, gli fa: «Non devi augurarmi buon Natale, a me devi dire Buon Hanukkah». Il funzionario non capisce l'umorismo ebraico, non sa cosa sia l'Hanukkah e, come se non bastasse, ha capito “buon Honecker”, ovvero una battuta su Erich Honecker, che due anni prima, al crollo del muro di Berlino, si era rifugiato a Mosca. Mentre Koppel e Kaplan ancora ridono, il funzionario sovietico non si diverte per niente.

I due smettono di ridere quando vedono arrivare Gorbačëv. Sono lì per intervistarlo e Koppel, dopo essere tornato serio, gli si avvicina, gli si presenta e gli chiede come sta vivendo quel momento.

«Mi sento assolutamente calmo e totalmente libero», gli risponde il segretario, «È solo il mio ruolo che cambia. Non sto abbandonando né la vita politica, né quella pubblica. Quello che sta accadendo è una cosa unica nella storia. Anche in questo sono stato un pioniere. Perché questo è un processo democratico. E ripeto, le mie dimissioni non rappresentano in nessun modo la mia morte politica».

«C'è una favola che racconterebbe a suo nipote per raccontare quel che sta succedendo a questo paese?», gli fa allora Koopel.

Gorbačëv ci pensa qualche secondo, poi risponde: «Sì, c'è una favola che ho imparato tanti anni fa. Parla di un giovane sovrano che vuole governare il suo regno in maniera più umana e allora chiede consiglio a un collegio di saggi. Quando i saggi, dopo dieci anni, gli portano i loro consigli, scritti in venti volumi, il sovrano fa loro “Quando mai potrò leggerla tutta questa roba? Io devo governare il mio paese!”. Passano altri dieci anni, e i saggi tornano con dieci volumi di consigli. E il sovrano gli ripete che sono troppi. Passano altri cinque anni, e i saggi arrivano con un volume solo. Ma il sovrano ormai, dopo venticinque anni, è sul letto di morte. Allora uno dei saggi si fa avanti e gli dice: “Tutto quello che c'è qua dentro si può sintetizzare in una frase molto semplice: la gente nasce, la gente soffre e la gente muore».

È quasi mezzogiorno quando Boris Yeltsin si presenta in parlamento e prende la prola, annunciando che, di lì a qualche ora, Mikhail Sergeyevich Gorbačëv rassegnerà le sue dimissione e l'Unione Sovietica scomparirà. Appena l'annuncio sarà ufficializzato, Gorbačëv firmerà un decreto che determinerà il passaggio dei poteri militari, e contemporaneamente il pieno controllo dell'intero armamento nucleare sovietico, al governo russo, ovvero a Boris Eltsin.

Verso le 13, Gorbačëv mangia per l'ultima volta da leader del popolo sovietico. Quello che morde è un semplice panino ripieno di salame e di formaggio, con un filo di panna acida. Per quanto voglia dare l'impressione di essere tranquillo e sereno, a Gorbačëv pare di avere lo stomaco annodato da un marinaio. Finito in pochi morsi il panino, il segretario del Partito Comunista sovietico torna nel suo ufficio. Dietro la sua scrivania, una porticina lo conduce verso una stanza arredata di un letto e di un bagno. La apre, se la chiude dietro le spalle, poi si sdraia a letto e cerca di riposare. Ha ancora un gran mal di testa dalla sera prima e ha assoluto bisogno di rilassarsi. Dall'altra parte della porticina, il suo ufficio resta deserto. Così, quando Anatoly Chernyaev e Andrey Grachev entrano per lasciargli un pacchetto di lettere da firmare. Sono i suoi cordiali saluti al potere mondiale. Ci sono lettere più formali e altre più personali, dedicate a personalità con cui ha stretta un rapporto più amichevole. Tra questi ci sono il presidente degli Stati Uniti George H. W. Bush, il cancelliere tedesco Helmut Kohl, il presidente francese François Mitterrand, il primo ministro italiano Giulio Andreotti, il re spagnolo Juan Carlos e sua moglie, la regina Sofia. E poi Walesa, Havel, Reagan, la signora Thatcher e svariati altri. Trovando la stanza vuota, i due capiscono al volo. Chernyaev bussa alla porticina. Dopo cinque minuti, Gorbačëv esce. Ha la faccia arrossata e stanca, ma è inevitabile che sia così.

Passano alcune decine di minuti, poi Chernyaev se ne va e Gorbačëv resta solo con Grachev. Appena rimangono soli, il segretario prende la sua cartella di appunti e comincia a rileggere quel che si è scritto. Uno dei punti più critici è che vuol cercare di evitare a tutti i costi di usare qualsiasi formula che comporti l'uso della parola “dimissioni”. Ha deciso che ci deve girare intorno. Al posto della parola dimissioni parlerà di “discontinuità” Mancano circa 4 ore dal discorso che terrò in diretta alla nazione. Deve ancora lavorarci.

