Il tempo in cui i veri romani erano solo i turchi

L’impero bizantino non ebbe mai coscienza di essere "bizantino". Per regnanti e cittadini, era senza discussione "impero romano". E anche loro erano "romani", anche se con la città laziale non avevano più nulla a che fare

800Px Moldovita Murals 2010 16
2 Gennaio Gen 2017 1047 02 gennaio 2017 2 Gennaio 2017 - 10:47

Ci si balocca con la parola, la si butta in mezzo ai discorsi sulla burocrazia: “bizantino”, o “bizantinismo”, per indicare il perdersi in sottigliezze eccessive, iperformali e controproducenti (seguendo l’abitudine, tutta bizantina, di discutere di cose teologiche spaccando il capello in quattro), ma pochi sanno – anche se tutti dovrebbero – che, in realtà, i bizantini non si chiamavano così, né si sentivano tali. Erano romani, e si pensavano romani.

Bizantino è un termine introdotto nel 1700 dagli studiosi dell’epoca e serviva a distingure le periodizzazioni e gli imperi: imponeva una differenza che, in realtà, all’epoca non era avvertita. I regnanti bizantini parlavano sia greco che latino e definivano se stessi romani, in quanto proseguivano l’impero, senza alcuna soluzione di continuità. Pur parlando greco, non erano greci: anzi. Il “greco”, in quel periodo, era parola molto e troppo simile al pagano. E loro erano cristiani.

A riprova di tutto questo, perfino i musulmani selgiuchidi, che nelle loro scorribande verso occidente si intromisero nella guerra tra impero romano-bizantino (per capirsi) e regno persiano, decisero che i territori conquistati nella penisola turca (o meglio: quella che noi oggi chiamiamo Turchia) costituissero il “sultanato di Rum”. Dove “Rum”, come è ovvio, sta per Roma. E non solo: da Rum si passa a Hrum, che nella lingua della sogdiana diventa From. E da qui – udite udite – si arriva al termine cinese “Fulin”, con cui le dinastie imperiali del tempo (quella Wei, in particolare, dal 551 al 554), definivano i territori dell’impero bizantino (o meglio, romano).

La tradizione e il sentimento, soprattutto dopo la caduta di Costantinopoli nel 1453, non morirono. Anche se sotto il dominio ottomano, le enclave cristiane dell’area anatolica continuarono, nei secoli, a sentirsi e identificarsi come “romane”. Un esempio ancora esistente sono i “greci della cappadocia”, una comunità antichissima che, nei millenni si è stanziata e ha vissuto in alcune zone centrali della penisola come, appunto la Cappadocia. Nonostante fossero identificati come ellenici per lingua e costumi, in patria erano chiamati i “Kapadokyalı Rumlar”: definizione in cui si vede ancora, in “rumlar”, l’antico nome di Roma.

La loro sorte non fu felice: perseguitati dai turchi durante la prima guerra mondiale (“Dobbiamo finire i Greci come abbiamo fatto con gli Armeni. Oggi ho inviato delle squadre nell’interno con lo scopo di uccidere ogni greco in circolazione”, disse Refet Bey, uno dei capi del genocidio armeno), vennero espulsi nel 1923, nell’ambito di uno scambio di parti della popolazione con la Grecia. Derubati e truffati, raggiunsero con difficoltà la nuova patria, e si stabilirono in alcuni villaggi molto simili a quelli, rocciosi e aspri, che lasciarono. Continuarono a parlare la loro lingua, e a praticare le loro usanze. Ma erano romani, che a distanza di circa 2300 anni, invadevano la Grecia. Ma questa volta da est, e da sconfitti.

Potrebbe interessarti anche