Grillo garantista? Il vero scandalo sono 25 anni di orgia manettara

Ora che i guai coinvolgono i suoi, per Grillo l'avviso di garanzia non equivale a una condanna. Un comportamento uguale a quello dei suoi avversari. Che legittima l'uso politico della giustizia. E la rabbia dei cittadini contro i politici “tutti uguali, tutti ladri”

Getty Images 80427442

MARCELLO PATERNOSTRO/AFP/Getty Images

3 Gennaio Gen 2017 1048 03 gennaio 2017 3 Gennaio 2017 - 10:48

Scusate, dov’è la novità? Una forza politica fonda il suo successo politico urlando che gli altri sono tutti ladri (1), va al potere (2), i suoi leader o i suoi amministratori finiscono indagati (3) e pure quella forza politica si scopre garantista (4). Oggi tocca a Grillo, col suo codice di comportamento per gli eletti e la regola secondo cui l’avviso di garanzia “non comporta alcuna automatica valutazione di gravità dei comportamenti”, dopo anni a sostenere l’esatto contrario.

Prima di loro era toccato ai Democratici (un tempo di sinistra) passare dalle monetine a Craxi allo sdegno per le intercettazioni sulla scalata Unipol-Bnl diffuse a mezzo stampa. Ai leghisti, passati dal cappio a Montecitorio agli applausi per Alessandro “il pirla” Patelli, quello della tangente Enimont da 200 milioni di lire. Agli ex missini, orgogliosamente manettari fino all’alleanza con Berlusconi. A Berlusconi stesso, megafono mediatico del pool di Mani Pulite fino all’avviso di garanzia a pochi mesi dall’insediamento a Palazzo Chigi.

Fateci caso: mai nessuno è garantista quando i guai coinvolgono gli altri. Nessuno si scandalizza quando la carcerazione preventiva viene usata con estrema disinvoltura contro un avversario politico. Nessuno, quando un ministro altrui si dimette senza nemmeno essere indagato, a causa delle intercettazioni telefoniche sbattute in prima pagina. Nessuno, quando il candidato avverso si piglia la nomea di ”impresentabile” a pochi giorni dalle elezioni, senza alcuna condanna definitiva a suo carico. Nessuno che sottolinea quanto alcune indagini, in prossimità delle elezioni, successive all’insediamento di un amministrazione, o alla caduta di un governo abbiano un timing quantomeno curioso. Nessuno che si scandalizza quando una parlamentare, scienziata di fama mondiale, viene definita “trafficante di virus” da un settimanale, a indagini ancora in corso, e poco importa se si siano concluse con un nulla di fatto.

Fateci caso: mai nessuno è garantista quando i guai coinvolgono gli altri. Nessuno si scandalizza quando la carcerazione preventiva viene usata con estrema disinvoltura contro un avversario politico. Nessuno, quando un ministro altrui si dimette senza nemmeno essere indagato, a causa delle intercettazioni telefoniche sbattute in prima pagina. Nessuno, quando il candidato avverso si piglia la nomea di ”impresentabile” a pochi giorni dalle elezioni, senza alcuna condanna pendente

Quando accade, quando i guai riguardano gli altri, i toni sono quelli di venticinque anni fa. Si parla di fatti inquietanti, si presume la colpevolezza, si citano le parole dell’ordinanza d’arresto scambiandole per sentenze, si ironizza sui fatti privati - irrilevanti ai fini d’indagine - che si leggono sui giornali. Si uniscono puntini a caso, facendo intendere chissà quali trame, nascoste dietro il paravento del condizionale. Si fa strame della dignità umana dell’indagato nel nome di una “questione morale” che vale sempre e solo per gli altri.

Poi - ops! - ci si stupisce se la gente pensa che i politici siano tutti uguali e tutti ladri, che il Parlamento sia un covo di inquisiti o di gente che ha qualcosa da nascondere. Che l’azione debordante della magistratura non sia un abuso di potere, bensì un male necessario per arginare il malaffare. Che manette, cappi, scope e apriscatole funzionino meglio, nel marketing politico, di idee, riforme, visioni del futuro.

Oggi, se la politica italiana fosse seria, dovrebbe plaudere alla (timida) svolta di Grillo e fare quadrato attorno a Virginia Raggi, più in balia della propria incompetenza e della propria inattitudine a combattere contro poteri più grandi di lei, che della propria disonestà, o di quella dei suoi collaboratori. Non succederà. E al prossimo giro di giostra le parti si invertiranno. E la rabbia continuerà a montare.

Potrebbe interessarti anche