Passano un paio d'ore prima che, intorno alle cinque del pomeriggio, alla porta di Gorbačëv si presenti Pavel Palazchenko. È il suo traduttore in inglese, ha poco più di trent'anni e raccomanda a Gorbačëv di non dimenticare di chiamare il suo amico Bush, che nel frattempo a Camp David si è svegliato da poco ed è attorniato dalla sua famiglia.

Mente Gorbačëv ha deciso che quella che ha davanti agli occhi è la versione definitiva del suo discorso, in una stanza non molto lontana il suo traduttore inglese Palazchenko sta chiamando gli Stati Uniti. I primi a rispondere sono quelli del Dipartimento di Stato, che lo avvisano: «il Presidente è nella residenza di Camp David per passare le vacanze con la famiglia». Palazchenko riesce a farsi dare un numero di emergenza e lo chiama. Risponde un ufficiale dei marines che, appena capito di cosa si tratta, gli dice di richiamare più tardi, perché negli States è ancora notte fonda. Prima di riagganciare fissano un appuntamento telefonico. Alle 9 del mattino in America, le 5 del pomeriggio a Mosca.

Intorno alle tre del pomeriggio, a Mosca, Gorbačëv ha finito di prepararsi il discorso. È tutto pronto. Il suo addio all'Unione Sovietica durerà poco più di dieci minuti. Ora che pè tutto pronto, Gorbačëv manda a chiamare la troupe di Koppel e Kaplan. Ha promesso ad ABC di rilasciare un'intervista esclusiva prima del suo annuncio. La useranno per un documentario, ma non appena i due entrano nel suo ufficio, il telefono bianco sulla scrivania si mette a suonare.

«Sì, chi parla?», fa Gorbačëv alzando il ricevitore. nella stanza con lui ci sono i due americani, insieme a due funzionari sovietici. Tutti e quattro capiscono al volo che non si tratta di una telefonata come le altre, perché appena Gorbačëv sente la voce dall'altro capo della linea cambia espressione e, dopo qualche secondo, alza gli occhi verso i quattro estranei e fa cenno di uscire. È una telefonata privata. È Raissa. È in lacrime ed è molto spaventata. Quella che la moglie gli sta riferendo è che gli uomini di Eltsin sono fuori dalla porta della loro residenza presidenziale e le stanno intimando di andarsene. Le hanno detto che l'operazione è stata autorizzata da un decreto, firmato dallo stesso Eltsin in mattinata, che li autorizza a prendere possesso degli appartamenti e a svuotarli dei loro effetti personali.

Gorbačëv è furioso. Eltsin non sta rispettando i patti. Due giorni prima, quando aveva deciso che avrebbe ceduto il potere la notte di Natale, si era accordato con Eltsin sulla possiiblità di avere qualche giorno per liberare gli appartamenti e la dacha presidenziale. Prima di mettere giù il telefono e occuparsi del problema, Gorbačëv rassicura la moglie. Poi, appena la telefonata è conclusa, inizia a urlare e bestemmiare a un altro telefono, quello che lo mette in contatto con il colonnello Redkoborodoy, del KGB.

«Che cazzo sta succedendo a casa mia?», urla il capo del soviet, «Devo fare una conferenza stampa? Mi dica, che cazzo state facendo? Eh? Fermate subito questa porcheria!».

Ma il KGB c'entra poco. L'ordine di andare a bussare a casa sua e umiliare lui e la sua famiglia viene direttamente dal suo nemico, Borsi Eltsin, che in quel momento sta solo aspettando di avere il controllo totale del paese e a cui non importa nulla di quel che prova il suo avversario, gode nel saperlo imbestialito e impotente.

Nel frattempo, Eltsin ha un altro piano per rendere l'addio di Gorbačëv ancora più triste e doloroso: sarà lui a fare il primo discorso in diretta. Per questo, intorno alle quattro del pomeriggio, ha fatto chiamare la CNN dal suo ministro dell'informazione Mikhail Poltoranin e ha fatto organizzare la diretta. La troupe americana si è messa subito in macchina. IN poco meno di mezz'ora attraversano la città dai loro uffici sulla Prospettiva Kutuzovsky e arrivano alla Casa Bianca russa. Non hanno problemi con la sicurezza, e intorno alle 17, nella grande sala che Eltsin ha scelto per il suo discorso, è tutto pronto per trasmettere. Entro due minuti sarà lì anche il Presidente russo, a cercare di mascherare dietro a una faccia da circostanza l'eccitazione che prova nell'essere a un passo dall'essere il secondo uomo più potente del mondo.

