Via il Capodanno e la Capitale della cultura: così è stato ucciso il “modello Matera”

Il concertone di fine anno è stato trasferito a Potenza. E la capitale della cultura 2019, non sarà più Matera, ma la Basilicata intera. Carenze organizzative, familismo amorale, equilibrismi politici ed equità coatta: così un laboratorio culturale si è trasformato nella solita guerra di campanile

Matera
30 Dicembre Dic 2016 0805 30 dicembre 2016 30 Dicembre 2016 - 08:05

Potenza ha soffiato il concertone Rai di fine anno a Matera con atto ufficiale in un giorno di mezza estate e le polemiche non sono ancora dome. A luglio, a ridosso della notizia, il sindaco di Matera, Raffaello De Ruggieri aveva dichiarato che non bisognava farne una "questione di campanile", quando gli era stato domandato come mai il mondo scegliesse Matera (il G7 aveva ipotizzato la città come sua prossima tappa, ma non c'erano abbastanza alberghi dotati di suite all'altezza di ospiti tanto illustri: tutto in fumo, ma tanti complimenti per l'appeal) e, invece, la Rai scegliesse Potenza.

Il 31 dicembre scorso, "L'anno che verrà" venne trasmesso, con la conduzione di Amadeus e Rocco Papaleo, da Piazza Vittorio Veneto, cuore di Matera, fresca di designazione a capitale europea della cultura 2019, dopo la stipula di una convenzione tra Rai Com e Regione Basilicata, avallata dalla delibera di giunta regionale del 15 dicembre 2015, che prevedeva un accordo quadriennale con tutto il territorio lucano per "favorire un'azione informativa ed educativa finalizzata alla promozione e allo sviluppo del patrimonio paesaggistico, storico e culturale della città di Matera quale Capitale europea della cultura nel 2019".

A febbraio scorso, la fondazione Matera2019, incaricata di mettere in pratica il dossier di candidatura (nient'altro che tutti i progetti con cui la città aveva concorso, vincendo, alla gara per l'assegnazione del titolo) ha cambiato statuto ed è diventata "Fondazione di partecipazione Matera-Basilicata 2019". Era stato detto sin da subito, in fondo: l'occasione di Matera2019 sarebbe stata quella di un riscatto di tutto il Mezzogiorno.

Da laboratorio umanistico, artigiano e intellettuale che portasse in Europa un modello culturale nuovo, Matera è diventata un banco di mutuo soccorso per le ambizioni turistiche di territori inesplorati o svogliati o insignificanti. Una terra senza anagrafe né fisionomia e, soprattutto, un ricco pasto a cui partecipare. Siamo tutti materani, anche a noi spetta una fetta

Così, da laboratorio umanistico, artigiano e intellettuale che portasse in Europa un modello culturale nuovo, da tessuto connettivo di specificità, da realtà capace di articolare un'alternativa artistica e produttiva, da territorio da scoprire e difendere, Matera è diventata un banco di mutuo soccorso per le ambizioni turistiche di territori inesplorati o svogliati o insignificanti, una terra senza anagrafe né fisionomia e, soprattutto, un ricco pasto a cui partecipare. Il racconto della città che era cominciato a sedimento del suo percorso di inclusione dell'altro da sé (la Basilicata, il Mezzogiorno), è diventato l'idioma di una retorica da storytelling, rendendola un marchio da apporre indistintamente, spolpandolo. Siamo tutti materani, anche a noi spetta una fetta.

Che spostare il capodanno da Matera a Potenza non abbia alcuna responsabilità in questo processo è evidente. Altrettanto chiaro è che non ci sarà alcuna ricaduta negativa sul turismo materano. A chi si cruccia per l'occasione economica persa, è bene ricordare che, lo scorso anno, poiché la Rai provvide all'alloggio ma non al vitto di tecnici e redazione del programma, la Regione Basilicata ci rimise 130mila euro. Tuttavia, il sindaco De Ruggieri, da settimane bloccato in una crisi della sua giunta che sembra non avere soluzione (altra catastrofe su una tabella di marcia assai rallentata), sbaglia a ritenere che le polemiche di questo capodanno siano una banale "questione di campanile". Lo stato di abbandono dorato in cui versa la città di Matera è un abbandono politico che trova nell'accordo Rai la sua esemplificazione plastica.

