Gentiloni, un presidente low profile: «Lavoriamo in continuità con il governo Renzi»

Il premier rivendica l’esecutivo fotocopia, ma non fissa scadenze. Almeno nella forma, la distanza con il recente passato è evidente. Nella conferenza stampa di fine anno toni bassi e sobrietà, né battute né slide. Nessun impegno sul taglio dell’Irpef. Poca ambizione? Piuttosto realismo

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29 Dicembre Dic 2016 1611 29 dicembre 2016 29 Dicembre 2016 - 16:11

Un presidente del Consiglio low profile. Paolo Gentiloni si presenta a Montecitorio per la tradizionale conferenza stampa di fine anno e mette subito le cose in chiaro. «Io svolgo una funzione di servizio. La svolgo con tutte le capacità che posso mettere in campo, ma solo finché avrò la fiducia del Parlamento».

La missione del suo esecutivo? Proseguire il lavoro del governo precedente, anzitutto. Operare in continuità e portare a termine le riforme avviate. Anche la squadra è la stessa, a scanso di equivoci. Dopo i ministri, i sottosegretari. Nelle 41 nomine approvate dal Consiglio dei ministri di stamattina ci sono alcuni spostamenti ma non c’è neppure una new entry. È la conferma del governo fotocopia. Una continuità che Gentiloni rivendica senza troppi giri di parole. «Non si può cancellare il lavoro fatto dal governo Renzi - dice a Montecitorio - L’esecutivo proseguirà sulla strada delle riforme. Non abbiamo finito, non abbiamo scherzato». Discontinuità con il passato neanche a parlarne. «Davanti - spiega ai giornalisti con ironia - non avete mica il trionfatore delle ultime elezioni». Onesto, bisogna dargliene atto. Della precedente esperienza governativa Gentiloni rivendica diversi risultati: la sicurezza e la gestione dei flussi migratori, ma anche la crescita economica e la diminuzione delle tasse. Il Jobs Act? Pur annunciando qualche modifica al provvedimento, in particolare sui voucher, il presidente del Consiglio ammette: «Penso che abbiamo fatto un’ottima riforma del lavoro».

In oltre due ore di conferenza stampa il premier dosa le parole con attenzione. Si distinguono i toni bassi e il ritmo lento, mai un’uscita sopra le righe. La distanza con il recente passato è evidente. Nessuna slide, nessuna battuta a effetto. L’unica critica se la becca Virginia Raggi

Gentiloni non prende grandi impegni, non promette la luna. E ricordando alcuni vizi della politica italiana non è affatto detto che sia un male. Semmai si limita indicare le parole chiave che dovranno determinare la sua azione di governo: il lavoro giovanile e l’attenzione per il Mezzogiorno. La grande novità rispetto al passato, però, riguarda la forma del suo intervento. In oltre due ore di confronto il premier dosa le parole con attenzione. Si distinguono i toni bassi e il ritmo lento, mai un’uscita sopra le righe. La distanza con il recente passato è evidente. Una conferenza stampa sobria, soprattutto. Nessuna slide, nessuna battuta a effetto. L’unica critica se la becca Virginia Raggi. Con la sindaca Cinque Stelle Gentiloni si dice disposto a lavorare, nell’interesse della città di Roma. Eppure alla grillina il premier rimprovera una delle scelte più discusse dell’amministrazione capitolina. «Quando Roma rinuncia a progetti ambiziosi, come le Olimpiadi, ritengo che faccia un errore».

Poche promesse, si diceva. Il premier spiega con serietà che non ci saranno interventi sulla riduzione dell’Irpef. Annunciare tagli alle tasse, oggi, sarebbe quasi una presa in giro. «Non prendiamo impegni che potrebbero non essere mantenuti». La legge elettorale? Il governo non presenterà alcuna proposta. Piuttosto cercherà di agevolare il confronto tra le forze politiche, per trovare una difficile intesa in Parlamento. Sollecitato dai giornalisti, Gentiloni ammette che il governo sarebbe disponibile a mettere in campo un intervento sulle carceri. Un’attesa riforma del sistema penitenziario. «Ma i nostri obiettivi vanno incrociati con le variabili del tempo e dei calendari parlamentari». Mancanza di ambizione? Piuttosto realismo.

La missione del suo esecutivo? Proseguire il lavoro del governo precedente, anzitutto. Operare in continuità e portare a termine le riforme avviate. Anche la squadra è la stessa, a scanso di equivoci. Dopo i ministri, i sottosegretari. Nelle 41 nomine approvate dal Consiglio dei ministri di stamattina non c’è neppure una new entry

Del resto il governo Gentiloni ha un orizzonte limitato davanti. Un anno, al massimo. E in caso di elezioni anticipate - come auspicano in molti nel Partito democratico - anche meno. Il premier assicura che il suo governo non avrà una scadenza. Probabilmente spera di arrivare alla fine della legislatura, come è legittimo che sia. Ma non si espone troppo. «La stabilità - spiega - non può essere prigioniera della democrazia. Non si può guardare al voto come a una minaccia». Qualcuno si fa due conti. Se si tornerà alle urne in primavera, l’esecutivo ha davanti solo 15 settimane di vita. Difficile fare previsioni. Se Renzi chiederà al premier di dimettersi per anticipare il voto cosa accadrà? Gentiloni aggira l’ostacolo: «Queste sono domande che bisognerebbe rivolgere al segretario del Partito democratico». Con cui, ci tiene a precisare, coltiva da quindici anni «un rapporto di grande stima e collaborazione».

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