Aleppo, ecco chi ha scelto di restare in mezzo alla guerra

I siriani che hanno deciso di restare nella loro città pur potendo partire. Nonostante le bombe, la paura, la guerra c'è chi è contento di restare

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9 Gennaio Gen 2017 1206 09 gennaio 2017 9 Gennaio 2017 - 12:06

«Questa era una banca, prima che la libertà arrivasse nel nostro Paese». Dall'alto del palazzo, vicino alla linea del fronte interno ad Aleppo, i ribelli o i jihadisti sparavano verso la parte governativa. Così, quando sono passati all'offensiva, l'esercito di Assad e i russi non hanno esitato. Hanno offerto tre giorni di tempo per sgombrare poi hanno scatenato l'inferno. Dell'ex banca resta un rudere alto sei piani. Ma Edmond, che mi ha portato a vederla, non è un assadiano di ferro. Destesta gli islamisti e non ama il Governo. E quando parla del Presidente, della corruzione, della polizia segreta, abbassa sempre la voce, anche in una strade deserta o al centro di una piazza.

Edmond, però, è un aleppino che, pur potendo andarsene, è rimasto. Quattro anni fa, quando è cominciata la guerra anche qui, ha perso tutto. Andati (e oggi in macerie) i due negozi di souvenir che aveva nella parte Est, dove sorge la Cittadella, prima meta dei turisti. Finito il commercio di antiquariato che gestiva col padre. Eppure... Perché non sei scappato, Edmond? «Mah, a dire il vero non so bene perché. Ricominciare altrove, a quarant'anni? Per fare che? Io qui conosco tutti e mi muovo a occhi chiusi in ogni strada di Aleppo. Appartengo a questo posto, nonostante questa follia che ancora non è finita».

Mi guarda e aggiunge: «Ti sembrano sciocchezze?». Edmond avrebbe potuto emigrare facilmente. Ha una sorella a Parigi (dove, fino all'inizio della guerra, passava un mese l'anno), ha un passaporto greco, parla correntemente inglese e francese, sa un po' di italiano. Eppure è rimasto qui, con tutte le sue “sciocchezze”. E come lui tanti altri.

Quasi tutti, qui, hanno parenti in altri Paesi. Moltissimi hanno passaporti di altre nazioni. Eppure rimangono

Chi pensa che i siriani non vedano l'ora di venire da noi, a rubarci il lavoro e a far perdere le elezioni alla Merkel, non sa quel che dice. Anche se la borghesia locale (e quella di Aleppo, capitale economica del Paese e proprio per questo devastata oltre ogni misura) è la borghesia della borghesia siriana e non manca di possibilità. Quasi tutti, qui, hanno parenti in altri Paesi. Moltissimi hanno passaporti di altre nazioni. Per dire: stavo facendo foto nel quartiere cristiano di Azizziye e mi ha fermato un tizio per fare due chiacchiere. Anche lui: un fratello a Milano, un figlio a Beirut e in tasca un passaporto russo. Però come gli altri resta, a dispetto di Assad, dei jihadisti e delle nostre paure.

Mariam è una khourye, ovvero la moglie di un prete della Chiesa cattolica armena. I suoi nonni arrivarono a Damasco negli anni Dieci per sfuggire al genocidio organizzato dai turchi. Storia familiare curiosa, la sua: il marito Sami faceva il gioielliere quando il suo vescovo, considerata la sua condotta (anche matrimoniale) specchiata, l'ha chiamato e gli ha proposto di diventare sacerdote. Mantenendo ovviamente la famiglia. E Mariam? “Un grosso cambiamento”, dice sgranando gli occhi. Il tutto ha avuto un peso anche quando si è cominciato a discutere, in famiglia, se partire o no. «Ho due sorelle in Canada», racconta lei, «e l'hanno scorso avevamo tutte le carte pronte per ottenere il permesso di soggiorno. Al momento di prendere la decisione finale, però, abbiamo esitato. Dopo tante discussioni siamo rimasti».

Il figlio, da poco laureato ingegnere, se ne sarebbe andato di corsa. La figlia, sociologa ma ora impiegata come segretaria, era incerta, come la madre. Il più scettico era il khoury (prete), il padre gioielliere-sacerdote. «L'idea di ritrovarsi a essere un prete sposato in un ambiente tanto lontano dalla nostra cultura e dalle nostre abitudini lo preoccupava. Mi accetteranno? Riuscirò a inserirmi?». Alla fine, come si vede, i timori del padre hanno pesato più degli entusiasmi del figlio.

Situazione ancor più complicata, anche sotto il profilo psicologico, per Antoine e Jawal. Il primo ha quarant'anni, è sposato con due figlie piccole. Dentista, proprio prima della guerra si era sposato e aveva aperto uno studio dentistico. Con la moglie farmacista se la passava piuttosto bene. Poi, in poco tempo, un missile ha distrutto l'edificio dove aveva lo studio e la moglie, causa la crisi portata dalla guerra, ha perso il posto. Ci hanno messo anni a riprendersi ma adesso, dopo sforzi enormi, lui è riuscito ad aprire un nuovo e più piccolo studio e lei ha trovato un lavoro part-time come commessa. Il fratello Jawal, invece, a 35 anni, dopo una laurea in Medicina e una specializzazione in ortopedia, è lì che medita sulla strada da prendere.

In questa situazione si è aperta la possibilità di emigrare negli Usa. Il padre, ingegnere in pensione e malato di cuore, ha due fratelli che dagli anni Sessanta vivono in un sobborgo di Boston e che lui ha visitato una volta ogni due anni. Li hanno invitati a partire, si sono offerti di aiutarli con i documenti e la pratica, alla fin fine, non sarebbe troppo ostica. In famiglia, qui ad Aleppo, si sono guardati negli occhi e hanno risposto “no grazie”. Perché?

Anche adesso si guardano, come se non sapessero la risposta. Antoine e la moglie hanno sputato sangue per rimontare mentre intorno piovevano i missili e la città era divisa da un muro di violenza, e non vuole mollare tutto adesso. Jawal è indeciso a tutto. E' il babbo ex ingegnere, infine, a dire la cosa più drammatica e più vera: «Sa, i miei fratelli sono brave persone e ci vogliono bene ma non sanno più nulla di noi. Sono diventati americani, sono ormai molto diversi, non ci capiamo più. E come potevamo, noi, dopo tutto quello che abbiamo passato, mettere le nostre vite nelle mani di estranei? Io, in ogni caso, non sarei partito comunque. Sono nato ad Aleppo, ho sempre vissuto qui e morirò qui».

Lena, al contrario, sarebbe partita volentieri. Impiegata, sposata e con una figlia di sedici anni, ha i genitori a Parigi i quali, in questi anni di guerra ad Aleppo, hanno continuato a dirle di mollare tutto e raggiungerli. Lei una ragione forte per partire l'aveva: la figlia Mariam, spaventata e traumatizzata dopo che due missili sono caduti nella strada davanti casa. Andare a Parigi voleva dire metterla al sicuro, garantirle un'adolescenza tranquilla e sgombra dagli incubi violenti che si agitavano qui. Ma il marito, avvocato, voleva restare. Andate voi, diceva a Lena. Che faccio io, a Parigi? L'avvocato non posso, e altro non so fare. Mica posso diventare cameriere?

Può sembrare assurdo ma il decoro borghese conta anche in tempo di guerra. Così, tra un “andate voi” e un “vieni anche tu” sono passati questi anni e loro sono ancora qui. Niente Parigi, quindi, per Lena e Mariam. «Ma come no?», ribatte lei ammiccando: «Ci verremo in vacanza!».

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