«Dorogoi George! Happy Christmas to you and Barbara!». Sono le cinque del pomeriggio, e la voce di Gorbačëv, puntuale all'appuntamento con il suo amico americano, è pulita e sincera. Non c'è traccia della rabbia che meno di un'ora prima ha sfogato in un'altra telefonata, quella al KGB.

«George, permettimi di dirti una cosa importante. Ho qua, proprio di fronte a me, il decreto che firmerò non appena mi dimetterò da presidente dell'Unione Sovietica. Cedendo il potere, cederò anche il comando militare e trasferirò la mia autorità nell'usare le armi nucleari al presidente della Federazione Russa. Sto conducendo personalmente il passaggio del potere e posso assicurarti che è tutto sotto controllo e che potrai passare una serena notte di Natale». Non riesce nemmeno a dire il nome del suo avversario, Borsi Eltsin, ma Gorbačëv ci tiene a ripetere ancora una volta che la nuova amministrazione non sarà ostile. Ma il russo è sincero, e non nasconde qualche preoccupazione.

«Stai sempre attento alla Russia», dice al suo amico americano, «Non andranno mai dritti, procederanno a zig zag».

Bush apprezza molto la telefonata e vuole rassicurare l'amico, prima che l'alleato politico: «Mi trovi, ancora una volta, a Camp David, dove ci siamo incontrati quella volta che mi regalasti quella mappa, ti ricordi? Quella delle nostre basi militari compilata dal KGB? Ora sono qui con Barbara e con le famiglie dei nostri tre figli. Spero che le nostre strade si incrocino di nuovo prima o poi. Sarai sempre il benvenuto qui». Poi, l'amico diventa il Presindete degli Stati Uniti, George diventa Bush e, anche in questa veste, lo rassicura, anche lui senza mai citare Eltsin per nome: «La Casa Bianca«, dice, «sarà cauta con la Federazione Russia. Tratterò i leader di ogni repubblica della Federazione con rispetto, apertura e speranza. Non avere paura, nulla di tutto ciò interferirà mai con il rapporto di amicizia che ci lega e che, io e Barbara, reputiamo molto, molto importante. Grazie per tutto quello che hai fatto e che stai facendo per la pace di tutti noi. Grazie mille».

«Grazie, George», gli risponde Michail, «sono felice di sentire queste tue parole in questo preciso momento. Arrivederci». E mette giù.

Mezz'ora dopo, esattamente alle 17 e 35, un gruppo di tecnici entra nella stanza numero 4 al terzo piano del palazzo del Cremlino. È lì che Gorbačëv, tra poco meno di due ore compirà l'ultimo atto della storia dell'Unione Sovietica, dimettendosi e lasciando che sulle sue ceneri si costruisca la Confederazioni degli Stati Indipendenti. È una stanza strana, la numero 4. La chiamano la stanza verde ed è la copia esatta dell'ufficio presidenziale, da usare in caso di dirette televisive come quella storica che, intorno alle 19, verrà trasmessa dalla CNN al mondo intero.

Mentre Eltsin parla ai microfoni della CNN, Gorbačëv fa altre telefonate di rito, poi, a pochi minuti dalle 19, si prepara e va nella stanza numero 4. È giunta l'ora. Prima di oltrepassare quella porta, Michail Sergeevič Gorbačëv si ferma e guarda fisso davanti a sé. Quando uscirà da quella stanza, pensa, l'Unione Sovietica sarà finita per sempre e con lei finirà anche il Novecento, il secolo breve, con quasi un decennio di anticipo sull'anno 2000. Non è un piccolo passo per un russo. È un passo nel vuoto e infatti Gorbačëv sente una vertigine, insieme a dei brividi che gli percorrono le ossa. Questa volta non è l'influenza che lo insegue da tre giorni, e lo sa bene. Quello che sente nelle ossa è il brivido della storia. Prima di fare quel passo, Mikhail Sergeyevich respira un'altra volta, più profondo del normale, pensa a Raissa in quella foto in bianco e nero che probabilmente le guardie di Eltsin hanno gettato per terra e calpestato. Poi sbatte le palpebre, lentamente, ed espira. Senza nemmeno accorgersene è seduto davanti alla telecamera.

«In onda tra 5... 4... 3... 2... 1...», fa un tecnico, poi la luce rossa si accende e tocca a lui, Michail Sergeevič Gorbačëv, primo e ultimo Presidente dell'Unione Sovietica che inizia così, senza troppi indugi, il suo ultimo discorso: «Cari compagni compatrioti». Ha la voce sommessa ed è un po' goffo nel suo cercare di tenere la testa alta. Mentre parla lo sa che lì, davanti a una telecamera che renderà eterno il suo gesto, si sta arrendendo alla Storia.

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