Altro che “We are the World”, l’America non sa più donare

C’entra la recessione, ma non è solo questione di reddito. È che gli americani si sono ritrovati più cinici. E forse non solo loro

Poltrona Per Due

Un’immagine di “Una poltrona per due”, di John Landis (1983)

3 Gennaio Gen 2017 1604 03 gennaio 2017 3 Gennaio 2017 - 16:04

Gli americani stanno diventando più cinici e meno propensi a donare. Se conoscessero Rovazzi, preferirebbero il suo ultimo tormentone, ironico inno all’indifferenza, rispetto alle sdolcinerie di We Are The World. Sono passati gli anni, c’è stata di mezzo la Grande Depressione. Che con sé non ha portato solo un impoverimento nei conti ma anche nella fiducia nelle comunità. Di conseguenza, anche quando il reddito e la ricchezza hanno ricominciato a salire, nel 2010 (gli Usa non hanno avuto la recessione del 2011), la propensione a donare si è ridotta ulteriormente.

A questo punto chi segue un po’ le statistiche americane dovrebbe alzare un sopracciglio e far notare come nel 2015, ultimo dato disponibile, il livello di donazioni totale negli Stati Uniti sia salito e neanche di poco. Tutto vero, ma uno studio di Jonathan Meer e due colleghi della Texas A&M University, “The Great Recession and Charitable Giving”, invita a guardare le cose da un altro punto di vista. Le statistiche ufficiali, raccolte dall’Irs (l’equivalente dell’agenzia delle Entrate statunitense), tengono conto solo delle famiglie che elencano le donazioni da dedurre nella dichiarazione dei redditi. Inoltre, le statistiche non possono discernere se la riduzione nelle donazioni sia guidata dagli shock al reddito e alla ricchezza familiari o da fattori più ampi.

Il team guidato da Jonathan Meer ha esaminato i i dati del Panel Study of Income Dynamics, un sondaggio longitudinale sul reddito delle famiglie che va avanti dal 1968. È stata monitorata l’evoluzione di 13mila persone dal 2000 in avanti. Quello che è emerso è, intanto, che il livello delle donazioni, complice la politica fiscale di deduzioni, è particolarmente alto, in valore assoluto. Nel 2001, a guardare i dati del Psid, il 61% delle famiglie americane aveva fatto donazioni; la media era di 2.597 dollari e la mediana di 924 dollari. Fino al 2008 le donazioni crescono dell’1 o 2 per cento all’anno. Poi arriva la recessione. Nel 2010 la probabilità che siano effettuate donazioni scende bruscamente dell’8,8 per cento rispetto al valore di riferimento del 2001, una percentuale, che corretta per valori demografici, di reddito e di ricchezza, si riduce al 4,5 per cento. Ma che succede nel 2012, quando c’è una ripresa dell’economia? La probabilità di donare continua a scendere: -10,5%, che si riduce al -6,2% aggiungendo reddito e ricchezza.

La Grande Depressione non ha portato solo un impoverimento nei conti ma anche nella fiducia nelle comunità. Anche quando il reddito e la ricchezza hanno ricominciato a salire, la propensione a donare si è ridotta

Insomma, non era solo una questione di reddito. «I risultati suggeriscono che la Grande Recessione potrebbe aver serie conseguenze negative di lungo periodo sul comportamento filantropico», è la conclusione dello studio. Vale a dire, come spiegano altri studi citati in un’analisi di The Atlantic, che c’entrano anche motivazioni psicologiche: la paura di perdere il posto di lavoro, ma anche una “fatica a impegnarsi”, notata dall’ultimo sondaggio sulle comunità nazionali della Ymca. Gli americani, spiegava l’indagine, stanno facendo meno volontariato e stanno donando meno soldi per cause che una volta erano importanti per lor, perché credono che il loro impegno di tempo e denaro non faccia più la differenza per la qualità delle loro comunità.

Fonte: “The Great Recession and Charitable Giving”, Jonathan Meer, David Miller, Elisa Wulfsberg, Texas A&M University

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