Lo stato di abbandono dorato in cui versa la città di Matera è un abbandono politico che trova nell'accordo Rai la sua esemplificazione plastica

Ai materani è stata rifilata una città sfavillante ma esosa. Briosa ma inoccupata (solo le strutture alberghiere danno lavoro, spesso a 400 euro al mese). Turistica ma ostile al nuovo. Materana ma non lucana. Il presidente della giunta regionale, Marcello Pittella ha risposto all'appello di un territorio dormiente e riottoso (che s'investa non solo in direzione Matera!), usando il capodanno a Potenza come segnale di una intenzione inclusiva, incurante dell'altro simbolo che avrebbe finito per avere per una città come Matera, che attendeva infrastrutture, finanziamenti, risorse e che ha ricevuto attenzione concreta solo da fuori (è stata la regione Puglia ad avviare la costruzione di una superstrada Bari-Matera). Era più che prevedibile che ai cittadini arrivasse il messaggio di una predilezione opportunista, di una ruberia politica camuffata in perfetto stile democristiano. E' irresponsabile addossare il nervosismo dei materani al loro campanilismo ed è assurdo incolparli di un ridicolo attaccamento a una manifestazione trash per casalinghe disperate.

Tuttavia, addentrandosi nell'atmosfera della città dei Sassi, nella contraddizione che nessuno si prende la briga di sanare e che la sta strangolando, soffocandola di benessere visto ma non percepito, le critiche che i materani consegnano all'amministrazione regionale e, insieme, ai fautori del progetto 2019, sono più che sensate e raccontano bene la sensazione di esproprio e di colonizzazione che li affligge.

Trascuratissimo, poi, è il desiderio che i materani hanno di conservare la propria specificità, a fronte dell'invito, sempre più insistente, a sentirsi solo lucani, un unico, grande insieme. «La Basilicata non è una cosa sola - dice a Linkiesta il presidente della Dante Alighieri di Matera, Pino Suriano - ma un'aggregazione amministrativa piuttosto recente, cementata da uno spirito di rivolta (quello contro le scorie a Scanzano nel 2003) nato e smarrito dopo neppure quindici giorni, con almeno tre popoli diversi per storia, cultura e tradizioni. Quindi poche storie. Potenza va benissimo, ma senza predicozzi di orgoglio identitario: il Capodanno lo ha comprato la Regione e decide lei dove mandarlo. Punto. Per l'anno prossimo, se posso scommettere, punto su Bernalda».

Su Potenza, in effetti, scommettono solo i potentini, trattandosi di una città con poche attrattive, molto impervia e dal fascino assai discreto

Su Potenza, in effetti, scommettono solo i potentini, trattandosi di una città con poche attrattive, molto impervia e dal fascino assai discreto. E dev'essere per ribaltare la conseguente diffidenza che Sergio Ragone, giornalista e sperticato fan, lo scorso anno, del capodanno della Rai a Matera, ha scritto sull'Huffington Post che a Potenza si respira "un'aria che sa di buono, di pulito", che le sue vie sono "un'enciclopedia permanente e diffusa" dove brulicano circoli, caffè, biblioteche, salotti, associazioni e che il primo dei nomi che la raccontano "meglio di molte altre parole" è quello di Emilio Colombo (venerato padre costituente, ferreo democristiano, consumatore di cocaina "per fini terapeutici").

Ostinato e contrario il parere del regista Giuseppe Marco Albano (31 anni, di Bernalda, provincia di Matera, una pagina Wikipedia già zeppa di riconoscimenti): «Avevo chiesto a Babbo Natale, in cambio del digiuno, la perdita della memoria per dimenticare il Capodanno di Rai1… purtroppo ho appena visto lo spot». Con questo post su Facebook, il regista si è accaparrato una incredibile mole di improperi, accuse di disfattismo: ne hanno parlato persino i giornali (locali). Tutti indignati.

Così, la voce schietta di un ragazzo che evita la retorica familista amorale e crocifigge casa sua (da quelle parti si usano ancora affossanti accostamenti di terra natia a grembo materno), viene seppellita dall'appello alla collaborazione (tra chi? Per cosa?) di una regione che si vuole unita solo davanti alle telecamere Rai, nella prospettiva di un bottino da spartire prima che il clamore passi e il mondo trovi un’altra destinazione antropologicamente intrigante. L’anno scorso Rocco Papaleo portò sul palco una Basilicata che non esiste: volgare, greve, piaciona, del tutto assimilata ai clichè consolidati sul sud. Quest’anno, invece, a Potenza verrà propinata una balla peggiore: quella della coatta uguaglianza.

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