Quanto è brutto il nuovo Sherlock

L'attesissima prima puntata della nuova stagione di Sherlock è disponibile dal 2 gennaio su Netflix ma, rispetto alle prime tre stagioni, delude le aspettative: il motivo? Più che a quel genio autistico e algido di Sherlock, il detective londinese ora sembra quel cazzone di James Bond

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3 Gennaio Gen 2017 1020 03 gennaio 2017 3 Gennaio 2017 - 10:20

Quando uscirono le prime puntate della nuova serie televisiva prodotta da BBC e intitolata Sherlock sembrava tutto bellissimo. Alla sceneggiatura c'erano Steven Moffat e Mark Gatiss e davanti alla macchina da presa due volti perfetti per i rispettivi ruoli come quelli di Benedict Cumberbatch e Martin Freeman. Tutto era azzeccatissimo, la scrittura era limpida, fresca, la struttura solida, perfetta. E poi, sopra a tutto, come il cacio sui maccheroni, c'era un ingrediente magico, una vertigine: l'ennesima reinvenzione di un personaggio come Sherlock Holmes, uno dei più sfruttati del Novecento, un personaggio che appariva consunto e affaticato, ma che nella nuova versione britannica ne usciva irresistibile.

Era l'estate del 2010 quando la BBC mise in onda le prime puntate della serie. Esattamente i mesi a cavallo tra l'uscita nei cinema di tutto il mondo di un'altra reinvenzione sherlockiana, i due episodi tutti action e molto godibili di Guy Ritchie, con Robert Downey Jr. a vestire i panni di Sherlock Holmes e Jude Law quelli di Watson.

Lo Sherlock di Moffat e Gatiss nasceva con due ingombranti riferimenti da sfidare: da una parte uno dei più famosi standard del canone moderno occidentale, dall'altra una delle sue più audaci reinvenzioni, fatta di azione, esplosioni e cazzotti a non finire. A sfidare i due modelli, i creatori della serie misero in campo uno Sherlock mai visto: presero la creatura di Conan Doyle, la trascinarono di peso nella Londra degli anni Duemila, tra chat, telefonini e blog, e gli infilarono i panni di uno snob londinese, sociopatico e pieno di sé, Il risultato fu strepitoso e Sherlock riprese vita, guadagnandosi il favore di tutti.

Oggi, dopo sei anni e tre stagioni dalla prima apparizione, lo Sherlock della coppia Moffat/Gatiss ritorna sui piccoli schermi, grazie a BBC e a Netflix, che per la prima volta li pubblicherà sulla propria piattaforma in contemporanea con la messa in onda televisiva. E se l'attesa era immensa, l'effetto della visione è spiazzante, perché quello che ci troviamo di fronte non sembra lo stesso Sherlock che avevamo lasciato. Certo, mancano ancora due puntate da 90 minuti e i due un po' di credito ce l'hanno in avanzo dalle prime tre stagioni, ma qualcosa sembra proprio essere cambiato, e forse, più che in Sherlock, qualcosa è cambiato nel nostro sguardo.

Nelle prime stagioni il nostro sguardo era come se continuasse a muoversi da quello che succedeva nel piccolo schermo in cui Cumberbatch e Freeman vivevano le loro avventure, a quello che c'era dietro, alla tradizione di Conan Doyle, alle versioni classiche del personaggio televisivo e persino a quelle contemporanee e già citate di Ritchie. Il risultato era divertente, originale e spiazzante in senso estremamente positivo.

Quel che succede adesso invece è diverso. I riferimenti sono cambiati e lo Sherlock di Cumberbatch è tanto cresciuto da essere esso stesso il proprio ingombrante riferimento continuo. E, a quanto pare, non lo regge. Sherlock, privato del punto di riferimento esterno delle altre versioni di Sherlock Holmes, si è ritrovato di colpo di fronte a uno specchio a scimmiottare se stesso, i suoi tic, le sue idiosincrasie. E la stessa cosa sembra essere capitata anche a chi lo ha scritto, perché anche alcuni suoi meccanismi narrativi sono cambiati, avvicinandosi a quelli dell'action movie. Solo che gli inseguimenti e i combattimenti a mani in faccia, che forse stanno bene su uno come James Bond, stanno un po' stretti a un personaggio così sui generis com'era quel genio gelido e autistico di Sherlock.

Non è un caso se parliamo di James Bond. Il giornalista del Guardian Mark Lawson, parlando di questo primo episodio, fa proprio il nome del più famoso agente segreto di sua maestà. Anche Tammaro su Wired lo riprende, ribadendo come gli inseguimenti, le esplosioni e le botte abbiamo portato il nuovo Sherlock molto vicino all'altro grande archetipo del canone occidentale contemporaneo, l'agente segreto 007.

E probabilmente è vero, questo Sherlock si è jamesbondizzato. E se è vero è anche un problema. Perché? Semplice: perché fino ad oggi la serie di Moffat e Gatiss stava all'originale di Conan Doyle come quel capolavoro di Kingsmen sta a James Bond e come quel capolavoro di Guardians of the Galaxy sta a Star Wars: sono tutti modi freschi, frizzanti, intelligenti ed estremamente ben curati di riprendere in mano modelli narrativi stanchi quando non consunti, a brandelli, e rimetterli a nuovo.

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