Lo shock culturale di due panda nati negli Usa e spediti in Cina

Dopo un trasferimento da Atlanta nello Sichuan, i due poveri panda si ritrovano in un mondo del tutto diverso dal solito. Non riescono ad apprezzare il cibo e non capiscono nemmeno la lingua. Dovranno faticare a lungo

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3 Gennaio Gen 2017 1102 03 gennaio 2017 3 Gennaio 2017 - 11:02

Difficile biasimarli. Hanno passato anni negli Usa e adesso, raggiunta l’età adulta, si ritrovano catapultati in Cina, per la precisione, nello Sichuan, al Chengdu Research Base dove si allevano i panda giganti. Altra vita rispetto ad Atlanta (che non sarà New York, ma comunque non è una sperduta regione cinese). L’ambientamento incontra alcune difficoltà.

Anche se è passata la paura dei primi giorni, ed è stato cancellato il disorientamento, Meilun e Mihuan (così si chiamano i due panda) faticano ancora a prendere le misure del nuovo spazio. In particolare, spiegano gli zoologi, hanno problemi con la lingua e con il cibo – come qualsiasi essere vivente normale, verrebbe da aggiungere.

“Non riescono a fare a meno dei cracker americani”, spiega uno sconsolato Luo Yunhong, un allevatore del complesso. “Non mangiano nulla, nemmeno il bambù, nemmeno l’acqua, se non è impastato insieme a questi cracker”. È un problema, ma si risolverà: “devono abituarsi, pian piano, anche al pane cinese. Stiamo incominciando a mescolare i cracker con il pane, e prima o poi mangeranno anche quello”, dice risoluto.

Un’altra questione – più delicata ancora – riguarda la lingua. Come tutti quelli che sono nati negli Usa e non hanno viaggiato, Meilun e Mihuan “non capiscono il cinese”. Alzano la testa solo quando “sentono chiamare il loro nome”. In particolare, “hanno difficoltà con la parlata dello Sichuan”. Non capiscono gli ordini (o fingono di non capirli), non reagiscono alle parole, restano perplessi quando qualcuno parla loro. “Già sono piuttosto timidi. Solo Meilun è un po’ vivace, si muove, salta. Mihuan è più tranquilla”. Per farsi rispettare gli zoologi del parco devono parlare in inglese. “Come here”, ad esempio, lo capiscono bene. Ma anche, qui dovranno abituarsi alla nuova lingua. E non li invidia proprio nessuno.

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